..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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sabato 12 luglio 2014

IL MERCATO DOPO LEBRON

Tornato a "casa" il prescelto il movimento Nba sta vorticosamente prendendo velocità. Si mormora che ai Cavs potrebbe finire anche Love, e con Irving la franchigia diretta da Blatt si porrebbe nell'immediato a squadra da non sottovalutare minimamente. A Miami s'è ormai aperto il cancello, e dopo James potrebbe essere la volta di Bosh, caldeggiato da Houston.
Antony sembra aver chiuso definitivamente la porta ai Lakers, con questi ultimi che hanno chiuso l'accordo con il play dei Rockets, Jeremy Lin.
Tornando a Melo la possibilità che confermi il contratto ai Knicks è alta, anche se le sirene di Chicago potrebbero fargli cambiare idea. Bulls che tra l'altro hanno messo gli occhi anche su Gasol.
A San Antonio invece vige la continuità: Gregg Popovich ha firmato il prolungamento del contratto con i San Antonio Spurs e continuerà ad allenare la squadra campione in carica per molte altre stagioni.
to be continued...

lunedì 16 giugno 2014

GLI SPURS SONO CAMPIONI NBA 2014

Sono troppe, e di ogni genere, le emozioni che si sono consumate al AT&T Center di San Antonio.
Al termine dell'ultima e decisiva gara che ha consacrato gli Spurs campioni Nba per l'anno 2014.
Emozioni che giungono copiose da ognuno dei protagonisti scesi in campo, compreso LeBron, che nonostante i suoi 31 punti, 10 rimbalzi e 5 assist s'è dovuto arrendere alla squadra migliore, a coloro che hanno insindacabilmente espresso la migliore pallacanestro e la voglia di vendicare quanto accaduto non meno di dodici mesi fa.
Emozionante è stata la voce rotta di Tim Duncan, che al cospetto di Doris Burke non ha nascosto tutta la sua gioia. Quegli occhi bagnati hanno raccontato più di mille parole, quell'emozione ha probabilmente (ma non statene certi) decretato la fine di una carriera incredibile, giunta all'ultimo atto nel migliore dei modi. Se rivedremo Tim ad ottobre non è dato da sapere, se non lo rivedremo ce lo ricorderemo così: cinque volte campione con i San Antonio Spurs.
Nominare Duncan significa nominare Parker e Ginobili. Il primo, nonostante uno 0-10 iniziale, non s'è perso d'animo, non ha mai mollato un solo centimetro, ha sapientemente ascoltato le parole di Gregg che l'hanno spinto a chiudere i suoi 36' con 16 punti e un 7-18 dal campo. Emozionato, certo, il buon Tony, che al fischio della sirena s'è lasciato andare in un pianto liberatorio, abbracciando chiunque incontrasse.
Del ragazzo di Bahía Blanca ne avevo abbondantemente scritto al termine di gara-1, nominandolo Mvp di quella meravigliosa partita. E chi se non lui, al termine di gara-5, poteva riprendersi tale nomina (da dividere per una serie infinita di motivi con Patty Mills). L'inizio gara aveva visto un LeBron come poche volte c'era capitato di vedere e quel 17-4 di parziale avrebbe potuto condizionare, e cambiare, le sorti della partita, della serie. Il Time Out di Popovich portava in campo Manu, e da quel momento iniziava la grande rimonta Spurs fino al completamento di sorpasso divenuto con i minuti seguenti l'apoteosi di tutta San Antonio. I 19 punti messi a referto (3-6 dall'arco), i 4 assist, i 4 rimbalzi hanno confermato una volta di più la classe, il talento e la capacità di essere presente nei momenti che contano ad uno dei migliori giocatori di sempre dell'intera pallacanestro mondiale. Ma è stata quella schiacciata in faccia a tutta Miami che ha cambiato il corso della partita, della serie, della storia. Un gesto che ha esaltato oltremodo l'argentino, un gesto capace di trascinare tutta San Antonio al più meritato dei titoli.
Sul parquet del AT&T Center il gesto forse più bello dell'intera notte. Quell'abbraccio a Marianela che c'ha riportato indietro di vent'anni, quando nella Pampa argentina iniziò una delle storie d'amore più belle che il panorama sportivo ricordi, e che ancora oggi pulsa forte nelle vene.
Finiti i Big Three texani qualcuno potrebbe dire che basta così, che non servono ulteriori elogi alla vittoria di San Antonio, ma il bello comincia proprio adesso.

venerdì 13 giugno 2014

ONE MORE WIN

Alla Triple A di Miami è andato in scena il quarto episodio delle Finals Nba 2014, e i 19900 spettatori dell'Arena situata nello Stato federato meridionale degli Stati Uniti d'America caldi come non mai.
Per spingere LeBron e tutti gli Heat a pareggiare la serie, che vede San Antonio avanti 2-1.
Ma nella testa degli Spurs rimane avvitata quella data: 20 giugno 2013. E da li i ragazzi di Gregg sono ripartiti per trovarsi nuovamente a giocarsi il titolo, l'orgoglio, l'onore.
Coach Spoelstra conferma il quintetto visto in gara-3: Chalmers, Lewis, Wade, James e Bosh. Stessa linea per Gregg Popovich, che dopo l'inverosimile 111-92 di due giorni prima punta ancora una volta su Boris Diaw, affiancandolo a Parker, Leonard, Green e Duncan.
Un Boris Diaw che con il senno di poi risulterà la scelta più indovinata e decisiva degli ultimi trent'anni di finali Nba.
Pronti via e Miami pigia immediatamente sull'acceleratore, dando la sensazione che questa partita niente avrebbe avuto a che fare con la precedente.
Ma il fuoco di paglia si esaurisce presto, troppo presto. L'End-Off proposto da San Antonio mette Miami spalle al muro. Il Pick 'n Roll in movimento dei ragazzi di Popovich, con il lungo palla in mano, porta confusione sul secondo difendente, incapace di capire lo sviluppo dell'azione.
L'aggressività di Miami non porta alcun risultato, mentre la partenza decisamente più "morbida" degli Spurs garantisce quella lucidità in entrambe le fasi.
Le percentuali di gara-3 non vengono ripetute ma il giro-palla si, anzi. La fluidità d'azione è per molti versi migliore.
La sofferenza di Miami, man mano che passano i minuti, si fa sempre più evidente. Quel continuo ruotare sugli accoppiamenti, come successo in gara-3 ma con maggiore continuità, manda Miami ai matti.
Dopo appena 5' di gioco il risultato recita: San Antonio 13, Miami 4.
Dal Time-Out chiamato da Spoelstra, Miami esce forte. Bosh piazza un 3-3 che fa rientrare in partita gli Heat. La contromossa di Popovich è consequenziale: Time-Out Spurs.
Il rientro in campo è devastante. 
San Antonio alza i ritmi, il giro-palla assume le sfumature degli anni d'oro degli Harlem Globetrotters, e i tiri "facili" iniziano ad arrivare copiosi.
Ma era sempre la difesa a fare la differenza. Prima Bonner e poi Mills hanno l'ardire di prendere uno contro uno LeBron, con risultati eccellenti.
La politica di ruotare gli accoppiamenti porta dividendi importanti e a fine primo quarto il risultato vede San Antonio nettamente avanti: 26-17.
Al microfono di Doris Burke, Gregg Popovich conferma che l'ottima predisposizione difensiva sta facendo tutta la differenza di questo mondo. Più intensa, più solida rispetto a gara-3, con un numero decisamente maggiore di rotazioni e quel continuo pressing alto sul portatore di palla. L'inizio di secondo quarto è uno spettacolo per gli occhi. Signore e signori, questa è una pallacanestro di un altro pianeta.
La difesa forte permette un attacco di livello impari. Green piazza triple come se grandinasse, e quando il "flipper" Spurs si mette in moto l'attacco al ferro è inarrestabile.

mercoledì 11 giugno 2014

ABBIAMO VISTO COSE DI UN ALTRO PIANETA

Abbiamo visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Abbiamo visto un ragazzo nativo di Riverside (California) e proveniente da San Diego State fare cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Era "semplicemente" gara-3 delle Finals Nba 2014, è diventata la gara-3 delle Finals Nba più incredibile e inverosimile di ogni epoca.
Pronti via e Popovich cambia le carte in tavola. Fuori dal quintetto base Spiltter, dentro Diaw, con Green, Parker, Duncan e Leonard. Risultato: Kawhi si ritrova più libero in entrambe le fasi, attacca il ferro che è un piacere e nei primi cinque di gioco mette a referto 10 punti. San Antonio sembra volare in ogni centimetro di campo, e i 12 punti in zona pitturata nei primi 6' di gioco la dicono lunga sull'intensità proposta dalla franchigia di Gregg Popovich. Il parziale di 12-2 fissato a metà primo quarto apre la forbice tra le due squadre, risultando determinate a fine match.
Miami tiene botta con il solo LeBron James, che dall'arco infila un 2-2 in appena quaranta secondi permettendo agli Heat di rimanere agganciati alla partita: -7.
Ma San Antonio è incontenibile. La vorticosità della fase offensiva permette un continuo attacco al ferro, un giro-palla che fa venire il mal di testa a tutta Miami. Risultato: 16-4 i punti arrivati dall'area, 41-25 la chiusura dei primi dodici minuti (si avete letto bene: 41-25 la chiusura di primo quarto) e 16 punti 16 da parte di Leonard, con un fantascientifico 5-5 dal campo e 3-3 dall'arco.
Ma gli Spurs non sono solo attacco. Quel quintetto base ha permesso ai ragazzi di Gregg di ruotare in continuazione sugli accoppiamenti, mandando in confusione qualunque attacco proposto da Miami.
Ad inizio secondo quarto ci si aspetta la reazione dei padroni di casa, ma la American Airlines Arena viene travolta dall'uragano Spurs. Attacco forte, difesa fortissima, con un posizionamento sopra la linea dei tre punti che permette una pressione costante sul portatore di palla. Per Miami calano le tenebre, ed inizia lo Show Time targato San Antonio.
La transizione e la velocità impressionante di conclusione porta gli Spurs ad un siderale +22 a 8 minuti dal termine del primo tempo: 50-28.
Questa la mappatura di quanto fatto dalla compagine texana nei primi 15 minuti di gioco: 50 punti, 17-19 dal campo, 5-5 dall'arco, 11-13 dalla lunetta, 10 assist, 24 punti in zona pitturata, 16 punti provenienti dalla panchina. Mi provo a chiedere se sia tutto vero, provo a darmi un pizzicotto per comprendere se sto sognando. E' la realtà. Il terrificante spettacolo offensivo e difensivo di San Antonio rapisce chiunque abbia deciso di passare in piedi la notte. Della serie: credevo di avere visto tutto, ma evidentemente mi mancava il primo tempo di gara-3 delle Finals Nba 2014.
Leonard continua imperterrito nella sua miglior serata di sempre: 18 punti, 6-6, 3-3, 2 rimbalzi. Trascinando la squadra ad un pazzesco 19-21 dal campo.
Miami prova a scuotersi con i tiri dall'arco. Rashad Lewis 3-3 e Ray Allen 1-1 (7-13 Heat) rimettono in corsa Miami: -15.
Ma San Antonio non molla un centimetro, continua ad aggredire il match, e con Parker prima e con Diaw dopo si riporta in meno di sessanta secondi a +21.
La sirena dice che può bastare così. Il primo tempo scrive a referto questo risultato: San Antonio 71 (settantuno punti), Miami 50.
I record di ogni epoca sono rasi al suolo. Gli Orlando Magic di Haward e Lewis avevano scritto per il solo primo tempo di una gara di finale Nba un 75% dal campo, cancellato dal 76% firmato San Antonio Spurs. Con i 21 punti di scarto si segna anche il più ampio vantaggio realizzato dalla squadra in trasferta nelle finali Nba. Record appartenuto fino a ieri dai Chicago Bulls, che nel 1996 avevano dato 19 punti ai Seattle SuperSonics.

lunedì 9 giugno 2014

EVERY GAME IS A GAME 7

Lo era stata gara-1, nonostante il tabellino finale scriveva a referto un +15 per San Antonio. Lo è stata gara-2. Per intensità, agonismo, voglia da parte di entrambe di non lasciare nulla al caso. Sarà così gara-3, e tutte quelle che serviranno per diventare campioni: ogni gioco sarà come una gara-7.
A spuntarla, stavolta, sono stati quelli di Miami. Non a caso. L'intensità proposta nei minuti iniziali e per tutto il primo tempo ha portato San Antonio a dover spendere un numero considerevole di falli, condizione che ha limitato e di molto quei minuti che in gara-1 avevano permesso a Ginobili e Leonard in particolare di creare quel gap risultato decisivo al fischio della sirena.
I 6 falli totali di Kawhi Leonard, i 3 della prima frazione di Ginobili, i 2 di Green nei primi due minuti di gioco hanno dettato i tempi di un match che è rimasto quasi sempre nelle mani di Miami, anche quando il parziale dava ragione agli Spurs.
Per carità. Una maggiore dose di fortuna avrebbe permesso a Popovich e compagni di portarsi sul 2-0, e nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Gli errori di Ginobili e Duncan negli ultimi due di gioco hanno agevolato il compito di Miami. Ma c'è da dire che un 2-0 sarebbe stato oltremodo punitivo nei confronti di Miami, rimasta agganciata agli Spurs sia in gara-1 che in gara-2.
Diciamo che il risultato di 1-1, dopo aver visto entrambe le gare, è il risultato più giusto che il perimetro potesse decretare.
Questo per far comprendere che a Miami tutto sarà possibile, che gli Heat non partono vincitori, che gli Spurs hanno i mezzi per espugnare la American Airlines Arena.
Protagonisti della serata texana due uomini, che ancora una volta hanno regalato una pallacanestro celestiale.

venerdì 6 giugno 2014

"EL NARIGóN"

Il colonnello Ramón Estomba, agli ordini del governatore della provincia di Buenos Aires, Juan Manuel de Rosas, fondò, l'11 aprile del 1828, la "Fortaleza Protectora Argentina", un estuario dove sfocia il fiume Naposta. Con il tempo la località divenne un importante centro commerciale dopo che gli inglesi vi fecero arrivare nel 1885 una linea ferroviaria da Buenos Aires, facilitando il commercio del grano.
Il colore tipico del sale che ricopre i terreni lungo la costa diede i natali al nome della città che tutti noi oggi conosciamo come Bahía Blanca. La popolazione Bahiense è un esempio tipico della composizione demografica della Pampa argentina: luogo del periodo coloniale che nella seconda metà del XIX secolo sperimentò una crescita demografica massiva, dovuta allo stabilimento di immigranti europei dell'epoca. Per questa ragione attualmente la stragrande maggioranza della popolazione della città è composta di argentini discendenti da europei, tra i quali predominano gli italiani, seguiti da irlandesi, inglesi, spagnoli e tedeschi. In mezzo a questi una storia, partita dalle Marche. 
Jorge è sempre stato uomo appassionato di sport, e anche grazie alla cultura e alla tradizioni i figli Leandro e Sebastian ne seguiranno le orme. A Bahía Blanca però la passione e la popolarità non sposano il calcio, come nella stragrande maggioranza delle città argentine, ma la pallacanestro.
I Bahiensi vivono con il sogno di riuscire a sfondare e diventare grande cestisti. Grazie ad un numero considerevole di società, nell'ultimo mezzo secolo sono stati prodotti un'infinità di buoni giocatori a livello europeo. Jorge allenava il Club Bahiense del Notre, una delle tante squadre di Bahía Blanca, e Leandro e Sebastian ne erano tra i principali protagonisti. La famiglia di Jorge era composta, oltre che da Leandro e Sebastian, da un ragazzino tutto pelle e ossa. Alto il giusto, ma dalla corporatura fragile.
In lui crede Oscar Sanchez, il suo mentore e allenatore, che gli insegnerà a palleggiare ad occhi chiusi, ad usare il braccio opposto e a tirare dalla lunetta.
Quel ragazzino a quindici anni  prova a far parte della selezione locale, con esiti a dir poco catastrofici. Nessuno lo vuole, nessuno lo nota. 

giovedì 5 giugno 2014

CHE LA PALLA A DUE VENGA LANCIATA IN ARIA

Ci siamo, le Finals 2014 stanno per avere inizio.
Abbiamo vissuto l'ennesima, emozionante stagione. E ora non attendiamo altro che la palla a due venga lanciata in aria.
Di fronte due storie. Incredibili e diverse, ma al tempo stesso uniche.
San Antonio per andare incontro alla consacrazione, Miami per riscrivere la storia.
Ci saranno coloro a cui batterà il cuore per l'organizzazione societaria e sportiva di Gregg Popovich, per il talento di Manu Ginobili, per la longevità cestistica di Tim Duncan.
Tutti uniti per prendersi la rivincita di dodici mesi orsono.
Dall'altra parte ci saranno coloro che vorranno vedere ancora una volta trionfare i Big Three, probabilmente, e questa volta per davvero, alla loro ultima apparizione con la stessa maglia.

giovedì 29 maggio 2014

LA GUERRA DEI NERVI

E' stata una vera battaglia, fatta di colpi leciti e a volte poco leciti. C'è stato di tutto nella gara in cui Indiana avrebbe dovuto tirare fuori l'orgoglio davanti alla platea della Bankers Life Fieldhouse. C'è stato di più nel match in cui Miami avrebbe potuto mettere la parola fine alla finali della Eastern Conference.
E' stata una guerra di nervi, dove alla fine ha avuto la meglio la franchigia di Frank Vogel, meritatamente.
A piè pari si può saltare tutto il primo tempo e gran parte del terzo quarto. Percentuali risibili, punteggio conseguente (64-57 Pacers ad inizio ultimo periodo), un numero consistente di falli. Con il prescelto costretto a passare metà del tempo di gioco seduto in panchina.
Gli ultimi dodici minuti un'Eldorado.
L'inizio a dir poco promettente: Lance Stephenson che soffia nell'orecchio di LeBron. Questo sarebbe bastato per farmi capire a cosa stavo andando incontro.
A 3:50 dal termine LeBron, proprio lui, mette la tripla dell'81 pari, nella sua personalissima partita di Playoff meno prolifica di sempre: 7 punti, 20% dal campo, 3 palle perse e 5 falli.
Indiana non ci sta e con Paul George (37 punti, 15-28, 6 rimbalzi e 6 palle rubate), autore di un ultimo quarto da 21 punti, piazza la tripla del +4 (88-84) a 1:50 dal fischio della sirena.
Palla Heat e Chris Bosh replica a George dall'arco, trovando gli dei del basket appiccicati al tabellone.
Possesso che torna a Indiana, sfera che finisce ancora nelle mani di PG#24. Bang! Ancora una tripla, ancora +4. Sembra finita.
Miami non concretizza, Indiana vola in contropiede con George Hill, ma dal nulla spunta ancora il #6 che stampa il pallone sul tabellone. Miami è ancora viva.
Si va di la. Wade pesca nell'angolo Rashard Lewis. Bang! 90-91 Pacers.

martedì 27 maggio 2014

BOSH E LEBRON ANNIENTANO I PACERS

Sono bastati due minuti di gioco per comprendere come sarebbe andata a finire gara-4 delle finali della Eastern Conference. E' bastato, dopo quei due minuti, guardare le espressioni che giungevano dalla panchina degli Heat e quelle che arrivavano dalla panchina dei Pacers per capire che questa serie era giunta al capolinea.
Serviva poco altro.
Dopo l'8-0 con cui Bosh aveva aperto il match mi son detto: stasera finisce male per i Pacers. 
E LeBron doveva ancora cominciare.
Infatti LeBron è arrivato dopo, facendo terra bruciata.
L'avventura di Indiana è finita, ma questo non deve mettere in discussione quanto di buono fatto in questa stagione. Hanno espresso un'ottima pallacanestro per gran parte della Regular Season, hanno avuto per lungo tempo il miglior record della Lega, hanno evidenziato il talento di Paul George, ieri sera uno dei migliori in campo (23 punti, 7 rimbalzi e 3 assist). 
Ma è finita, per diversi motivi.
Battere gli Heat, ad un passo dall'ennesima finale, era impresa impossibile per molti, compresa Indiana.
Trovarsi di fronte i Big Three in ascesa di condizione un fardello troppo grande da sopportare. A questo, inevitabilmente, s'è aggiunto il crollo fisico e mentale dei ragazzi di Frank Vogel. 
Tolta gara-1, dove entusiasmo e inerzia avevano portato Indiana avanti nella serie, il resto ha evidenziato le lacune di una squadra che con una grande difesa ha saputo nascondere gli evidenti limiti della fase offensiva.
Gli zero punti di Hibbert, gli zero punti nel primo tempo di Stephenson lo specchio di una franchigia che nella prossima stagione dovrà necessariamente trovare quell'equilibrio necessario per puntare all'anello.

domenica 25 maggio 2014

GLI HEAT SI PORTANO AVANTI PER 2-1

E' probabilmente una delle serie finali della Eastern Conference più deludenti. Per un numero infinito di motivi. Male entrambe nelle due fasi. Indiana quando non riesce ad attaccare in avvicinamento a canestro è prevedibile e poco concreta, e se le percentuali, come ieri sera e in gara-2, non l'assistono la fine diventa scontata. In difesa con un Roy Hibbert attivo per soli tre periodi e un quintetto che nella fase calda non riesce ad offrire quelle rotazioni indispensabili per coprire i lati del campo, risulta vulnerabile e facilmente battibile. Miami non ha il ritmo della passata stagione e l'inizio shock di ieri notte (4 punti nei primi 9 minuti) lo testimonia ampiamente. Male in difesa principalmente per una questione mentale: troppe distrazioni, poca attenzione nelle spaziature, intensità prossima allo zero; quando hanno intensificato hanno cambiato l'inerzia del match. Male in attacco, dove in troppe circostanze si opta per la scelta sbagliata.
Solo quando i Pacers si sono ritrovati sulle gambe e quando la difesa ha aumentato il ritmo si sono viste le differenze.
Ancora una volta sono stati gli "evergreen" a dare la scossa e a decidere gara-3. 

mercoledì 21 maggio 2014

INDIANA CI CREDE POCO E MIAMI NE APPROFITTA

L'equilibrio ha regnato per quasi tutta la gara. 
Parità a rimbalzo (41-38 Indiana), parità di palle perse (13 Miami, 11 Indiana), parità nei punti realizzati in area (36 Indiana, 32 Miami).
Al massimo un mini-parziale subito recuperato da chi andava sotto. Il +5 con cui Indiana è andata davanti ad inizio ultimo periodo faceva presagire ad un finale diverso, tenendo soprattutto conto della serata poco brillante di Bosh (9 punti) e della non prolificità della panchina di Miami.
E' indubbiamente mancato Paul George (4-16 dal campo), così come David West (5-16), fermato principalmente dai 3 falli commessi nel primo tempo.
Ma vista la serata magica di Lance Stephenson (25 punti, 6 rimbalzi e 7 assist) e quella di Roy Hibbert (12 punti e 13 rimbalzi), sarebbe bastato poco per mettere in cantiere il clamoroso punto del 2-0.
Un risultato che avrebbe proiettato i Pacers verso le Finals.
A metà strada la verità. Indiana c'ha forse creduto poco, ha probabilmente fatto l'errore di considerare già suo il match. Miami ne ha approfittato, difendendo bene e lasciando piena libertà d'esecuzione ai suoi leader. LeBron e Dwyane ne hanno messi 22 sui 25 totali di ultimo quarto, chiudendo il match sull'87-83.
Gara-2 s'è mossa in linea con gara-1. Indiana attenta a non offrire ritmo a Miami, Heat imballati e "schiavi" della tattica dei Pacers.
Ci volevano i colpi di James e Wade per risollevare Miami da una fine che a 8 minuti dal termine sembrava certa.

lunedì 19 maggio 2014

WIRE TO WIRE

Intensità, concentrazione, alte percentuali dal campo, pazienza e difesa. Con questi ingredienti ed una condotta tattica pressoché perfetta gli Indiana Pacers hanno avuto la meglio in gara-1 dei Miami Heat.
Dalla prima palla a due fino alla fine del match non c'è stata praticamente mai partita, e dopo le prime tredici gare di Playoffs in cui i ragazzi di Vogel hanno trovato enormi difficoltà per avere la meglio prima sugli Hawks e poi sui Wizards, con Miami tutto è andato nel miglior modo.
L'intensità proposta sotto canestro ha permesso ai Pacers di presentarsi per ben 37 volte dalla lunetta, contro le appena 15 degli Heat. Una condizione risultata alla fine determinante per l'esito del risultato.
La concentrazione, eccetto qualche singolo momento, ha tenuto sempre a distanza nel punteggio i ragazzi di Spoelstra, relegati per quasi tutto il match alla doppia cifra di svantaggio, con massimali che hanno toccato i diciannove punti.
Mai in questa serie di Playoffs i Pacers avevano tirato così bene. Dal campo è arrivato un sontuoso 51,5% (35-68), dall'arco il 42,1% (8-19), mentre dalla lunetta Indiana ha raccolto il 78,4% (29-37).
E se le percentuali hanno di fatto segnato gara-1 lo si deve principalmente alla pazienza che i Pacers hanno avuto nei momenti di possesso.

venerdì 16 maggio 2014

THUNDER E PACERS RAGGIUNGONO GLI SPURS E GLI HEAT ALLE FINALI DI CONFERENCE

E' andata come avevo (finalmente) previsto. Indiana e Oklahoma sono state corsare a Washington e Los Angeles, staccando il pass per le rispettive finali di Conference.
A Washington, nel 93-80 pro Pacers, non c'è stata mai partita. La serie è stata segnata dall'incredibile ping-pong che le due franchigie sono state in grado di offrire. A Indinapoli hanno vinto gli Wizards, a Washington si sono imposti i Pacers. Ergo: il fattore casa ha inciso solo in gara-2.
In gara-6 è emerso come Mvp di serata David West, autore di 29 punti, 6 rimbalzi e 4 assist, coadiuvato dalle ottime performance di Lance Stephenson (17 punti e 8 assist) e Roy Hibbert (11 punti e 7 rimbalzi).
Il leader di Indiana, al secolo Paul George, non ha certo disputato un match da conservare, ma questo servirà a poco quando tra poco più di ventiquattro ore si troverà di fronte gli Heat.
E li, statene certi, si rimetterà in moto, per regalare ad Indianapolis un sogno.
A Los Angeles gli Oklahoma City Thunder arrivavano dopo l'incredibile vittoria in gara-5 che li aveva visti portarsi avanti 3-2 nella serie. Tutto ci si sarebbe potuti aspettare tranne che vedere il predominio, tecnico ma soprattutto mentale, dei padroni di casa.

giovedì 15 maggio 2014

MIAMI E SAN ANTONIO VOLANO ALLA FINALI DI CONFERENCE

L'hanno trascinata fino alla fine, forse l'hanno presa anche un pelo sottogamba, sicuramente i Nets se ne tornano a casa a testa alta, con pochissimo da recriminare, ma la vittoria degli Heat è stata più sofferta del previsto. In linea con quello che questi Playoffs hanno offerto fino ad oggi.
Il 96-94 finale è stato figlio degli ultimi cinque minuti dell'ultimo periodo, dove Brooklyn è riuscito a mettere a referto un solo canestro, la tripla di un sontuoso Joe J., e Miami, con una grande fase difensiva e i punti messi a referto da LeBron e Ray Allen, ha completato il sorpasso.
Per tre quarti di gara i Nets hanno comandato in lungo e in largo, mantenendo a distanza di sicurezza i campioni in carica. Dopo il 23-22 dei primi dodici minuti a favore di Miami, il secondo e terzo periodo ha visto prevalere i ragazzi di Jason Kidd. Il secondo quarto ha scavato quel solco rimasto tale fino a cinque minuti dallo scadere, 27-19, mentre il terzo, terminato 26-24, ha ulteriormente aumentato il divario tra le due squadre.
Brooklyn c'ha creduto davvero, e di questo bisogna dargliene merito.
Doveva essere un match senza storia, la passerella degli Heat in vista della finale di Conference. Invece è stata la partita della paura, per Miami, che mai e poi mai avrebbe immaginato di trovarsi una Brooklyn così concentrata ed in grado di mettere in seria difficoltà, alla AmericanAirlines Arena, i padroni di casa.
Come accennato la stella della serata è stato senza dubbio il ragazzo proveniente da Little Rock (Arkansas), Joe Johnson, autore di 34 punti, 7 rimbalzi e 3 assist, ma soprattutto di una prestazione tutto cuore e talento, che in più di una circostanza ha messo in imbarazzo la sempre ottima difesa di LeBron; avrò contato 5/6 canestri tirati sulla faccia al #6.
Dei Nets vanno menzionati il sempreverde Paul Pirce (19 punti) e quello spettacolo di Deron Williams, 17 punti, 4 rimbalzi e 4 assist. Ma i complimenti più sinceri vanno rivolti a Jason Kidd, esordiente come capo-allenatore e capace di trascinare i suoi fino alla semifinale di Conference.
Degli Heat vanno sottolineate le prestazioni di Dwyane Wade (28 punti), di Chris Bosh (16 punti e 4-6 dall'arco) e di Ray Allen, 13 punti ma soprattutto quei cinque che hanno prima riagguantato Brooklyn e successivamente allungato il vantaggio.
Ma la palma del migliore, la prestazione che ha fatto la differenza l'ha realizzata ancora lui: LeBron James. La stoppata su Joe Johnson e la strenua difesa sull'ultimo possesso Nets è opera sua, due giocate che hanno portato per il quarto anno consecutivo Miami alle finali della Eastern Conference.
Dopo Miami toccava a San Antonio staccare il pass per l'altra finale di Conference.

mercoledì 14 maggio 2014

IL SUICIDIO STAVOLTA LO COMPIONO I CLIPPERS, WASHINGTON ASFALTA INDIANA

Avevamo lasciato gli Oklahoma City Thunder suicidi in gara-4 contro i Clippers. Il vantaggio di 16 punti a otto minuti dalla sirena non era bastato per avere ragione di Los Angeles.
Ieri notte, giusto per non farci mancare niente, è accaduto l'opposto. Anzi, pure peggio.
Secondi allo scadere 46, punti di vantaggio Clippers 8. Nemmeno il più maniacale degli sceneggiatori avrebbe potuto scrivere un finale come quello a cui abbiamo assistito alle prime luci dell'alba.
Kevin Durant attraversa tutto il campo e poco prima dell'arco scaglia il pallone del -5. Mancano poco più di 40 secondi alla fine. Palla in mano a Los Angeles. Crowford sbaglia la giocata che avrebbe messo fine all'incontro. Westbrook recupera il rimbalzo e nel giro di 4 secondi mette KD#35 in condizione di siglare il 102-104. Secondi alla fine 17. Palla in mano ai Clippers. L'imponderabile sta dietro l'angolo, anzi, nelle mani di chi, nelle ultime tre sfide della serie ha messo a referto 31 assist ed una sola palla persa.
A 13 secondi dalla fine Russel Westbrook toglie dalle mani di Chris Paul il più importante dei palloni. La sfera finisce a Reggie Jackson, fermato da Barnes in rimessa laterale.
Palla nuovamente in gioco, nelle mani di Westbrook, che non ci pensa due volte e a 6 secondi dallo scadere scaglia verso i 3 metri e 05 la preghiera più importante, quella che può cambiare la storia.
Il pallone non tocca nemmeno il ferro ma ancora lui, Chris Paul, compie l'irreparabile. Fallo e tre tiri liberi Thunder. Dalla lunetta si presenta Russel. Freddo, glaciale, nonostante quei tre palloni pesino molto, di più. Uno, due e tre. Bang! Incredibilmente, a soli 6 secondi dalla fine, Oklahoma sta avanti 105-104.
In 40 secondi 40 i ragazzi di Doc Rivers hanno subito un parziale di 8-0. Ma c'è ancora tempo, dopo il time out chiamato da Los Angeles.
La rimessa in gioco viene presa ancora da Paul, che ha l'occasionissima di far dimenticare i 40 secondi più pazzeschi di queste serie di Playoffs. L'ingresso in area pitturata sembra concludersi come il #3 è abituato a farci vedere. Ma da dietro interviene Jackson. Palla persa, palla rubata.
Nelle mani di Ibaka finisce la sua corsa, come il tempo di una delle partite più incredibili a cui abbiamo avuto il piacere di assistere.
I Clippers erano arrivati ad Oklahoma con il morale alle stelle, dopo l'incredibile rimonta che li aveva visti uscire trionfanti da gara-4. E l'inizio del match aveva confermato che tra due squadre di simile livello, l'inerzia poteva fare la differenza. Detto fatto. Primo periodo nettamente a favore di Griffin e compagni: 34-25. Poi un sostanziale equilibrio nella parte centrale della partita: 27-24 Okc e 28 pari. Il finale l'ho abbondantemente raccontato.
E ora? Ora la logica dice che allo Staples Center i ragazzi di Brooks c'arriveranno con molteplici fattori a loro favore. Morale, inerzia, consapevolezza. Ma sul come andrà a finire non resta che aspettare la notte del 16. Pronostici e previsioni su questa serie non se ne possono più fare.
Un pronostico invece scontato sembrava appartenere alla sfida tra Pacers e Wizards, con i primi nettamente favoriti ed in grado di aggiudicarsi il primo pass per la finale della Eastern Conference.
Ma manco per niente.

martedì 13 maggio 2014

LEBRON NE PIAZZA 49, I TRAIL BLAZERS SEGNANO IL PUNTO DELL'ORGOGLIO

Sarebbe stato delittuoso vedere i Trail Blazers uscire dalla semifinale di Conference senza nemmeno il punto della bandiera. Perché autori di una stagione eccezionale, perché artefici di un primo turno di Playoffs contro i Rockets di assoluto valore, e spettacolo.
Sul finire del primo tempo il gesto tecnico che faceva capire più di ogni altra cosa il desiderio e la volontà di Portland di regalare al proprio pubblico una serata da ricordare, una vittoria contro i finalisti della passata stagione.
E chi se non Damian Lillard (25 punti e 5 assist) poteva scuotere ed esaltare i 20141 presenti al Moda Center di Portland. Il suo "Dunk" è stato fondamentale per l'inerzia di gara-4 e il terzo periodo, terminato 35-20, la "tomba" degli Spurs, al punto che Popovich ha preferito far rifiatare i suoi in vista di gara-5.
Dopo tre serate con percentuali da urlo, San Antonio è tornata sulla terra e il 16.7% dall'arco ha seppellito le velleità di chiudere anzitempo la serie.
Questa volta non è bastato Parker (14 punti), non è bastato Duncan (12 punti e 9 rimbalzi), non è bastato nemmeno un grande Belinelli (8 punti e 7 rimbalzi) come un sempre più convincente Leonard (11 punti, 7 rimbalzi e 3 assist). Questa volta i Trail Blazers hanno avuto percentuali nettamente migliori rispetto alle prime tre andate in programma e soprattutto hanno avuto, oltre a Lillard e Aldrige (19 punti), un Nicolas Batum autore di una prestazione sopra le righe: 14 punti, 14 rimbalzi e 8 assist.
La serie torna a San Antonio, con in mano agli Spurs il match point per volare in finale della Western Conference.

lunedì 12 maggio 2014

I THUNDERS COMPIONO IL SUICIDIO PERFETTO, PAUL GEORGE RECITA POESIA

Quando a 8 minuti dalla fine dell'ultimo e decisivo periodo Oklahoma stava avanti di 16 (82-66), nessuno, probabilmente nemmeno Doc Rivers, avrebbe pensato ad una incredibile e pazzesca rimonta.
Il 38-24 di parziale degli ultimi dodici minuti racconta due storie parallele. I Clippers non hanno mollato, i Thunders hanno compiuto il suicidio perfetto
Per tutta la gara, fin dalla palla a due, Oklahoma ha dominato ogni centimetro di campo. Il 32-15 d'apertura confermava l'inerzia che i Thunders si portavano dietro dopo gara-3, evidenziava le difficoltà di Los Angeles in zona pitturata, esaltava il gioco di squadra e la difesa con cui Oklahoma stava portando la serie sul 3-1.
Poi il black out, dei ragazzi di Brooks. Ed ora una sfida totalmente capovolta, con i Clippers che voleranno verso la Chesapeake Energy Arena consapevoli di potersela giocare, sicuri di avere, almeno per il momento il coltello dalla parte del manico.
I 25 di Griffin, i 23 di CP3 (con 10 assist), e i 18 di Collison e Crawford hanno avuto la meglio sui 40 di Durant e i 27 di Westbrook, gli unici, insieme al solo Reggie Jackson (10 punti), ad andare in doppia cifra. Condizione che, palle perse a parte (16 quelle dei Thunders contro le 9 dei Clippers), ha dato la possibilità a Los Angeles prima di rientrare e successivamente di far sua la contesa.
Una partita pazzesca in una notte magica che rimanda ogni discorso a gara-5, quella che, volente o nolente, scriverà una pagina importante, se non decisiva, della sfida più equilibrata e spettacolare di queste semifinali di Conference.

domenica 11 maggio 2014

GLI SPURS SONO UNA MACCHINA DA GUERRA, I NETS CANCELLANO PER UNA NOTTE GLI HEAT

Nel momento in cui ti rendi conto che LaMarcus ne piazza 21 con 12 rimbalzi, che Batum scrive un 20-9-7, che Damianuccio fa 21 con 9 assist, che la percentuale dall'arco è del 35%, e perdi, allora vuol dire che quelli che hai di fronte sono più forti. Punto.
In questo momento la squadra condotta da Popovich è senza ombra di dubbio la più in forma della Lega. Nelle tre gare di semifinale ha segnato 116 punti di media, ha mandato a referto tutti gli uomini della rosa tranne Bonner, ha dato minutaggio a tutti, ha avuto dalla panchina il maggior impatto partita e punti rispetto alle altre franchigie. Ha vinto con uno scarto medio di 18 punti e mezzo. Una macchina da guerra.
Al Moda Center, dove la serie poteva avere un nuovo inizio ha trovato la parola fine. Il 118-103 finale ha permesso agli Spurs di andare 3-0 e di chiudere definitivamente la serie.
Con questo andazzo, colpi di coda a parte, gara-4 si svolgerà presumibilmente sui binari delle prime tre, con i Trail Blazers ad inseguire un gruppo di ragazzi che sta tirando con il 51% dal campo e con il 46% dall'arco. L'impresa appare davvero ardua.
Soprattutto quando si realizza di avere di fronte il quinto marcatore di sempre nelle serie di Playoffs: Tim Duncan. Traguardo raggiunto proprio nella vittoria a Portland.
Ad Est, dove tutto sembrava scivolare verso un destino già scritto, i Nets hanno saputo tirare fuori la testa e l'orgoglio, e in una serata da ricordare per figli e nipoti hanno dato una severa lezione ai campioni in carica, lasciati a 14 lunghezze di ritardo.

sabato 10 maggio 2014

IL GIOCO DI SQUADRA PREMIA OKLAHOMA E INDIANA

Wow! Ho visto giocare gli Oklahoma City Thunders di squadra. Da vera squadra.
Serge Ibaka (il mio personalissimo migliore in campo): 9-10 dal campo, 20 punti e 6 rimbalzi. Reggie Jackson: 14 punti. Steven Adams: 9 rimbalzi. Caron Butler: 3-5 dall'arco, 14 punti. A questi, naturalmente, si sono aggiunti Russel Westbrook con 23 punti, 8 rimbalzi e 13 assist e l'Mvp della stagione, Kevin Durant: 36 punti, 8 rimbalzi e 6 assist.
La semifinale di Conference più equilibrata e spettacolare rischia, se così vogliamo dire, di spezzarsi a favore dei ragazzi di Scott Brooks, calatisi sul perimetro dello Staples Center con la consapevolezza di essere diventati grandi.
Probabile che la "paura" avuta contro Memphis abbia scatenato qualcosa, facile che dopo quella conferenza stampa del miglior giocatore della Lega, ad Oklahoma si sia cementato quello che un po' tutti da tempo si attendevano.
E' stata una gara-3 dominata dall'equilibrio, perché i Clippers tutto sono tranne una squadra che abbandonerà anzitempo la serie. Ma quando Okc s'è messa a giocare di collettivo il divario tra le due franchigie è apparso chiaro e limpido.
E' questo l'unico limite che i Thunders dovranno gioco-forza combattere se vorranno arrivare fino in fondo. Una battaglia interna, intestina, superabile solo con la forza di volontà e l'unità d'intenti. Condizioni che hanno permesso ad Oklahoma di chiudere per 118-112 il match spartiacque di una serie che tra meno di 48 ore rivedrà sul perimetro le due franchigie. Ancora a Los Angeles, ancora allo Staples Center.
Il pronostico? Impronosticabile. Anche se la sensazione avuta fa pendere i favori verso i Thunders.