..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"

mercoledì 11 giugno 2008

ILPATTO TRADITO

Perchè la Juventus dovrebbe essere guidata da Andrea Agnelli.
Non doveva finire così. I patti non erano questi. Quando alla fine del 1993 l’Avv. Gianni Agnelli accettò l’aiuto di Mediobanca e di Cuccia per risollevare le sorti della FIAT, piombata in una delle crisi più gravi della sua storia, dovette accettare un compromesso che pochi conoscono.
Per far fronte alla pesante situazione finanziaria dell’Azienda fu varato un maxi aumento di capitale e fu imposto l’ingresso nel capitale di nuovi soci "importanti" tra cui Deutsche Bank e Generali. Ma non solo. Il vero prezzo che l’Avvocato dovette pagare fu la promessa di non lasciare la Presidenza del gruppo al fratello Umberto, e quindi di rimanere in sella insieme a Romiti. Questo passaggio di consegne era già stato stabilito all’interno della famiglia, ma il veto imposto da Cuccia, che non era mai stato in buoni rapporti con Umberto, costrinsero L’Avvocato ed il Dottore a un compromesso che prevedeva per quest’ultimo “solamente” il ponte di comando della IFIL, la società che di fatto è la cassaforte dell’Impero FIAT.
A margine di questo accordo, che segnò una "svolta epocale" nei rapporti tra i due fratelli, l’Avvocato accettò, come parziale risarcimento per Umberto, che quest’ultimo prendesse anche le redini della Juventus, che a quel tempo viveva il crepuscolo della gestione bonipertiana. Di fatto i due fratelli stabilirono che tutte le decisioni inerenti la gestione del giocattolo di famiglia fossero prese in maniera indipendente dal Dottor Umberto. Erano altri tempi. I due fratelli avevano una stoffa diversa dagli avventurieri della finanza moderna. Bastava la parola per definire una intesa. E cosi fu. Il primo passo del Dottore, come tutti sappiamo, fu quello di trasformare la squadra che viveva ancora nel romanticismo post-Platiniano, in una Azienda modello, dove ogni cosa fosse pianificata ed organizzata per grandi obiettivi. Arrivarono così Giraudo per l’area amministrativa, Moggi per quella sportiva e Bettega alla vicepresidenza. Per 12 anni questa struttura rimase immutata e costituì probabilmente il team di dirigenti più preparati del calcio moderno. Il golpe dell’estate 2006 quindi, di fatto, calpesta il gentlemen agreement tra Gianni ed Umberto. John Elkann, allontanando la dirigenza prima di ogni processo e sentenza, ha praticamente sottratto ad Andrea Agnelli, figlio di Umberto, la possibilità di guidare la Juventus. E’ probabile che questo atteggiamento, che disattenderebbe la volontà dell’Avvocato stesso, sia frutto di cattivi consigli. Di certo il delfino designato dell’Avvocato ha cominciato la sua avventura alla guida delle faccende di casa Juve con decisioni e comportamenti a dir poco discutibili nella forma e nella sostanza.
A parte il già citato allontanamento preventivo della Triade, si è distinto per dichiarazioni altamente lesive della dignità e della passione dei tifosi, infangando, di fatto, il lavoro compiuto dalla dirigenza scelta personalmente dal Dottor Umberto. Ha chinato il capo durante tutta la vicenda Calciopoli, evitando colpevolmente di spendere anche una sola frase di conforto per i tifosi affranti. Ha subito le pressioni di mezza Italia per rinunciare al ricorso al TAR, lasciandosi convincere da Montezemolo. Ha insediato ai posti di comando della società persone che sembrano inadeguate, dal punto di vista professionale e comportamentale, a reggere il blasone della Juventus, rallentando, di fatto, il ritorno all’eccellenza. In realtà la storia avrebbe dovuto raccontarci di un morbido passaggio generazionale verso Andrea Agnelli, in ossequio a quel patto che appare oggi irrimediabilmente tradito. Il ragazzo, subito dopo Calciopoli, ha preferito accettare con stile le decisioni prese ai piani alti della IFIL. Una scelta dura per chi come lui viveva e vive per quella maglia bianconera. Una scelta dettata dal ricordo dei toni moderati e dalla assoluta abnegazione che aveva appreso dal padre. Una scelta che però ha causato in lui e nella sua mamma, Donna Allegra Caracciolo, un profondo malessere che tuttora li tiene lontani dallo stadio. Nessuno lo immaginerebbe. Eppure è cosi. E’ innamorata pazza della Juventus Donna Allegra. In questi due anni, nel corso dell’approfondimento dei fatti e delle circostanze in cui è maturato lo scempio giuridico e sportivo che ci ha umiliato, ci siamo avvicinati in maniera impensabile al mondo Juventus; e in questa gravitazione passionale intorno a tutto ciò che poteva connettersi con quel mondo abbiamo conosciuto moltissime persone, alcune delle quali in diretto contatto con Donna Allegra Caracciolo, moglie di Umberto Agnelli e mamma di Andrea.
Ed ecco allora che ci sono stati raccontati piccoli aneddoti sulla passione che Donna Allegra nutre per i colori bianconeri e di quanto abbia sofferto per la sorte della squadra e per le ingiurie alle quali sono stati sottoposti i tifosi. Una passione che Donna Allegra coltiva tra i suoi mille impegni di carattere sociale. Una passione smisurata che insieme al marito Umberto ha trasmesso al figlio Andrea, il quale fino a due anni fa frequentava assiduamente la squadra e i dirigenti, sia durante gli allenamenti sia allo stadio, dove non mancava praticamente mai, come il papà e lo zio Gianni.
Chi è attento ai fatti juventini non può non aver notato che la figura carismatica ed elegante di Donna Allegra e quella sorridente e affabile di Andrea sono da troppo tempo assenti dal palcoscenico delle vicende bianconere. Lo stile Agnelli impone che qualunque tipo di scelta o discussione, anche la più complicata, venga fatta lontano dai riflettori e salvaguardando prima di ogni altra cosa l’immagine della Famiglia. Non deve essere stato facile quindi per Andrea digerire l’allontanamento della Triade, al quale era legato non solo dal punto di vista umano, ma anche perchè quei manager rappresentavano ancora una scelta di suo padre Umberto.
A questo punto molti tifosi si chiedono quali saranno le sue prossime mosse. Se rinuncerà definitivamente a salire sul ponte di comando per cui era stato già designato dal suo cognome. E se un giorno parlerà raccontandoci la sua verità su ciò che è accaduto. La scelta del silenzio non è una scelta sterile. Al contrario produce assordanti boati. E’ una scelta che accumula nell’immaginario della gente un caleidoscopio di ipotesi, congetture, scenari. Come quello che lo descrivevano pronto a diventare il Presidente di una Juventus al di fuori dall’orbita FIAT/IFIL. Ma noi che amiamo la Juventus in modo travolgente, siamo certi che si stava preparando per la Juventus un futuro emozionante. Ci piace quindi sperare che un giorno non lontano possa tornare a passeggiare sull’erba di un nuovo stadio, ma con al suo fianco gli amici del suo papà: Antonio, Luciano, Roberto. E possa ammirare quelle maglie che hanno fatto la storia del calcio vibrare nella corsa dei campioni che le indossano. Ed esultare per quella terza stella che finalmente i nostri ragazzi ci avranno regalato.
dallo Ju29ro

martedì 10 giugno 2008

SALVIAMO IL RICORDO DELLA STRAGE DELL'HEYSEL

Noi non dimenticheremo mai.
Aprile 2008, dal comunicato del gruppo "Bruxelles Bianconera":
".... Il 29 maggio 2008 si terrà forse per l'ultima volta la commemorazione delle vittime dell'Heysel.Diciamo l'ultima volta perchè le autorità belghe ipotizzano da mesi, la distruzione dello stadio dell'Heysel e la delocalizzazione del monumento per ricordare i 39 morti di quella tragica notte.Malgrado gli innumerevoli tentativi di avere una risposta sull'avvenire dello stadio, ci siamo trovati di fronte a qualcosa di più "grande" di noi, ci siamo trovati di fronte a dei politici determinati a portare fino in fondo i loro progetti, si parla persino di costruire un centro commerciale al posto dello stadio!Forse la loro determinazione è grande, ma la nostra volontà e la nostra fede lo è ancora di più!..."
A settembre, la giunta Comunale di Bruxelles deciderà se demolire il nuovo Heysel, ricostruito sulle macerie del vecchio, nel quale si consumò la tragedia, dove persero la vita 39 tifosi juventini (per lo più padri di famiglia con figli al seguito), vittime della barbarie degli hooligans del Liverpool in quella serata del 29 maggio 1985.
Nei progetti urbanistici ci sarebbe la riqualificazione dell'area, considerata insufficientemente redditizia, con l'eliminazione dello stadio e riconversione in area commerciale.
L'obiettivo di ogni tifoso juventino deve essere la conservazione, ALMENO, della zona esterna allo stadio, dove sorge il muro con la targa che ricorda i 39 caduti e la meridiana monumento, inaugurata per il ventennale della tragedia.
Iniziative sono state attuate dal gruppo di "Bruxelles Bianconera" (vedi comunicato), che sta intervenendo presso il sindaco della capitale belga e presso le autorità competenti. Si stanno interessando della vicenda anche i più importanti siti web di tifosi bianconeri ma sarebbe auspicabile coinvolgere anche la società Juventus FC e persino le massime autorità politiche italiane, considerata la nazionalità delle vittime e dei loro familiari.
Familiari che avevano salutato i loro cari, che erano andati fin lassù con la speranza di celebrare la prima Coppa dei Campioni della storia juventina, dopo i falliti assalti di Belgrado e Atene.
Persone normalissime che per tutta la giornata assistettero allo spettacolo indecente offerto dai tifosi inglesi che occupavano la Grand Place, la piazza principale della capitale vallona, ubriachi fradici e brancolanti in un mare di bottiglie e cartoni di birra.
E nonostante questo le autorità sottovalutarono il pericolo, lasciando che la frangia più facinorosa del tifo “red” fosse sistemata nel settore “V”, a stretto contatto con il settore “Z”, dove avevano trovato posto i tifosi juventini probabilmente più quieti tra quelli presenti allo stadio.
Già, lo stadio. Uno stadio fatiscente, inadeguato ad ospitare una finale europea di quel livello. Uno stadio con misure di sicurezza praticamente inesistenti, con struttura portante in legno, di una solidità paragonabile ad un castello di carta.
L’afflusso dei tifosi avvenne in modo problematico. Secondo alcune testimonianze i controlli furono tutt’altro che efficaci, anzi, per molti testimoni di controlli non ci fu nemmeno l’ombra. Questo fece in modo che si accumularono, probabilmente, molti più tifosi inglesi di quanti ne consentisse la capienza del settore a loro destinato. Circa un'ora prima della partita, gli “hooligans” cominciarono a spingersi verso il settore Z a ondate, sfondando le fragili reti divisorie. Gli inglesi continuarono a premere con sempre maggior veemenza, schiacciando gli spettatori juventini impauriti, che furono costretti ad arretrare ammassandosi contro il muro opposto al settore occupato dai sostenitori del Liverpool. Nella grande ressa che venne a crearsi, alcuni per evitare di rimanere schiacciati si lanciarono nel vuoto, altri cercarono di scavalcare ed entrare nel settore adiacente, altri si ferirono contro le recinzioni. Il muro crollò per l’eccessiva pressione, molte persone vennero travolte, schiacciate e calpestate nella disperata corsa verso una via d'uscita. La cosa più curiosa fu che i tifosi che tentavano di fuggire verso il campo trovarono i poliziotti belgi ad ostruirgli la strada. L’immagine più surreale che apparve a tutti i presenti (e ai telespettatori di tutto il Mondo) la consegnò la polizia belga, alcuni rappresentanti della quale circolavano a cavallo come fantasmi inerti sulla pista d’atletica, più preoccupati a preservare la propria incolumità che allo svolgimento del proprio lavoro.
La tragedia, inevitabilmente, si consumò e la gara venne rinviata con iniziò alle 21:39, dietro richiesta delle autorità belghe, per evitare guai ancora peggiori. La Juve non voleva giocare, ma dovette ubbidire per i motivi precedentemente citati. Il Liverpool pretese che, se si fosse giocata la gara, la Coppa dovesse essere in palio. I capitani Neal e Scirea lessero un comunicato dove precisarono che la partita sarebbe stata giocata: ”per motivi di ordine pubblico”.
La gara fu vera, cattiva, e venne vinta dalla Juve, con gol di Platini su calcio di rigore concesso per un fallo (avvenuto fuori area, dopo lancio di 50 mt del francese) su Boniek all’inizio del secondo tempo. La Juve non mostrò la Coppa al pubblico, i giocatori fecero un giro di campo per ringraziare i tifosi che erano andati fino a Bruxelles, per veder realizzato un sogno, e per onorare chi non c’era più.
Se i giocatori fossero al corrente o meno di quello che era accaduto realmente, non si saprà mai: in merito ci sono testimonianze discordanti e probabilmente non è neppure giusto chiederselo e ancora meno giusto sarebbe giudicare.
Ormai è Storia, chiunque l’abbia vissuta sa che quella notte è IL DOLORE PIU' GRANDE vissuto dal popolo juventino, nonostante le finte retoriche e la demagogia degli avversari, che per anni hanno ironizzato (e ironizzano tuttora..) sui caduti, salvo ergersi a moralisti da quattro soldi in merito alla legittimità del trofeo.
A noi questo importa meno, del parere degli avversari s’intende. L’unica cosa che oggi possiamo fare, nell’attesa di ottenere riscontro dalle autorità, è riuscire a divulgare e a sostenere questa iniziativa prima di tutto tra noi tifosi, considerato che, alla fine, i 39 morti erano semplicemente tifosi, come lo siamo tutti noi.
Noi non dimenticheremo mai: clicca su questo link e non fare mancare la tua firma:www.firmiamo.it/29051985
Quello che riportiamo ora è il ricordo di gobbodimare, un membro del Team, che quella sera era presente all'Heysel:
"Sono passati più di vent’anni da quel giorno e mi sembra sia passato un secolo. Anzi, ad essere più precisi, quando ci penso faccio una gran fatica a ricordare e purtroppo su tutto prevale quanto visto, dopo, in tv.
Alla finale dell’Heysel andai con mio zio al quale mia madre mi aveva affidato dopo la prematura scomparsa di mio padre. Tutto nacque da una vecchia scommessa fatta con lui, milanista di ferro, che non poteva accettare che il suo unico figlio fosse un gobbo e amava ripetere che se mai fossimo andati in finale di Coppa dei Campioni mi avrebbe addirittura accompagnato. Proprio grazie alla parola data da mio padre, riuscii a guadagnarmi il permesso di mia madre e prendemmo i biglietti per la finale, dopo che la cosa mi era stata negata due anni prima per Atene. Aspettai quel giorno con un’ansia indescrivibile, ansia che si spense al nostro arrivo in città ove fu chiara la sensazione che la gente del posto mal sopportasse l’invasione “pacifica” di migliaia di tifosi, così come che per la maggior parte degli inglesi il calcio fosse solo una scusa per bere e scatenare risse continue.
Fino a quel giorno nei miei occhi di quindicenne il mio calcio e la mia Juve erano stati rappresentati dai gol visti in tv a 90° minuto e alla domenica sportiva e dall’album delle figurine panini, con gli scudetti argentati custoditi come trofei e i doppioni bianconeri non scambiati per niente al mondo.Fu forse per questo che, nonostante tutto, ammirai come in un sogno i colori e i calori di quel pomeriggio, così come i canti dei tanti tifosi inglesi incontrati nel nostro tragitto verso lo stadio. Per sentirmi adeguato alla situazione avevo stretto al collo la mia prima sciarpa bianconera, fatta di lana e acrilico, nonostante gli abbondanti venticinque/trenta gradi della capitale belga. Con la stessa fierezza, gli inglesi stringevano invece le loro bottiglie verdi e non ne incontrammo mai uno che non fosse sovrappeso, paonazzo in viso e pieno di alcool in corpo. Entrati finalmente nello stadio sentii dire dai “grandi” che non era quello il settore a noi destinato e che avrebbero dovuto tenere noi ragazzi sott’occhio. Rimasi senza parole nel vedere che di fronte a noi c’era un muro bianconero, il muro si trovava purtroppo nella curva opposta, era nell’altra curva che si trovavano i nostri connazionali. Noi, invece, eravamo stretti dalle tribune a destra e, a sinistra, da un muro rosso sangue, di una tonalità così intensa da macchiare anche il cielo del finalmente fresco tramonto belga. Neanche il tempo di godermi l’attesa di quello che auspicavo potesse essere uno dei giorni più belli della mia vita, che fummo letteralmente coinvolti da cori e dai movimenti degli inglesi che, fortunatamente, sembravano ignorarci o meglio non puntare dritto verso di noi, dandomi una sensazione di astrazione che è davvero difficile spiegare. Mentre tutti correvano, urlavano e protestavano, io ero a bocca aperta convinto di non essere nel posto che mi ero immaginato, di contro i reds hooligans avanzavano abbracciati tra loro e precedevano e preannunciavano le loro sortite con un fitto lancio di bottiglie, sassi e mattoni di cui tutto lo stadio, dentro e fuori, era incredibilmente pieno come neanche il peggior cantiere. Notammo così che le tifoserie non erano affatto divise tra loro e che, anzi, gli inglesi avrebbero facilmente sfondato le fragili reti divisorie, come in effetti avvenne. A tutelare la nostra incolumità c’erano una decina di poliziotti distratti e non curanti che presto fuggirono chissà dove e chissà da dove. Ci furono diverse ondate inglesi e a ogni ondata tutta la gente pacifica cercò di occupare nuovi spazi: c’era chi scappava, chi saliva e chi, come noi, scelse inconsapevolmente di salvarsi la vita, scendendo verso il terreno di gioco. La poca polizia belga presente sul campo diede l’impressione di volersi godere lo spettacolo con l’unica preoccupazione di evitare a tutti i costi l’invasione sul prato verde da parte degli spettatori. Fu probabilmente per questo motivo che ci vietarono, a più riprese, di toccare anche solo i cancelli e, per usare un linguaggio internazionale, non esitarono ad usare il manganello su tutto ciò che sporgesse dalle recinzioni, mani del sottoscritto comprese. All’ennesimo assalto inglese la gente dietro e sopra di noi sembrò scomparire e fu così che, approfittando della distrazione dei poliziotti, riuscimmo ad “invadere” il terreno di gioco. Sul campo vi era una situazione surreale, con la polizia a cavallo che si agitava senza senso brandendo i manganelli al vento, il tutto con gente che correva in ogni direzione.
Dopo poco ci fu intimato di scegliere se abbandonare lo stadio o continuare a “vedere la partita”. Scegliemmo la prima soluzione e, scappando via con i poliziotti che ci spingevano con degli sfollagente di legno, udimmo le urla e i pianti disperati di non so quante persone. Lì per lì non comprendemmo l’entità della tragedia, ma preferimmo non tornare sugli spalti perché la situazione si era fatta insostenibile e c’era una tensione inimmaginabile con la nostra curva che premeva per “vendicare” quanto accaduto.Una volta usciti dallo stadio fummo ospitati da una famiglia di emigrati italiani che ci fece telefonare a casa per rassicurare i parenti che, nel frattempo, avevano appreso da Bruno Pizzul che vi erano stati 39 morti.
Durante il viaggio di ritorno nessuno disse una parola una ed io e la mia sciarpa, col passare degli anni, incredibilmente, abbiamo dovuto passare più tempo a giustificare quella coppa piuttosto che a commemorare i nostri meno fortunati compagni di avventura."
Gobbodimare

HEYSEL - PER NON DIMENTICARE MAI

La notte precedente la partita non chiusi occhio.
L'orario del treno che ci avrebbe portato nella capitale Belga era previsto alle 5 del mattino, e l'unico mio pensiero era quello di non dimenticare proprio nulla; sciarpa, maglietta "Ariston" con il numero 10 sulla schiena, bandierone donatomi un anno prima da un amico di mio padre assiduo frequentatore della cuva Filadelfia.
Quando il treno si mosse dalla stazione avevo solo 13 anni (14 da compiere) e dopo la cocente sconfitta di soli 24 mesi prima ad Atene, alla quale presenziai, ero più che mai convinto che la "mia" Juventus mi avrebbe regalato la gioia più bella, nonostante i soliti "rosiconi" compagni di scuola, il giorno prima mi avessero "augurato", nel modo più sarcastico possibile, una buona partita.
Giunsimo finalmente a Bruxselles nel mezzo pomeriggio, e la prima tappa fu la Grand Place, immensa piazza nel centro cittadino.
Da buon adolescente ero rapito da un luogo completamente nuovo ai canoni soliti della piccola città di provincia in cui abitavo, e feci fatica a capire in quale situazione gravavano le centinaia di tifosi inglesi riversi sul ciotolato della piazza, ricordo però oggi come allora la "pila" di lattine e di bottiglie che giacevano in mezzo alla piazza, inevitabilmente vuote.
Ci spostanno in direzione ovest, per raggiungere il ristornate di una famiglia di emigrati pugliesi parenti di un nostro compagno di viaggio a depositare le valige e gli oggetti personali.
Lungo la strada i segni evidenti del passaggio degli inglesi era sotto gli occhi di tutti; vetrine spaccate, bidoni della nettezza urbana scoperchiati e buttati a terra, e come cornice a tutto questo scempio nemmeno un agente delle forze dell'ordine.
Posati i bagagli ci accingemmo verso lo stadio.
Saliti sul tram che ci avrebbe portato verso l'impianto sportivo, i "grandi" cominciarono a consigliare a tutti, sopratutto a noi giovani, di togliere sciarpe e qualunque vessillo che facesse capire i colori di appartenenza.
Rimasi quasi incredulo a tale richiesta, sopratutto quando mio padre mi disse di togliermi sciarpa e capello e di metterli subito all'interno del piccolo zainetto che conteneva qualche panino e una bottiglietta d'acqua.
Il dialogo tra i compagni di viaggio assunse in me un timore sempre più forte, quando la lingua parlata si trasformò in francese, un metodo che consetì di mischiarsi tra la gente del luogo, senza dar modo agli inglesi che man mano salivano sul mezzo pubblico, di inveire contro tifosi della fazione opposta.
Giunti in prossimità dello stadio la polvere che si alzava dal movimento degli zoccoli dei cavalli era inverosimile, la temperatura aveva sopravanzato i 25 gradi, e i pochi agenti a cavallo sparsi lungo gli ingressi avevano un'aria incredula nel vedere giungere una così vasta mole di persone, quasi come se non fossero pronti ad un simile scenario.
Finalmente dentro, dentro lo stadio, nella curva opposta a quella tribuna "z" che da li a poco sarebbe diventata un inferno.
Ma in quel momento tutte le paure avute prima e durante il tragitto erano scomparse, ero tornato bambino, con la mia sciarpa al collo, il mio cappellino e quegli occhi grandi di chi, da adolescente, vede e dovrebbe vedere il mondo, sopratutto quello sportivo, come qualcosa in cui credere, per cui gioire, da raccontare per tutta la propria esistenza prima agli amici, poi ai figli e infine anche ai nipotini.
Ma...ad un certo punto, saranno state le 19:30 minuto più minuto meno, cominciai a vedere nella curva opposta un fitto lancio di qualcosa che non riuscivo a definire, forse bottigliette vuote, e in un primo momento pensai a qualcosa di divertente, qualcosa che intratteneva il pubblico pagante ad un'ora dall'inizio dell'incontro.
I miei occhi non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel settore, nonostante la nostra curva fosse un tripudio di cori e colori.
Nel momento in cui cominciai a vedere un continuo movimento ondulatorio da parte della gente qualcosa in me comincio a non quadrare, così chiesi a mio padre che cosa stesse succedendo.
Lui, esperto, maturo e sicuramente più consapevole di me, mi disse di non preoccuparmi, che non stava succedendo nulla, ma così non era.
Un boato scosse quella parte di stadio in cui ero assiepato, crollo quel muro.
Un rumore che oggi è diventato inevitabilmente sordo, ma che mi porto ancora dietro.
Nella "nostra" curva i più si accorserò della tragedia che si stava consumando, e i più esagitati cominciarono a sfondare le reti di recinzione per riversarsi ad aiutare i nostri connazionali, la paura a quel punto prese inevitabilmente il sopravvento.
Di quei momenti ricordo solo una cosa; dissi a mio padre "andiamo via".
Se ci ripenso oggi a quella frase trovo quasi irreale che un bambino di 13 anni, dopo essere giunto in una città straniera a vedere i suoi idoli giocarsi la finale di una Coppa dei Campioni, abbia voglia di andare via, scappare.
Ma è altresì vero che quel bambino, in quel luogo, in quella circostanza, aveva perso tutti i punti di orientamento, tutti i parametri per cui era arrivato lì.
Quel bambino di 13 anni voleva vedere una partita, voleva vedere Platini, Boniek, Tardelli, Cabrini, voleva gioire per una vittoria e probabilmente anche piangere per una sconfitta, ma mai e poi mai avrebbe voluto vedere la paura, lo sgomento, la urla, il dolore per una "semplice" partita di calcio.
Usciti dallo stadio, il fuggi fuggi era generale, gente che scappava in ogni direzione, il servizio d'ordine fuori controllo, se mai un controllo lo avesse avuto, ho visto persone lanciarsi dentro ai tram in corsa pur di andare via, ho visto le persone delle bancarelle che vendevano bandiere e sciarpe chiudere di corsa e scappare.
Ho visto cose che mai avrei voluto vedere.
Giungemmo finalmente in quel ristorante di emigranti pugliesi, la partita era già cominciata, mio padre per non darmi ancora preoccupazioni mi mise seduto a guardare la partita, ma il mio primo pensiero fu rivolto a mia madre, volevo sentire la mamma, volevo parlare con lei, volevo dirgli che io e papà stavamo bene.
Le notizie erano già di pubblico dominio, ricordo adesso come ieri i volti di quei signori che ci ospitarono, ricordo i loro occhi mentre guardavano noi bambini.
Non c'erano i cellulari, e le linee erano intasate, non si riusciva a chiamare casa, mio padre riuscii solo a prendere la linea con mio zio, rassicurandolo che stavamo bene, che eravamo al sicuro, di chiamare immediatamente mia madre per rassicurarla che ci aveva sentito e che stavamo bene.
Mia madre, in seguito, mi raccontò che non credette ad una sola parola di mio zio, pensando invece che era successo qualcosa, che era impossibile che eravamo riusciti a parlare con lui e non con lei, che quando Bruno Pizzul diede quelle notizie non riuscì più a parlare.
Le ultime immagini che ricordo di quel giorno sono quelle della stazione dei treni, ricordo inglesi ubriachi con la testa piena di sangue giungere alla spicciolata ad aspettare un treno che li avrebbe riportati a casa, ricordo mio padre e con lui altri compagni di viaggio che si misero davanti a noi per proteggerci da qualunque tipo di aggressione che si sarebbe potuta ancora consumare.
Ricordo che arrivò un treno, ricordo che ci salii sopra, ricordo che ero stanco, tanto stanco, ricordo che mi addormentai, credendo di lasciarmi alle spalle una giornata che invece non potrò mai dimenticare.
Arrivammo a casa, alla stazione di Ventimiglia c'erano i giornalisti del Secolo XIX che ci aspettavano, per domandarci notizie, impressioni, come stavamo e cosa avevamo visto.
Nessuno parlò, nessuno ebbe la voglia di dichiarare nulla.
Il venerdì quando tornai a scuola, compagni e professoressa mi accolserò quasi come un reduce di guerra, mi rimarranno impressi per sempre i loro volti, mi rimarra impressa per sempre quella mattinata a parlare di cosa accadde, di vedere la mia foto, quella di mio padre, e di molti altri compagni di avventura impresse sul giornale.
Non misi piede in uno stadio di calcio per oltre un anno.
Quel giorno in me morirono 39 persone e con loro morì anche la mia voglia di un certo calcio, quello delle radioline, quello dei mercoledì sera per la Coppa dei Campioni, quel calcio che un adolescente vive nella sua vita una volta sola, quel calcio che in quel maledetto 29 maggio ha tolto la semplicità e lo stupore di una partita di pallone ad un bambino di 13 anni.
Ora mi è scesa una lacrima, quella lacrima che per sempre accompagnerà il ricordo.
I nomi delle persone cadute a Bruxelles, i tifosi che volevano festeggiare una partita di calcio:
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conto
Dirk Daenicky
Dionisio Fabbro
Jaques Francois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giavacchino Landinni
Roberto Lorenzini
Barbara in Margiotta Lusci
Franco Martelli
Loris Massore
Gianni Mastroiaca
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Bento Pistalato
Patrick Radcliffe
Demenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domencio Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Mario Spanu
Amedeo Giuseppe Spolaore
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni