..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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venerdì 29 maggio 2020

Quella lacrima che per sempre accompagnerà il ricordo


La notte precedente la partita non chiusi occhio. 
L'orario del treno che ci avrebbe portato nella capitale Belga era previsto alle 5 del mattino, e l'unico mio pensiero era quello di non dimenticare proprio nulla: sciarpa, maglietta "Ariston" con il numero 10 sulla schiena, bandierone donatomi un anno prima da un amico di mio padre assiduo frequentatore della curva Filadelfia. 
Quando il treno si mosse dalla stazione avevo solo 13 anni (14 da compiere) e dopo la cocente sconfitta di soli 24 mesi prima ad Atene, alla quale presenziai, ero più che mai convinto che la Juventus mi avrebbe regalato la gioia più bella, nonostante i soliti rosiconi compagni di scuola mi avessero augurato, nel modo più sarcastico possibile, una "buona partita". 
Giungemmo finalmente a Bruxelles nel mezzo pomeriggio, e la prima tappa fu la Grand Place, immensa piazza nel centro cittadino. Da buon adolescente ero rapito da un luogo completamente nuovo ai canoni soliti della piccola città di provincia in cui abitavo, e feci fatica a capire in quale situazione gravavano le centinaia di tifosi inglesi riversi sul ciotolato, ricordo però oggi come allora la "pila" di lattine e di bottiglie vuote che giacevano in mezzo alla piazza. 
Ci spostammo in direzione ovest, per raggiungere il ristorante di una famiglia di emigrati pugliesi parenti di un nostro compagno di viaggio a depositare le valige e gli oggetti personali. Lungo la strada i segni evidenti del passaggio degli inglesi era sotto gli occhi di tutti: vetrine spaccate, bidoni della nettezza urbana scoperchiati e buttati a terra, e come cornice a tutto questo scempio nemmeno un agente delle forze dell'ordine. 
Posati i bagagli ci accingemmo verso lo stadio. Saliti sul tram che ci avrebbe portato verso l'impianto sportivo, i grandi cominciarono a consigliare a tutti, sopratutto a noi giovani, di togliere qualunque vessillo che facesse capire i colori di appartenenza. Rimasi quasi incredulo a tale richiesta, sopratutto quando mio padre mi disse di togliermi sciarpa e capello e di metterli subito all'interno del piccolo zainetto che conteneva qualche panino e una bottiglietta d'acqua. Il dialogo intercorso tra i compagni di viaggio assunse in me un timore sempre più forte, nel momento in cui iniziarono a parlare in lingua francese, un metodo che consentì di mischiarsi tra la gente del luogo, senza dar modo agli inglesi che man mano salivano sul mezzo pubblico di inveire contro tifosi della fazione opposta. 
Giunti in prossimità dello stadio la polvere che si alzava dal movimento degli zoccoli dei cavalli era inverosimile, la temperatura aveva sopravanzato i 25 gradi, e i pochi agenti sparsi lungo gli ingressi avevano un'aria incredula nel vedere giungere una così vasta mole di persone, come se non fossero pronti ad un simile scenario. 
Finalmente dentro, dentro lo stadio, nella curva opposta a quella tribuna "z" che da li a poco sarebbe diventata un inferno. Ma in quel momento tutte le paure avute prima e durante il tragitto erano scomparse, ero tornato bambino, con la mia sciarpa al collo, il mio cappellino e quegli occhi grandi di chi, da adolescente, vede e dovrebbe vedere il mondo, sopratutto quello sportivo, come qualcosa in cui credere, per cui gioire, da raccontare per tutta la propria esistenza prima agli amici, poi ai figli e infine anche ai nipotini. 
Ma...ad un certo punto, saranno state le 19:30 minuto più minuto meno, cominciai a vedere nella curva opposta un fitto lancio di qualcosa che non riuscivo a definire, forse bottigliette vuote, e in un primo momento pensai a qualcosa di divertente, qualcosa che intratteneva il pubblico pagante ad un'ora dall'inizio dell'incontro. I miei occhi non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel settore, nonostante la nostra curva fosse un tripudio di cori e colori. Nel momento in cui cominciai a vedere un continuo movimento ondulatorio da parte della gente qualcosa in me comincio a non quadrare, così chiesi a mio padre che cosa stesse succedendo. Lui, esperto, maturo e sicuramente più consapevole di me, mi disse di non preoccuparmi, che non stava succedendo nulla, ma così non era. 
Un boato scosse quella parte di stadio in cui ero assiepato. 
Crollò quel muro. 
Un rumore che oggi è diventato inevitabilmente sordo, ma che mi porto ancora dentro. 
Nella nostra curva i più si accorsero della tragedia che si stava consumando, e i più esagitati cominciarono a sfondare le reti di recinzione per riversarsi ad aiutare i nostri connazionali, la paura a quel punto prese il sopravvento. 
Di quei momenti ricordo solo una cosa, dissi a mio padre: "Andiamo via!". 
Se ci ripenso oggi a quella frase trovo quasi irreale che un bambino di 13 anni, dopo essere giunto in una città straniera a vedere i suoi idoli giocarsi la finale di Coppa dei Campioni abbia voglia di andare via, scappare. 
Ma è altresì vero che quel bambino, in quel luogo, in quella circostanza, aveva perso tutti i punti di orientamento, tutte le ragioni e i motivi per cui era giunto fino lì. Quel bambino di 13 anni voleva vedere una partita, voleva vedere Platini, Boniek, Tardelli, Cabrini, voleva gioire per una vittoria e probabilmente anche piangere per una sconfitta, ma mai e poi mai avrebbe voluto vedere la paura, lo sgomento, la urla, il dolore per una semplice partita di calcio. 
Usciti dallo stadio il fuggi fuggi fu generale: gente che scappava in ogni direzione, il servizio d'ordine fuori controllo, se mai un controllo lo avesse avuto. Ho visto persone lanciarsi dentro ai tram in corsa pur di andare via, ho visto i proprietari delle bancarelle che vendevano bandiere e sciarpe chiudere di corsa e scappare. Ho visto cose che mai avrei voluto vedere. 
Giungemmo finalmente in quel ristorante di emigranti pugliesi, la partita era già cominciata, mio padre per non darmi ancora preoccupazioni mi mise seduto a guardarla, ma il mio primo pensiero fu rivolto a mia madre, volevo sentire la mamma, volevo parlare con lei, volevo dirgli che io e papà stavamo bene. 
Le notizie erano già di pubblico dominio, ricordo adesso come ieri i volti di quei signori che ci ospitarono, ricordo i loro occhi mentre guardavano noi bambini. Non c'erano i cellulari, e le linee erano intasate, non si riusciva a chiamare casa, mio padre riuscii solo a prendere la linea con mio zio, rassicurandolo che stavamo bene, che eravamo al sicuro, di chiamare immediatamente mia madre per rassicurarla che ci aveva sentito e che stavamo bene. 
Mia madre, in seguito, mi raccontò che non credette ad una sola parola del fratello di papà, pensando invece che era successo qualcosa, che era impossibile che eravamo riusciti a parlare con lui e non con lei. Mi raccontò che nel momento in cui Bruno Pizzul iniziò a diffondere le prime tragiche notizie non riuscì più a parlare. 
Le ultime immagini che ricordo di quel giorno sono quelle della stazione dei treni, ricordo inglesi ubriachi con la testa piena di sangue giungere alla spicciolata ad aspettare un treno che li avrebbe riportati a casa, ricordo mio padre e con lui altri compagni di viaggio che si misero davanti a noi bambini per proteggerci da qualunque tipo di aggressione che si sarebbe potuta ancora consumare. 
Ricordo che arrivò un treno, ricordo che ci salii sopra, ricordo che ero stanco, tanto stanco, ricordo che mi addormentai, credendo di lasciarmi alle spalle una giornata che invece non potrò mai dimenticare. 
Arrivammo a casa, alla stazione di Ventimiglia c'erano i giornalisti del Secolo XIX che ci aspettavano per domandarci notizie, impressioni, come stavamo e cosa avevamo visto e vissuto. Nessuno parlò, nessuno ebbe la voglia di dichiarare nulla. Il venerdì quando tornai a scuola tutti mi accolsero come un reduce di guerra. Mi rimarranno impressi per sempre i loro volti, mi rimarrà impressa per sempre quella mattinata a parlare di cosa accadde, di vedere la mia foto, quella di mio padre, e di molti altri compagni di avventura impresse sul giornale. 
Non misi piede in uno stadio di calcio per oltre un anno. 
Quel giorno in me morirono 39 persone e con loro morì anche la mia voglia di un certo calcio. 
Quello delle radioline, quello dei mercoledì sera con le partite di Coppa dei Campioni, quel calcio che un adolescente vive nella sua vita una volta sola, quel calcio che in quel maledetto 29 maggio ha tolto la semplicità e lo stupore di una partita di pallone ad un bambino di 13 anni. 
Ora mi è scesa una lacrima, quella lacrima che per sempre accompagnerà il ricordo. 
I nomi delle persone cadute a Bruxelles, i tifosi che volevano festeggiare una partita di calcio: Rocco Acerra Bruno Balli Alfons Bos Giancarlo Bruschera Andrea Casula Giovanni Casula Nino Cerrullo Willy Chielens Giuseppina Conto Dirk Daenicky Dionisio Fabbro Jaques Francois Eugenio Gagliano Francesco Galli Giancarlo Gonnelli Alberto Guarini Giavacchino Landinni Roberto Lorenzini Barbara in Margiotta Lusci Franco Martelli Loris Massore Gianni Mastroiaca Sergio Bastino Mazzino Luciano Rocco Papaluca Bento Pistalato Patrick Radcliffe Demenico Ragazzi Antonio Ragnanese Claude Robert Mario Ronchi Domencio Russo Tarcisio Salvi Gianfranco Sarto Mario Spanu Amedeo Giuseppe Spolaore Tarcisio Venturin Jean Michel Walla Claudio Zavaroni

sabato 20 luglio 2019

Da Stoke-on-Trent a Torino

Storia di un gallese atipico che dopo 11 anni di Arsenal e una vita dedicata e spesa per l'English Football ha deciso di cambiare vita, abitudini, obbiettivi, sposando il nuovo progetto Juventus

giovedì 10 maggio 2018

Una storia infinita

Centoventuno anni dopo la fondazione, trentasette anni dopo "Er go' de Turone" (quello della moviola falsa), dodici anni dopo Farsopoli (quello che ha fatto contenti gli amici degli amici), la storia racconta ancora il dominio di una squadra nata solo ed esclusivamente per vincere.

mercoledì 16 luglio 2014

IL PUNTO DI NON RITORNO

Certe cose non succedono mai all'improvviso, e nemmeno per caso.
La conferenza stampa di fine stagione (primi di maggio) è li che lo testimonia.
Basta avere la volontà di ascoltarla. E comprenderla.
Il Mondiale ha soffocato tutto, consigliando il silenzio.
Destabilizzare, in Italia, non è mai cosa buona e giusta.
Era già tutto deciso, da entrambe le parti. Da tempo.
L'amante sapeva che non c'era più niente da mordere. 
La Signora al corrente di non voler più proseguire il rapporto.
Un matrimonio stanco in cui non ha funzionato nemmeno il sesso.
Tutto il resto, dalle parole fatte a quelle non dette, alibi destinati al tifoso medio.
Oggi c'è il fuggi fuggi generale.
C'è chi ha detto addio, c'è chi sta già impostando l'albero di Natale, c'è chi s'accanisce con chi difende questo o quello, e viceversa. 
C'è chi ha messo nero su bianco una firma per altri colori e chi del roseo futuro vuole saperne di più. 
Ho la sensazione che abbiano raggiunto il punto di non ritorno.

giovedì 29 maggio 2014

HEYSEL - PER NON DIMENTICARE MAI

Mio padre, che oggi non c'è più, era Juventino.
La passione per il calcio nacque da lui.
Con lui ho girato l'Europa a vedere partite di calcio, le partite della Juventus.
In quegli anni, quando ero ancora un bambino, seguivo il calcio inglese.
Amavo il calcio inglese.
Prima TeleCapodistria, poi TeleMontecarlo, mi rendevano i sabati pomeriggio un evento.
C'era Sandro Piccinini a commentare.
Amavo tutto di quel football. Stadi, giocatori, passione.
Il Subbuteo mi faceva rivivere quegli eventi, quell'atmosfera.
Ricordo come se fosse oggi il primo match in cui vidi l'Arsenal. 
Era un NLD.
Poi arrivò Bruxelles, ed il trauma fu forte.
Ma non mi arresi.....

venerdì 25 maggio 2012

LA "10"

"Penso che non bisogna togliere il sogno a nessun bambino di potere indossare un giorno quella maglia"
Alessandro Del Piero

domenica 13 maggio 2012

GRAZIE ALESSANDRO

Diciannove anni, oggi un lampo, ieri l'inizio della più grande storia d'amore mai vissuta con una maglia bianca e nera. Diciannove anni fa ebbi l'onore di essere presente al suo esordio, quando ragazzino cominciò a muovere i primi passi, e a segnare i primi gol, con la casacca della Juventus. Un campionato, quello di diciannove anni fa, concluso con la vittoria finale, quando erano Vialli e Roberto Baggio i leader di una squadra che fece la storia del calcio italiano e internazionale, con Alessandro presente, e protagonista.
Oggi la grande storia d'amore di Alessandro Del Piero e la Juventus si conclude con un altro trionfo, forse per Alessandro il più bello, quello più sentito, quello che ha certificato una volta di più la classe del più forte giocatore italiano degli ultimi vent'anni.
Oggi è il giorno della nostalgia, delle lacrime (quelle buone), dei ricordi, dei pensieri che volano attraverso quattro lustri vissuti intensamente, come nessuno mai era riuscito a far vivere al calcio italiano, alla Juventus in particolare.

lunedì 7 maggio 2012

LA TERZA STELLA

La Juventus vince lo scudetto stagione 2011/2012, meritatamente, da imbattuta, esprimendo un calcio a tratti spettacolare, fatto di convinzione, tenacia, grinta, classe, interpretato da un gruppo solido che ha fatto della filosofia del proprio allenatore il motivo per imporre la propria legge su ogni campo, in ogni incontro, contro ogni previsione. Se al termine dei novanta minuti che attendono la squadra bianconera nell'incontro di sabato prossimo contro l'Atalanta il risultato sarà positivo, non solo la Juventus avrà vinto lo scudetto ma avrà messo a segno un risultato che nella storia del calcio italiano non ha precedenti: vincere da imbattuta. Nemmeno l'armata di Trapattoni, il trio olandese di Sacchi, l'Inter dei record, la Juventus di Lippi e Capello, l'Inter facilitata di Mancini erano riuscite a concludere i loro trionfi senza subire sconfitte. Un risultato che va oltre il "semplice" essersi appiccicati sulle maglie il tricolore, un risultato che rimarrà indelebile per sempre nella storia del calcio italiano, nella storia del Club più vincente dello stivale; autobiografico, come storia insegna. Uno scudetto che significa terza stella, trenta campionati trenta vinti regolarmente e meritatamente sul campo, nonostante molti, garantisti all'occorrenza, faranno seguire le solite, inutili, banali e sterili polemiche su fatti che solo una giustizia pasticciona e deviata ha vergognosamente insabbiato.

mercoledì 21 marzo 2012

CI SARA' SEMPRE QUALCOSA

La Juventus è la prima finalista di Coppa Italia, grazie al pareggio per 2-2 con cui ieri sera allo Juventus Stadium i ragazzi di Conte hanno staccato il biglietto per la finalissima del 20 maggio.
Un risultato tutto sommato normale se si considera la storia dei bianconeri, ma al tempo stesso un risultato che dopo anni di delusioni e parole ha avuto l'effetto di far rivivere ai milioni di tifosi bianconeri il brivido di una partita importante, il godimento per aver raggiunto uno dei traguardi prefissi ad inizio stagione, a prescindere di come andrà a fine maggio allo Stadio Olimpico di Roma.

martedì 1 novembre 2011

venerdì 16 settembre 2011

THANKS NOTTS

Una serata speciale a Torino, si inaugura il nuovo stadio della Juventus.
L’evento atteso da anni, vissuto attraverso i racconti e le immagini di chi per passione ne ha seguito le varie fasi dai primissimi giorni e ha voluto condividerne le gioie e le delusioni con altri amici bianconeri, anche attraverso le pagine di un forum.

lunedì 12 settembre 2011

venerdì 9 settembre 2011

LA CASA DEI 29 SCUDETTI

WELCOME HOME JUVENTUS

Meraviglioso. Questo è stato il mio primo pensiero alla vista, finalmente definitiva, dello stadio di proprietà della Juventus Football Club; e detto da uno abituato all'Emirates Stadium, così come Goodison Park, Old Trafford o il White Hart Lane, qualcosa vorrà pur dire. La Juventus ha creato, in Italia ma non solo, un impianto eccellente, curato in ogni dettaglio, funzionale al gioco del calcio, con spogliatoi di rara bellezza, parcheggi, aree di verde, una pavimentazione esterna cromatica con tanto di stelle acquistate dai tifosi. Bellissimo anche l'interno, con distanze minime tra il pubblico e i giocatori, la zona panchine a diretto contatto con la gente, un manto erboso che finalmente tale si può chiamare. Sia chiaro: tutto nella norma. Solo che in Italia fa notizia, perché a guardarci intorno non si fa fatica a capire le distanze che intercorrono tra noi e gli altri, e non solo in fatto di impianti sportivi. A mettere in risalto tutto questo c'ha pensato un'inaugurazione stile Olimpiadi, con figure che hanno offerto disegni e scritte al pubblico presente e agli utenti collegati da casa, e poi ancora luci, grandi campioni bianconeri del presente e del passato a fare passerella all'interno dell'arena, e un Andrea Agnelli visibilmente commosso alla lettura ufficiale della presentazione dello stadio.

sabato 3 settembre 2011

domenica 29 maggio 2011

29 MAGGIO 1995

Sono passati ventisei anni da quel tragico giorno, da quella notte che mai si potrà dimenticare.
All'Heysel io c'ero.

giovedì 26 maggio 2011

LA JUVENTUS

Quando ho ascoltato Andrea Agnelli, intervenuto al convegno "la Juventus ieri, oggi e domani" organizzato da CalcioGP, ho trovato nelle sue parole tanta voglia di Juventus, di quello che, secondo Lui, sarà il calcio di domani, e nonostante l'abbia criticato per la scelta fatta nei confronti di Delneri, sposo la sua determinazione, condividendone i concetti.

martedì 24 maggio 2011

PAZIENZA E FIDUCIA

Antonio Conte sarà il nuovo allenatore della Juventus. Lo dicono tutti, lo scrivono tutti, e anche lo stesso tecnico salentino, attraverso un'intervista rilasciata sulle pagine di Tuttosport, non lascia molti dubbi a riguardo: "Bisogna onorare la maglia, i tifosi, rispettare la società. Quindi sino all'ultimo giorno ci vuole professionalità e attaccamento ai colori. Questi sono i requisiti necessari per fare bene. E non transigo.".