..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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venerdì 27 marzo 2020

Coronavirus: negli Usa 86 mila contagiati. In Spagna quasi 5 mila morti


In Europa la metà dei casi mondiali ma ora gli Usa rischiano di diventare il nuovo epicentro della pandemia. In Cina 54 casi sui 55 nuovi totali sono "di ritorno". La Russia chiude bar e ristoranti, Turchia mette in quarantena i migranti al confine greco.

venerdì 20 marzo 2020

“Li portano via le ambulanze, non tornano neppure morti”


“Hai visto? Hai visto?”, gli dice sua moglie, con lo sguardo che dopo 11 giorni, infine, torna a brillarle, “Vai in ospedale! Sei contento?”, gli dice, e Antonio Amato, 40 anni, si gira appena, sul divano in soggiorno: e stringe stretto la sua bombola d’ossigeno. Chiamavi il 118, un tempo, e speravi che il medico arrivasse, e ti dicesse che non era niente di speciale. E ti lasciasse a casa. Ora ti ricoverano d’urgenza, e ti senti come se avessi vinto un terno al lotto: hai trovato un posto in terapia intensiva. 
I due figli, due bambini, in isolamento nella loro cameretta, escono, in pigiama. Fanno ciao dalla soglia della stanza. Sulla bocca, per mascherina, un peluche. 
Ad Alzano Lombardo, la zona più rossa di un’Italia in quarantena in cui mentre scrivo, si contano 31.506 contagiati e 2.503 morti, le ambulanze non usano più la sirena, ma i lampeggianti: per evitare il panico. Le strade, tanto, sono deserte. Gli unici che incroci sono i furgoncini delle pompe funebri. Siamo vicino Bergamo, in una regione di 10 milioni di abitanti in cui secondo l’assessore al Welfare, la sera, negli ospedali, tra i nuovi arrivi e i dimessi, diretti a casa o in cimitero, in terapia intensiva restano non più di una ventina di letti liberi. Ma qui, dove tutto è cominciato, e siamo due settimane avanti rispetto al resto del paese, e dell’Europa, non sono finiti solo i letti: è agli sgoccioli anche l’ossigeno. Durante il suo ultimo turno di notte, il farmacista Andrea Raciti ha avuto 42 richieste. E non gli era rimasta neppure una bombola. 
Per chi sta a casa, la cura è la tachipirina. E molta fortuna. 
Sulle ambulanze della Croce Rossa, le mascherine oggi sono quelle recuperate dalla madre dentista del più giovane dei volontari, Sergio Solivani, 21 anni. Studente di filosofia. Una facoltà che torna quanto mai utile, in questo momento: perché la scelta non è come intervenire, ma prima di tutto, se intervenire. Non è più solo questione di medicina, ormai, ma di morale. “Soprattutto con i più anziani”, dice. Che tra l’altro, statisticamente, come è noto, sono i più e più ferocemente colpiti. “Spesso ricoverarli è peggio. Perché poi in ospedale, ora che le visite sono vietate, restano soli. In mezzo a degli sconosciuti”, dice. “Una volta abbiamo riflettuto a lungo, insieme alla Centrale, ai medici, e alla fine, abbiamo deciso il trasporto in ospedale. Due giorni dopo, ho letto il nome della signora tra i necrologi. Che significa che è morta subito. Magari mentre era ancora in fila per l’accettazione. E ho pensato: Chissà se avrà avuto almeno un bicchiere d’acqua”. 
“Non un po’ d’ossigeno”, dice. “Solo un po’ d’acqua”. E abbassa lo sguardo. 
E poi: restano soli, ma anche, magari, lasciano soli. “C’era questa signora fragilissima, ieri. Tutta ossa. Avevano una badante: ma era a casa sua con la febbre. E il marito è rimasto lì, sulla porta. Frastornato. Un uomo quasi cieco. Chiaramente non autonomo. E ci siamo detti: E lui, ora? Qui salvi uno, e rovini l’altro”. 
Perché non tutti hanno un figlio vicino, come invece Teresina Varesi, 87 anni e difficoltà a respirare. E febbre, sembra. E dolori al torace. Ma non è semplice capire cosa ha, perché non è abbastanza lucida da spiegarsi, spiega Lujan, la badante sudamericana che si occupa di lei, e della casa, in modo impeccabile, e sta qui, in trincea, armata di guanti e candeggina, anche se ha paura: Ma come posso andare via?, dice – giù in Bolivia, vivono del suo stipendio: e disinfetta subito anche la penna con cui mi appunto un attimo il suo nome. Il figlio, intanto, aiuta l’equipaggio della Croce Rossa ad adagiarla sul letto senza che si rompa, per quanto è minuta. E come tutti i figli, non si arrende: e mentre lei sta lì, nella penombra della sua stanza, sotto un’icona della Madonna, a cercare aria, così raggomitolata su di sé che si distingue a stento dalle coperte, come un fagotto di stracci, dice: Magari è un colpo di freddo – anche se non esce di casa da una vita. E dice no al ricovero. Ma d’altra parte: l’ospedale più vicino sarebbe il Niguarda. A Milano. 
Alla fine, giù in strada, uno alla volta, ci srotoliamo via di dosso la tuta bianca. E poi i guanti. La mascherina. E disinfettiamo tutto, centimetro a centimetro – l’ultimo aiutato dal primo, che poi si cambia di nuovo i guanti: perché è una specie di domino, qui. Come ti disinfetti davvero, quando ormai è infetto anche il tappo del disinfettante? 
Da dietro le finestre, gli altri inquilini ci fissano spauriti. Chi sarà il prossimo? 
A Alzano Lombardo, a ogni starnuto hai un attacco d’ansia. Perché poi, nessuno sa ancora con esattezza quali siano i sintomi di questo virus che qui è ovunque. E quindi, a ogni starnuto ti chiedi se sia l’inizio. Se sia arrivato infine il tuo turno. Ti svegli, la mattina, ed è la prima cosa che controlli: respiro ancora regolarmente? 
Poi deglutisci, controlli la gola. 
Poi inclini la testa. A destra, poi a sinistra. 
E controlli le orecchie.  
E poi fai un altro respiro. Il più profondo possibile. E controlli di nuovo. 
Respiro ancora? Sicuri? 
Dall’esame delle celle telefoniche è emerso che persino in Lombardia, persino nell’epicentro della crisi, il 40 percento degli italiani continua a violare la quarantena, e spostarsi. Molti, ancora, continuano a dire che in fondo, i morti erano già molto anziani. O comunque, con altre patologie. E che quindi, in realtà, sono morti d’altro. Ma in un certo senso, è l’opposto: ora anche chi muore d’altro, in realtà, muore di Covid-19. Muore di collasso del sistema sanitario. Romano Lugli ha 89 anni, ed è scivolato in corridoio. La figlia, figlia unica e senza figli, convalescente di un tumore al fegato, è allo stremo. Non c’è modo di avere assistenza a domicilio, in questi giorni, ha chiesto ovunque, e mentre spera che sia ricoverato, che si trovi un letto libero, gira nervosa in soggiorno, e mi domanda: “Sbaglio?, che dici, Sbaglio? O è meglio così? Che dici?” – perché con la tuta bianca, siamo tutti uguali: e non si ricorda che io sono solo la giornalista. Tentiamo di dirle che suo padre è sano, a parte l’età. E la contusione. E che in ospedale, invece, si ammalerà. Ma è sfinita, e stravolta, ha chiamato il 118 alle 19.50 e siamo arrivati alle 22.30, è fragile, e sola, in lacrime, “Che dici? Sbaglio?”, ripete, “Che dici?”, e di istinto, uno di noi fa per abbracciarla: prima di ritrarsi, e dire: Scusi, scusi non posso – e restare lì, con le braccia a mezz’aria: a un metro di distanza. E quando il padre è ormai sul pianerottolo, tutto agganciato a una sedia a rotelle, è il momento di dirle che da ora, però, non potrà più vederlo: perché nelle sue condizioni, appena operata, il virus sarebbe letale. “Forse… Cioè, magari… Ha dimenticato niente?”, farfuglia uno di noi, cercando le parole migliori – o almeno, le meno peggiori. “Ha un’ultima cosa da dirgli?”, dice. E lei si accorge che non sa dove sia il tesserino sanitario. “Dov’è? Papà! il tesserino sanitario, dov’è? Papà! Tu e il tuo disordine!”, gli dice, rovistando nei cassetti. E nessuno ha il coraggio di dirle che un giorno, probabilmente, ricorderà che questo è tutto quello che ha detto a suo padre, l’ultima volta che gli ha parlato. 
Dov’è il tesserino sanitario? 
E ci aspetta per 35 minuti, un’eternità, per un codice rosso, anche Andrea Travelli, che ha 60 anni e febbre alta da una settimana. In casa non c’è che tachipirina. “E la febbre non scende, è inutile”, dice il genero, una parola alla volta perché la voce non gli si spezzi. Perché poi, tra i personaggi famosi ora chi ha il virus si precipita a comunicarlo via Facebook, con questi video in cui sembra sia solo un po’ di tosse, solo questione di un po’ di latte e miele: “e invece avere un malato in casa è un’agonia”, dice, “un’agonia per tutti”. E infatti la notte, adesso che le ambulanze hanno le sirene spente, che è tornato il silenzio, a volte senti la concitazione di una famiglia che si sveglia, e nel buio, vedi le luci accendersi, una dopo l’altra: è un figlio, un fratello in crisi respiratoria. Ed è il panico. Perché poi, non una, ma mille volte, viene il momento più difficile: il momento di scegliere. “Ed è difficile per noi per primi”, dice Samantha Cortesi, in Croce Rossa da vent’anni su 45. “Eravamo abituati a stabilizzare e basta. Ad arrivare, e veloci, correre in ospedale. Mentre ora, siamo qui a decidere se andarci o meno. E a decidere in pochi minuti”, dice, prima di tirare fuori tutta la delicatezza possibile, e spiegare alle figlie di Andrea Travelli che in questo momento, per il padre un ospedale sarebbe ancora più pericoloso di questa casa in cui c’è solo tachipirina. “Resisterà. Resisterà”, prova a rassicurarle. “In fondo, quando non tossisce respira”. 
“In circostanze normali, con casi così non avremmo avuto il minimo dubbio. E avremmo ricoverato d’urgenza”, dice Nadia Vallati, che a 41 anni, è un’altra delle veterane della Croce Rossa. “Ma ora, per quanto sia drammatico, e ci stia segnando tutti per sempre, abbiamo l’obbligo di dirlo: Probabilmente rivedrete il vostro familiare solo da morto”. 
“Anzi. Ora sono sospesi anche i funerali. Neppure da morto”.

lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus, i 47 giorni che hanno stravolto l’Italia


29 gennaio - Una coppia di coniugi di Wuhan in vacanza a Roma viene prelevata dall’Hotel Palatino di Via Cavour e portata all’ospedale Spallanzani. Verrà diagnosticata ad entrambi una polmonite da Sars-CoV-2. 
30 gennaio - Il presidente del Consiglio Conte annuncia i primi due casi di contagio e la chiusura del traffico aereo da e per la Cina. 31 gennaio Una nave da crociera con 6000 persone a bordo viene bloccata a largo di Civitavecchia per due casi sospetti. L’Oms dichiara l’emergenza sanitaria internazionale. Il direttore dello Spallanzani Giuseppe Ippolito riferisce in conferenza stampa il rapporto del Centro europeo per il controllo delle malattie: “Il rischio di ulteriori limitate trasmissioni da persona a persona all’interno dell’Ue è da basso a molto basso”. 
1 febbraio - Il Consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro. Viene nominato Commissario straordinario il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. 
2 febbraio - Sessantasette italiani vengono rimpatriati da Wuhan e portati nella caserma militare della Cecchignola per la quarantena. 
4 febbraio - Il Ministero della Salute istituisce una task force dedicata al virus 2019-nCoV e rafforza i controlli negli aeroporti e porti italiani. I presidenti leghisti di Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia e della provincia autonoma di Trento chiedono al governo di imporre la quarantena a chi rientra dalla Cina, compresi gli alunni delle scuole. 
5-21 febbraio - Tutto procede in una placida routine. Renzi minaccia battaglia sulla prescrizione. I morti sono oltre 1000 in Cina. 
21 febbraio - È il nostro venerdì nero. A 54 minuti dalla mezzanotte l’Ansa batte la prima agenzia: “Coronavirus, un contagiato in Lombardia”. È il “paziente uno”, un 38enne ricoverato per polmonite all’ospedale di Codogno, nel basso Lodigiano. Nel corso della giornata emergono due casi a Vo’ Euganeo, nel Padovano: alle 23.40 uno dei due, un 77enne di Monselice, muore. È il primo morto in Italia. Salvini intima al governo di chiudere tutto: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Controllare! Bloccare!”. 
22 febbraio - Conte firma un decreto: le aree dei due focolai del Lodigiano e di Vo’ Euganeo diventano “zone rosse”: non si potrà uscire né entrare. Nel corso della giornata i contagi arrivano a 76. 
23 febbraio - Vengono chiuse le scuole in sei regioni del Nord. 
26 febbraio - Il presidente della Lombardia Attilio Fontana si mette in isolamento in diretta Facebook dopo aver annunciato la positività di una sua collaboratrice. 
27 febbraio - Da più parti si grida all’allarmismo ingiustificato. Il sindaco di Milano Sala chiede al governo di riaprire i musei, riapre i locali dopo le 18 (già chiusi dalla Regione), indossa la t-shirt con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale. Salvini va da Mattarella a chiedere di “Riaprire tutto e far ripartire l’Italia” e intima al governo: “Riaprire tutto quello che si può riaprire. Riaprire per rilanciare fabbriche, negozi, musei, gallerie, palestre, discoteche, bar, ristoranti, centri commerciali!”. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti va sui Navigli per un simbolico aperitivo coi giovani del partito. Nove giorni dopo annuncerà di essere positivo al Coronavirus. 
28 febbraio - Il governo approva il decreto legge “misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Salvini chiede: “Aprire, aprire, aprire! Si torni a produrre, a comprare, si torni al sorriso”. Confcommercio stila un decalogo: “Sono gli ultimi giorni di saldi: approfittane! Vai dal parrucchiere o dall’estetista! Incontra gli amici al bar per un aperitivo, non sono più chiusi dopo le 18! Esci a cena, i ristoranti sono aperti! Fai una passeggiata e mangia un gelato prima di tornare a casa”. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia denuncia al Corriere i danni della psicosi da Coronavirus: “L’export e il turismo hanno pesanti contraccolpi”. Riapre il Duomo di Milano. Sono 888 le persone contagiate, 64 in terapia intensiva 21 i morti. 
29 febbraio - L’Oms eleva il Covid-19 a “minaccia globale molto alta”. 
1 marzo - Conte firma un decreto su proposta del ministro della Salute Roberto Speranza per il contenimento del contagio nelle regioni maggiormente coinvolte e per il territorio nazionale (sorveglianza per chi proviene da zone a rischio epidemiologico, disciplina del lavoro agile, sospensione dei viaggi d’istruzione, sanificazione dei mezzi pubblici, etc.). L’Italia è divisa in 4. Sono superati i 1.000 contagi in Italia e i 3.000 morti nel mondo. 4 marzo. Chiudono le scuole e le università in tutta Italia. 
6 marzo - Il governo stanzia 7,5 miliardi a sostegno di famiglie e imprese. La mappa genetica ricostruisce l’albero genealogico del virus: il “paziente zero” europeo forse è un manager della Baviera. 
8 marzo - La Lombardia e 14 province nel nord vengono dichiarate “zona rossa”. Bar e ristoranti chiudono alle 18. Chiudono palestre, piscine, cinema, teatri. Vietati funerali e matrimoni. Vietati i colloqui nelle carceri. Le anticipazioni filtrate in serata dal Consiglio dei ministri (la Cnn dice dalla Regione Lombardia) scatenano la fuga in treno di migliaia di persone verso il Sud, che tuttavia prosegue nelle ore, nei giorni e nelle settimane successive. 
9 marzo - Conte annuncia che tutta Italia diventa “zona protetta”. È il provvedimento “Io resto a casa”. Il dpcm prevede: divieto di assembramento; spostamenti solo per lavoro, salute o necessità con autocertificazione; chiusura delle scuole; stop allo sport. L’Italia diventa il secondo paese al mondo per decessi legati al Coronavirus dopo la Cina. Rivolte nelle carceri. Salvini: “Non basta, chiudere tutto”. 
10 marzo - Aumentano i contagi tra gli operatori sanitari. Il protocollo in uso negli ospedali prevede ancora il link epidemiologico territoriale. Non vengono testati gli asintomatici, anche se sono stati a contatto con contagiati. Sono 10.149 i casi totali. La Sanità lombarda è al collasso. 
11 marzo - Alle 22, in diretta tv e Facebook, Conte annuncia che tutta Italia è “zona rossa”. Chiudono le attività commerciali, tranne quelle di prima necessità. Le aziende sono tenute ad adottare protocolli di sicurezza. Si può uscire di casa solo per motivi di salute, lavoro o acquisti indispensabili.  
12 marzo - Le città si svuotano. Molti italiani cantano sui balconi. Siamo tutti in quarantena. 
15 marzo - Viene varato il maxi-decreto (praticamente una finanziaria bis) con misure per contenere l’emergenza e sostenere l’economia. Si prevedono ospedali campali militari. Le persone in terapia intensiva sono 1.672, i morti 1.809, anche giovani e senza alcuna patologia pregressa.

mercoledì 19 febbraio 2020

La prescrizione sa tanto di impunità


Prima premessa: non sono un giurista. 
Seconda premessa: però conosco abbastanza la società italiana e la sua storia. 

Svolgimento. Il dibattito in corso sulla prescrizione arriva da molto lontano. 
Viene da un Paese che diventò un giorno Stato di fragile democrazia, quasi ovunque impasto di privilegio sociale e di nobiltà latifondista. Lo presidiavano agrari e avvocati, tra i quali abbondavano, accanto a generosi idealisti, i tipi immortalati da Manzoni e da Gramsci, azzeccagarbugli nordici e paglietta meridionali. 

Quel Paese, benché percorso dai venti della storia, ha mantenuto, si direbbe, una venerazione per il principio di impunità. Lo ha coltivato, ne ha fatto una sua inconfessabile ma irrinunciabile natura. Ha dato così forma nel tempo a un sistema democratico-impunitario segnato da una costituzione materiale anfibia: da un lato l’aumento dei diritti, dall’altro l’eternità dei privilegi. In esso si sono succeduti e intrecciati stragi e corruzione come in nessun altro luogo d’Europa. Gli autori dei crimini hanno scommesso ogni volta sulla propria impunità in virtù di una sapienza strategica straordinaria, trasmessa nei decenni per commissioni parlamentari, ministeri, uffici preposti all’ordine pubblico o alla sicurezza della nazione, piccoli e altissimi uffici giudiziari. 

Ne è uscito un Paese speciale. Che si dà leggi sulla trasparenza, ma poi non le rispetta, né nei consigli comunali né in Parlamento e tanto meno nei partiti e nelle imprese. Che sa spiegare in punto di diritto perché le leggi scritte a tutela dei cittadini non valgano in questo e in quell’altro caso. Che sa sbattere in prima pagina i derelitti ma invocare la privacy per proteggere le malefatte dei potenti. Che, essendo anche cattolico, sa mescolare il culto dell’impunità con il valore religioso del perdono, sempre moralmente più nobile (vuoi mettere?) della domanda di verità e giustizia. E in cui, dovendo semplificare, la punizione opera solo contro i disgraziati; nel che sta, alla implacabile resa dei conti, il suo garantismo. 

Poi, siccome ogni tanto questa regola si smaglia di fronte alle conquiste della cultura civile, o ai tanti eroismi e sussulti di dignità etica, il sistema ha escogitato progressivamente sempre nuove strategie impunitarie. Un fiume di leggi ad personam e di leggi speciali per mandare in pensione o precludere incarichi a singoli magistrati. Da almeno vent’anni, in particolare, sta alzando una muraglia minacciosa contro la libertà di parola, di denuncia e perfino di studio, attraverso migliaia di cause penali e civili temerarie contro cui, e non per caso, nessun governo ma proprio nessuno ha mai mosso un dito. Mentre da poco è stato lanciato in orbita e sempre più viene rivendicato il “diritto all’oblio” anche per fatti pubblici commessi da protagonisti pubblici, affinché la punizione oltre a non esserci nei tribunali non ci sia nemmeno nella pubblica memoria. Affinché, oltre alla responsabilità penale, si possa eludere anche la responsabilità morale. 

Ecco, il dibattito sulla prescrizione nasce esattamente qui. In questo vorticare di strategie e di umori. Esso non è giuridico, come si sarebbe indotti a pensare, ma è squisitamente antropologico. E chiama in causa anche un sistema di reciproche convenienze. Perché la prescrizione è merce prelibata che l’avvocato può vendere al cliente facoltoso. Ma è anche riparo ideale per il magistrato incapace di condannare il potente, è culla della “giustizia chirurgica” diffusasi negli ultimi anni. Quella che prevede, al posto delle assoluzioni vergognose, belle sentenze severe “purtroppo” neutralizzate dalla prescrizione. Esito delle “giuste” imputazioni e di una gestione “scientifica” dei tempi del processo, così da beneficare insieme – come per prodigio – il giudice, l’avvocato e l’imputato. Il primo coraggioso (ma disarmato dal sistema), il secondo vincitore, il terzo “innocente”. Quanto alla vittima, essa non conta. 

In un ordinamento penale cresciuto su queste premesse culturali è elemento naturalmente estraneo, come ripetono a ogni nuova legge i “garantisti”. Certo, ci sono le obiezioni tecniche alla legge Bonafede. Tanti denunciano l’intollerabile lunghezza dei processi che essa accentuerebbe. Eppure non si sono sentite quelle voci quando, prima ancora che Bonafede prendesse la laurea, i processi duravano decenni per effetto del manuale delle impunità. E nemmeno dopo, con la legge Cirielli, visto che, come ha spiegato di recente il giudice Giuliano Turone, i processi durano tanto proprio perché c’è la prescrizione. Quanto ai poveri diavoli così spesso evocati in queste settimane, diciamo che essi vivono nel nostro Paese una condizione beffarda: di essere vittime predestinate dei rigori della legge e al tempo stesso alibi, con le loro odissee, perché quei rigori non tocchino ai potenti.

mercoledì 15 gennaio 2020

Il Bastiancontrario


Il miglior modo di ricordare Giampaolo Pansa è leggerlo. Apro a caso uno dei suoi libri che preferisco, Carte false del 1986. Pagina 180, “Toro Silente”: è il ritratto di Ettore Bernabei, il boiardo fanfaniano della Rai, dell’Iri e di tante altre cose. Una delizia. “Era il braccio armato di Fanfani, il von Moltke del Bismark di Pieve Santo Stefano. Imponente, l’aria cogitabonda, si collocava sempre alle spalle del suo signore, un po’ per proteggerlo e un po’ per essere pronto a raccogliere gli ordini d’attacco. Per cui la formazione di battaglia risultava la seguente. Davanti, come ‘Pippo il ricognitore’, avanzava saltellando il ben noto Cresci. Poi, scattante, nervoso, arcigno, saettante, veniva Fanfani. Infine lui, Ettore Bernabei, da Firenze, classe 1921, il militare, lo stratega delle guerre di potere fanfaniane e, insieme, il fulmine nelle mani del dio aretino. Mentre Cresci parlava, parlava, parlava come un disco rotto, Bernabei era famoso per i suoi mutismi in pubblico. Pur avendolo avvistato mille volte nei dintorni della Balena Bianca… non ricordo una sua risposta più lunga di due sillabe. S’aggirava nel patio di Palazzo Sturzo, che è le Botteghe Chiare della Dc, come un toro silente, il capoccione proteso in avanti quasi a dar cornate, gli oblò ben aperti e la bocca cucita…”. Questo era Pansa: uno splendido cronista da marciapiede e pittore di strada, attentissimo ai dettagli (girava sempre col binocolo), cattivo come pochi, come solo un bastiancontrario piemontese di provincia sa essere. Abbondava in aggettivi, mai uno superfluo. Inventava soprannomi per rendere meglio l’idea, e sempre la rendeva. Polemizzava coi colleghi leccaculo e venduti, benedettamente immune da quell’ipocrisia mafiosa per cui cane non morde cane e giornalista non attacca giornalista. Capiva poco di politica, ma tutto dei politici: li radiografava fino a spolparli e scarnificarli, leggendo dentro di loro nel profondo con i suoi aguzzi occhi azzurri. E scriveva da dio, aveva sempre scritto da dio. Fin da uno dei suoi primi reportage per La Stampa da Longarone, il paese sepolto nel 1963 dalla frana del Vajont. Attaccava così: “Scrivo da un paese che non esiste più”. 

martedì 3 dicembre 2019

L’Eurocazzaro

Ce ne vorrebbe uno al giorno, di confronto Conte-Salvini in Parlamento, per far capire agli italiani da chi sono governati oggi e da chi rischiano di esserlo domani. Da una parte una persona seria e competente. Dall’altro un caso umano in stato confusionale. Ieri, alla Camera e al Senato, si è visto un premier che sa ciò che dice e conosce le materie che tratta. E un aspirante successore che palesemente denota “disinvoltura a restituire la verità e resistenza a studiare i dossier”. Conte ha puntualmente ricostruito l’iter del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), il costante coinvolgimento del Parlamento e dei ministri dei suoi due governi fin da quando, il 27 giugno 2018, appena arrivato, il premier riferì le proposte della Commissione europea. E nessuno fece una piega. Due giorni dopo, al vertice Ue, Conte propose modifiche alla bozza del Mes e l’11 dicembre tornò a riferirne alle Camere: nessun’obiezione neppure allora. Ne riparlò al Parlamento il 19 marzo, vigilia del Consiglio europeo. E di nuovo il 19 giugno, prima dell’Eurosummit decisivo. Lì perfino il leghista No Euro Alberto Bagnai gli fece i complimenti: “Mi permetta, signor Presidente del Consiglio, di ringraziarla per il fatto che lei, in applicazione di questa norma e in completa coerenza con quel principio di centralità del Parlamento, fin dal primo giorno, affermò in questa sede di voler rispettare, sia venuto ad annunciarci che questo approfondimento tecnico ci sarà”.

martedì 26 novembre 2019

Il gesto di Almirante e Berlinguer


Nella simmetria dell'orrore Guido Rossa viene assassinato dalle BR, mentre il magistrato Emilio Alessandrini finisce sotto il fuoco di Prima Linea a Milano. 
Cosa Nostra s'incarica di uccidere a Palermo il giudice Terranova e il commissario Boris Giuliano. L'avvocato Giorgio Ambrosoli cade a Milano sotto i colpi di un killer mandato dagli amici di Michele Sindona. A Roma il direttore di "OP", Mino Pecorelli viene tolto di mezzo da chi non gradisce gli scoop della rivista vicina ai servizi segreti, e non apprezzata da Giulio Andreotti e dalla corrente democristiana di cui è il capo. 
Nelle stesse ore viene trovato il corpo senza vita di Aldo Moro ma anche quello, a Cinisi, di Peppino Impastato, giovane attivista di Democrazia Proletaria, nemico giurato dei mafiosi, eliminato da chi lo considerava un rompicoglioni. 
Erano gli anni della cacciata dello Scià e della presa di potere in Iran dell'ayatollah Khomeyni. In Cambogia i vietnamiti mettono fine al regime di Pol Pot e all'immenso bagno di sangue che ha trasformato il paese in un cimitero (due milioni di morti). 
L'URSS invade l'Afghanistan. In Spagna termina la dittatura franchista. In Guyana avviene il suicidio di massa della setta del reverendo Jones. 
In Italia le elezioni confermano la diarchia della DC (38.3%) con il PCI (30.4%). Giovanni Leone si dimette e al Quirinale arriva Sandro Pertini. Come già ricordato muore Paolo VI e, dopo l'interregno brevissimo di Giovanni Paolo I (E' rimorto il Papa, titola beffardo "Il Manifesto"), comincia l'era di Karol Wojtyla. L'anonima sarda rapisce Fabrizio De André e Dory Ghezzi. Nasce il TG3. Nella tv dei ragazzi impazzano Heidi e Ufo Robot. 
A Padova, con la retata del giudice Guido Calogero, finisce in galera Toni Negri, ideologo dell'Autonomia. Nella hit parade trionfano i Bee Gees, Umberto Tozzi, Antonello Venditti ma tutti cantano "... Tu sei l'unica donna per me" di Alan Sorrenti. L'Argentina vince i Mondiali battendo 3-1 l'Olanda mentre nel silenzio del mondo prosegue la mattanza della dittatura. 
Erano anni spietati, frenetici, euforici. Eravamo avidi, famelici, ambiziosi. Camminavamo lungo strade lastricate di orrore, cinismo e prepotenza. Dove lasciavamo tracce visibili e leggere, come se tutta quella morte non ci riguardasse. 

Una volta s'incontrarono a Villa Borghese. 
Soltanto loro due. 
Senza ombre. 
Senza scorte. 
Molti anni dopo A. lo raccontò a una persona cara. 
Mi piace immaginarli su una panchina. 
Uno accanto all'altro. 
Sempre di venerdì. 
All'imbrunire. 
Mentre il parco si faceva silenzioso. 
Magari non avevano nulla d'importante di cui parlare. 
Magari era solo per il piacere di stare li. 
Come due persone che non hanno bisogno di dirsi altro. 

 di Antonio Padellaro 
 (Paper FIRST - by Il Fatto Quotidiano)

Pio La Torre, il comunista ammazzato dalla mafia che sfidò la guerra fredda (e inventò il modo per confiscare le ricchezze dei boss)


Quando Pio La Torre torna nuovamente in Sicilia nell’autunno del 1981 per prendere in mano la direzione del Partito comunista regionale, dopo la parentesi romana durata 12 anni come membro della Direzione e della Segreteria nazionali del partito, ha affidato “il preciso compito di dare la precedenza su tutto alla lotta contro l’installazione dei missili” a Comiso. Il 7 agosto di quell’anno il Consiglio de ministri ha approvato la decisione della Nato di collocare 112 missili nucleari di media gittata, Cruise, nell’aeroporto siciliano. Con la fine della distensione nelle relazioni Est-Ovest, il mondo è tornato alla fine degli anni Settanta in piena guerra fredda. La Sicilia è così destinata a ospitare fino al crollo dell’Unione sovietica la più importante base militare dell’Europa del Sud. Il 4 aprile 1982, si tiene a Comiso la storica manifestazione pacifista a cui partecipano un centinaio di migliaia di persone, che chiede la sospensione dei lavori per l’installazione delle testate nucleari, con l’obiettivo di facilitare le trattative per il disarmo in corso a Ginevra. Pio La Torre, in testa al corteo, e i comunisti siciliani, ne sono gli artefici. Anche se il messagio pacifista riesce a raggiungere attivisti e sensibilità esterne al Pci, coinvolgendo le forze della sinistra, le Acli, i movimenti ambientalisti e non-violenti. La manifestazione aveva fornito lo slancio necessario per la raccoltà di un milione di firme. Quattro giorni dopo cominciavano i lavori a Comiso per l’installazione dei missili. Il 30 aprile, alle 9:20, in via Turba, a qualche centinaio di metri dalla casa dove era nato nella borgata palermitana di Altarello, La Torre è aggredito da un commando mafioso mentre si sta recando alla sede del Pci regionale. La Torre muore all’istante sotto la raffica dei proiettili. Il compagno, amico e guardia del corpo Rosario di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare cinque colpi prima di perdere la vita. Ai funerali una folla gremisce Piazza Politeama. La scenografia è quella classica adottata nella simbologia di partito per i riti funebri, che a sua volta eredita la tradizione dei funerali di stato. I feretri avvolti dalla bandiera del Pci, le bandiere in alto che sventolano durante il corso della cerimonia, la fila di ghirlande ornate di fiori rossi, il grande proscenio allestito al cospetto delle bare con la scritta bianca su sfondo rosso in onore dei compagni defunti, l’inno dell’Internazionale che chiude la celebrazione, mentre la folla si congeda. Ma non è un funerale come un altro per i comunisti, e per gli italiani. Al passaggio dei feretri, la folla, partecipe, ma composta, sembra preferire l’applauso ai pugni chiusi, che pur si scorgono dalla riprese Rai dell’epoca punteggiare la folla nell’ultimo tratto del percorso che conduce alla piazza. Enrico Berlinguer vi pronuncia un discorso sobrio, come è nello stile del segretario del Pci Istituzionale, nel senso partitico. Senza sbavature. A tratti, appare ingessato. La voce è sul punto di spezzarsi, per un frangente, solo dopo essersi rivolto ai familiari, per dire che i due compagni “saranno ricordati da una moltitudine di siciliani e di italiani come due intrepidi combattenti che hanno lottato per la causa giusta”. Il messaggio di Berlinguer si rivolge principalmente al partito e ai suoi militanti e simpatizzanti. Non è un caso probabilmente se il discorso acquista tono quando abborda la questione della pace e della battaglia contro l’installazione dei missili a Comiso. Come a voler rivendicare la giustezza e l’opportunità di quella linea, nonostante l’enorme costo pagato. Ammazzato dalla mafia, contro la violenza mafiosa La Torre aveva forgiato sin dagli esordi la sua militanza politica e sindacale. Figlio di un povero contadino semibracciante, aveva aderito al Pci nel 1945. Per la Sicilia, sono gli anni epici del movimento contadino, delle occupazioni delle terre, del Pci diretto da Girolamo Li Causi, ma anche della mattanza mafiosa che miete decine di militanti e dirigenti socialisti e comunisti. Una guerra civile strisciante. Nel 1948, era toccato a La Torre prendere il posto a Corleone di Placido Rizzoto, trucidato dalla mafia, alla testa della locale Camera del lavoro. Trent’anni dopo, il terrorismo mafioso è tornato in azione, ma è di segno diverso. Colpisce più in alto, in modo selettivo, e ha finalità eversive. Attacca lo Stato e i suoi rappresentanti. Il primo che aveva maturato la consapevolezza della pericolosità dell’incarico di ritornare in Sicilia era stato proprio Pio La Torre. Due settimane prima di essere assassinato, aveva trascorso la Pasqua a Roma con la famiglia dall’amico Emanuele Macaluso. Dopo aver pranzato, passeggiando sul lungo Tevere, La Torre aveva delineato a Macaluso i nuovi assetti politico-mafiosi che si stavano imponendo nell’isola, dopo l’uccisione dei democristiani Michele Reina e Piersanti Mattarella. E gli confidò: “Ora tocca a noi”. I processi hanno individuato gli esecutori dell’omicidio e circoscritto il movente alla lotta condotta da Pio La Torre contro l’organizzazione mafiosa. La relazione di minoranza della Commissione nazionale antimafia della VI legislatura, e la legge che sarà approvata postuma che introduce nel codice penale la previsione del reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis) e la confisca dei beni alla mafia, portano il suo nome. Secondo un pentito, i mandanti sarebbero da individuare tutti all’interno dei vertici mafiosi: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci. Ma secondo alcuni non si può escludere la pista atlantica, ovvero che la politica di opposizione del Pci all’installazione dei 112 missili Cruise a Comiso avesse determinato, contribuito o accelerato la condanna a morte del dirigente comunista. Ne erano tra gli altri convinti Luigi Colajanni, suo vice alla direzione del Pci siciliano durante la breve stagione politica che lo condusse alla morte, e Giovanni Falcone. Un libro stampato dall’Istituto poligrafico europeo, frutto di un convegno organizzato dalla Fondazione Gramsci e dall’Istituto Gramsci siciliano, curato da Tommaso Baris e Gregorio Sorgonà, ritorna adesso sulla biografia di Pio La Torre. Gli autori hanno inteso escludere esplicitamente una prospettiva celebrativa e teleologica che riducesse il dirigente comunista siciliano al solo impegno antimafia. Non hanno tuttavia evitato – e a ragione – un approccio empatetico con l’uomo politico che ha consapevolmente voluto testimoniare, con il massimo sacrificio, la verità della sua causa.

domenica 17 novembre 2019

Ilva, lo scudo penale sarebbe un grave autogol per lo Stato


Buona parte dei media sostiene che la reintroduzione dello scudo penale per l’Ilva, pur discutibile, avrebbe il taumaturgico effetto di togliere ogni alibi ad ArcelorMittal e di far trionfare in giudizio le tesi dei commissari. 

sabato 9 novembre 2019

Ci ha messo la faccia


Ci vuole del fegato per affrontare una folla esasperata di operai che ti circondano, ti strattonano, ti insultano, ti scaricano addosso tutte le colpe, anche quelle di chi ha le colpe ma lì non c’è, non si è fatto vedere. 

giovedì 3 ottobre 2019

Graviano, Dell’Utri & C. La sera andavamo da “Gigi”

I fratelli Giuseppe e Filippo Graviano non sono i boss della Comasina. Sono stati per anni i re incontrastati del mandamento di Brancaccio, sono stati condannati in via definitiva per le stragi del 1992, soprattutto avrebbero avuto un ruolo in via D’Amelio e per gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Eppure non sono stati arrestati a via Oreto mentre indossavano una maglietta rosanero per andare allo stadio della Favorita. 

mercoledì 2 ottobre 2019

La parole di Graviano che riaprono la partita

A far ripartire le indagini su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per le stragi di mafia tentate e riuscite del 1993-94 a Roma, Firenze e Milano, sono state le famose intercettazioni di Giuseppe Graviano. Il 10 aprile del 2016 il boss è a passeggio con il compagno di detenzione Umberto Adinolfi nel carcere di massima sicurezza di Ascoli. Il siciliano ricorda quando era stato chiamato a confermare le accuse del pentito Francesco Di Carlo, che aveva parlato anche di presunti investimenti del padre di Graviano a Milano: “Nel dicembre 2009 al processo Dell’Utri c’erano i giornalisti di tutto il mondo, te lo ricordi che si preoccupava?”. Graviano si era avvalso della facoltà di non rispondere ma leggeva nel pensiero di Marcello Dell’Utri, presente in aula: “si preoccupava, dice … si chistu pa… a mia m’arrestano subito”. 

martedì 1 ottobre 2019

L’indagine su Berlusconi spiegata (anche) a Renzi

Matteo Renzi si è detto “attonito” quando ha scoperto con due anni di ritardo che Silvio Berlusconi è indagato per le stragi del 1993. Eppure Renzi quella storia la dovrebbe conoscere bene se non altro perché sulla bomba del 27 maggio a Firenze ha fatto il trailer del documentario Firenze Secondo me. Ovviamente non ha detto in tv nel dicembre 2018 che Marcello Dell’Utri e Berlusconi erano già indagati (dunque innocenti fino a prova contraria) anche per quella strage. L’argomento meriterebbe un approfondimento e un dibattito serio ma resta tabù per Renzi come per la stragrande maggioranza dei politici e giornalisti italiani. 

domenica 29 settembre 2019

Il corvo e il ritorno di Totuccio. Ombre su Sica e La Barbera

Fu Domenico Sica, allora Alto Commissario antimafia, a telefonare negli Usa 30 anni fa al pentito Totuccio Contorno, attraverso funzionari dell’Ambasciata americana a Roma, poco prima che Contorno tornasse in Sicilia aggregato agli uomini di suo cugino, il boss Gaetano Grado, in un periodo in cui gli omicidi si contavano a decine. Almeno fino al momento dell’arresto dei due cugini, catturati dagli uomini di Arnaldo La Barbera il 26 maggio 1989 a San Nicola l’Arena con modalità operative che la commissione antimafia definisce “frettolose”, non furono approfondite, come forse sarebbe stato opportuno, circostanze singolari, non furono compulsati approfonditamente testimoni che avrebbero forse reso abbastanza più difficile l’assoluzione di Contorno dal reato di detenzione di armi”.

mercoledì 26 giugno 2019

Le Linguiadi

Ma le avete viste le facce dei cosiddetti vincitori delle Olimpiadi nella foto di gruppo? E le fauci già spalancate dei Malagò, Montezemolo, Carraro, Pescante e Sala? 

sabato 2 febbraio 2019

Penali

[...] Le penali, poi, non ci sono. Finora abbiamo speso per attività preparatorie 1,8 miliardi, in parte finanziati dall’Unione europea, che può chiedere, è vero, la restituzione dei soldi concessi per opere non fatte. Ma quei finanziamenti sono stati dati per opere parziali che sono state tutte completate: l’Ue non può dunque chiederci nulla. Nulla può pretendere neppure la Francia, con la quale l’Italia non ha mai firmato accordi che prevedano penali. Qualche penale potrebbero pretenderla le aziende che hanno iniziato i lavori non ancora finiti. Potrebbe essere una cifra non superiore ai 100 milioni, facilmente transabili e azzerabili in cambio di incarichi per mettere in sicurezza i lavori finora realizzati [...] 
da Il Fatto Quotidiano | di Gianni Barbacetto