..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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venerdì 3 gennaio 2020

Ah cazzaro!


Non c'è nulla: non c'è la prova, non c'è allegato nessun documento, non c'è alcun coinvolgimento del governo sulla decisione di tenere per tre giorni in mare la nave Gregoretti. 
Tutto quello che la Lega prometteva, sbandierava, annunciava, dava per assodato sull'esistenza di una collegialità sulla decisione di tenere per tre giorni in mare la nave Gregoretti non c'è. 
Nelle 30 pagine della memoria depositata da Matteo Salvini alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari non c’è allegato nessun documento, nessuna prova che dimostri il coinvolgimento del governo o del premier Giuseppe Conte nell'impedire lo sbarco dei migranti: quattro occupano la ricostruzione dei fatti, cinque sono di osservazioni, il restante sono e.mail tra i ministeri per la ricollocazione. Nessun contatto, messaggio in cui si parla di negare lo sbarco alla nave militare italiana.

martedì 3 dicembre 2019

Posizioni speculari


Matteo Salvini (leader sovranisti italiani): "Si rischia di usare i soldi dei risparmiatori italiani per salvare le banche tedesche". 
Alice Weidel (capogruppo di AFD, sovranisti tedeschi): "Il MES è inutile perché salverà le banche italiane coi soldi dei tedeschi". 
Nota a margine: Alternative für Deutschland, partito di ultradestra tedesco, insieme alla Lega di Matteo Salvini fanno parte del gruppo dell'Europarlamento "Identità e Democrazia".

lunedì 2 dicembre 2019

Il dibattito politico andato in scena nel giorno dell'informativa sul Mes spiega perché le piazze si sono riempite di sardine


Questa politica, (quasi) tutta, ha offerto nella giornata dell'informativa sul Mes portata dal Presidente del Consiglio in Camera e Senato il peggio di se. Accuse, tradimenti, bugie, menzogne, offese, minacce, striscioni, frasi ingiuriose hanno fatto da corollario ad un pomeriggio dove a perdere, ancora una volta, è stata la così detta rappresentanza del popolo italiano. 
Dopo quanto potuto osservare inevitabile fare nomi e cognomi: Giorgia Meloni alla Camera, Matteo Salvini al Senato, i giornali complici della narrazione che ha portato il Presidente del Consiglio a dover scendere in campo per spiegare ciò che negli ultimi diciotto mesi mesi doveva essere ben chiaro ai più. 
Consapevole del proprio operato, Giuseppe Conte ha tracciato il percorso che Parlamento, Senato e vari Consigli dei Ministri avevano discusso dal giugno dello scorso anno, un racconto senza sbavature e con tanto di allegati al testo letto alle camere che ha portato la maggioranza dei presenti a spendere parole importanti, e favorevoli, nei confronti dello stesso Presidente del Consiglio. 
Il contro è arrivato dai soliti noti. In Parlamento, con la totale assenza di preparazione ai temi in discussione, c'ha pensato Giorgia Meloni, ribadendo concetti che nell'humus del sovranismo l'hanno portata a raggiungere la doppia cifra nell'ipotetica intenzione di voto degli italiani. 
In Senato è stata invece la volta di Matteo Salvini, che al termine dell'ennesimo intervento a metà tra un comizio elettorale e uno slogan propagandistico si è anche tolto lo sfizio di rivolgere a colui che il 20 di agosto scorso lo relegò dietro la lavagna il: "si vergogni". 
Il tutto senza che la Presidente Casellati, incalzata da Andrea Marcucci, prendesse alcun provvedimento. Anzi, dopo che il capogruppo dem ha fatto notare l'ingiuria rivolta al Presidente del Consiglio la seconda carica dello Stato ha minimizzato con un: "lo ha detto tra parentesi". 
La bagarre in aula è terminata con l'ex ministro Centinaio prodigo nell'insultare chissà chi e il leader del Carroccio abbandonare, autobiograficamente, l'aula del Senato.
Insomma, una discussione che avrebbe dovuto svolgersi nell'interesse di un paese intero si è trasformata, con l'insorgere di accuse, menzogne, offese, minacce, e frasi ingiuriose, nell'ennesima occasione per comprendere una volta di più perché le piazze italiane si stanno riempiendo di sardine. 
Ora, o meglio da domani toccherà ai giornali e ai vari talk televisivi rinfocolare quei temi portati avanti da un modo di fare politica che ha gettato fango e menzogne sul Presidente del Consiglio. Una connivenza capace di destabilizzare i mercati, renderci poco raccomandabili come istituzioni, in nome di una presunta difesa dei confini nazionali e degli interessi degli italiani.

Aspetti oggettivi


L'informativa odierna rilasciata dal Presidente del Consiglio a Camera e Senato ha evidenziato due aspetti oggettivi: 1) è una tematica talmente tecnica che, eccetto gli addetti ai lavori, il resto del Paese, "politici" compresi, non può che non averci capito niente. Tralascio, purtroppo, il fare a gara per parlarne e discuterne su giornali e all'interno degli studi televisivi da parte dei commentatori (si badi bene: commentatori, non economisti) citati dal capo gruppo alla Camera della Lega; 2) Matteo Salvini (incommentabile per maleducazione il suo intervento al Senato) e Giorgia Meloni (incommentabile per manifesta impreparazione sul tema il suo intervento alla Camera) hanno confermato per l'ennesima volta di decontestualizzare ogni qualsivoglia discussione politica, usandola per fare propaganda e conquistare l'ennesimo punto percentuale. Il tutto sacrificando l'interesse nazionale, quello che loro vanno dicendo di difendere.
Nota a margine: fonti europee hanno dichiarato che il testo può già considerarsi soddisfacente (fonti diplomatiche francesi) e che la firma del Trattato (quella non ancora apportata) può essere posta anche la prossima primavera, lasciando ai parlamentari di ogni singolo stato la possibilità di discutere la legislazione secondaria (come ottimamente evidenziato alla Camera da Fassina).

martedì 19 novembre 2019

Imperdonabile trascuratezza


La denota, dopo l'ennesima menzogna contro l'attuale esecutivo e in particolar modo avversando per questioni prettamente personali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (quel 20 agosto 2019 non lo supererà mai), l'ex ministro dell'Interno e attuale leader del centro-destra unito come le luci dell'albero di Natale. In questa, di circostanza, al ministro della propaganda (unica carica mantenuta) si sono uniti Giorgia Meloni, Adolfo Urso (Fratelli d'Italia) e Lucio Malan (Forza Italia), tutti concordi nel trattare la questione, la presunta firma sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, come "alto tradimento" dell'inquilino di Palazzo Chigi, al punto da richiederne, "con urgenza", il riferimento in Parlamento. 
Peccato che di firme non ce ne sono state. Né di notte, né di giorno e né di nascosto. 
La bozza di riforma (concordata a giugno, quando altri erano già in vacanza)) prevede la possibilità di aprire la strada alla ristrutturazione del debito, ma al momento, come da accordi, non è stata sottoscritta dall'Italia come da nessun'altro degli altri Paesi della zona euro. Ma c'è di più. 
Non c’è stato ancora nemmeno alcun voto di Conte o degli altri capi di Stato e di governo sull'accordo complessivo. L'eventuale sottoscrizione è invece programmata per dicembre e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già chiarito, per iscritto, la sua disponibilità a riferire alle Camere l’avanzamento dei lavori e a illustrare nel dettaglio i contenuti della riforma, anche con riguardo all'intero pacchetto. 
A questo si aggiunge che il Parlamento ha potere di veto sull'approvazione definitiva, e per quanto alla trasparenza di comunicazione la presidenza del Consiglio ricorda che Conte ha riferito alle Camere il 19 giugno, accogliendo una risoluzione che impegnava il governo ad esprimere una valutazione finale sul negoziato soltanto all'esito della definizione dell'intero pacchetto di riforme. 
La nota conclusiva proveniente dalla presidenza del consiglio evidenzia che il senatore a giugno era ancora vicepremier (oltre che degustatore seriale di bevande alcoliche) e quindi "avrebbe dovuto prestare più attenzione per l'andamento di questo negoziato, tanto più che l'argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (viceministri all'Economia e presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l'esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici. Chi pretende di guidare l'Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità. Con la propaganda intrisa di menzogne non si curano certo gli interessi dei cittadini italiani".

venerdì 6 settembre 2019

(s)Nodo romano


Con la nascita dell'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte e la probabile e possibile nomina di Paolo Gentiloni a Commissario europeo per gli affari economici e monetari (dopo l'incontro con Ursula von der Leyen, e visto il curriculum dell'ex premier democratico, la sensazione è che la poltrona per il commissario italiano sarà quella occupata nell'ultimo quinquennio da Pierre Moscovici), si sta delineando per il Bel Paese una stagione politica di un certo peso internazionale. Utopistica fino ad un mese fa, sempre più concreta e con tanto di endorsement da più di una cancelleria europea nella settimana appena trascorsa. Ma se sul fronte europeo tutto sembra muovere in favore dell'Italia (Gualtieri che chiede flessibilità a Gentiloni, con tutte le regole del caso, fa guardare con ottimismo la prossima manovra economica), e se gli stessi mercati, dopo 15 mesi di incertezza, ci stanno strizzando l'occhio (il crollo progressivo dello spread e Piazza Affari in costante segno positivo gli inoppugnabili segnali di fiducia), il nodo che si dovrà sciogliere nelle settimane a venire si svolgerà inevitabilmente all'interno dei palazzi romani. Perché se è vero che l'ubriacatura agostana dell'indossatore di felpe altrui ha permesso l'insperata nascita del governo a trazione Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Leu, è altrettanto vero che le 11 Commissioni Parlamentari presiedute dagli esponenti leghisti (quelli che... non siamo attaccati alle poltrone) potrebbero impedire, o comunque rallentare lo svolgimento regolare dei lavori. Il cambio di governo e di maggioranza dovrà dunque fare presto i conti non solo e non tanto nelle aule di Camera e Senato, ma anche e soprattutto con la composizione delle commissioni parlamentari, le cui presidenze sono fondamentali per l'attuazione del programma di governo. Una in particolare, la commissione Bilancio alla Camera presieduta dall'onorevole Claudio Borghi, potrebbe, al di la di ogni valutazione pregiudiziale, portare il nuovo esecutivo a rischiare un clamoroso esercizio provvisorio, con conseguenti problemi con l'Europa e con l'inevitabile aumento dell'Iva per lo scatto automatico delle clausole di salvaguardia. Le stesse dichiarazioni dell'economista leghista ("Dovevano pensarci prima di fare il ribaltone"), o peggio ancora quelle dell’ex ministro per le Riforme ed ex vicepresidente del Senato Roberto Calderoli ("Sotterrerò il Governo sotto milionate di emendamenti. Il nuovo regolamento di palazzo Madama l'ho scritto io. Mostrerò a Conte e a suoi ministri cose che nemmeno si immaginano") fanno pensare che il cammino dell'appena nato Conte 2.0 non sarà complicato per le (ipotetiche) differenze tra le forze di maggioranza, ma per le buche disseminate lungo il percorso dalle 11 commissioni parlamentari presiedute dalla Lega, e in particolare da quella del Bilancio alla Camera. (s)Nodo interno che, attualmente coperto dalle lotte sul campo dell'immigrazione (iniziate con la "discriminatoria" legge regionale del Friuli Venezia Giulia), rischia di metterci in grossa difficoltà al cospetto di un'Europa che oggi è stata finalmente e (quasi) totalmente conquistata da uomini, programmi e idee.

martedì 30 luglio 2019

Due facce della stessa medaglia

Il corvo attacca: "Gozi, già sottosegretario agli affari europei con Renzi e Gentiloni, con la benedizione di Macron viene ora nominato, stesso ruolo, nel governo francese! Immaginate di chi facesse gli interessi questo personaggio quando era nel governo italiano. Pazzesco, questo è il Pd!" Il merlo risponde: "Leggo che Matteo Salvini si chiede come io abbia tutelato gli interessi nazionali quando ero al governo. Caro Salvini, quando vuoi ci confrontiamo, atti e documenti alla mano, per vedere chi tra me e te ha curato di più e meglio gli interessi del nostro Paese. Facciamo così?" 
Nella corsa a chi è più nero emergono due facce appartenenti alla stessa medaglia.

mercoledì 24 luglio 2019

Chapeau

Pillole random per comprendere quello che questo Blog, per raggiunti limiti di età, mai potrà vedere nel prossimo futuro. 
L'Ue, sulla tematica TAV, non ha stanziato neppure il 10% del dovuto. La Francia, su parimenti tematica, non ha messo a bilancio un euro, rinviando al 2038 le opere di collegamento. 
Questo, almeno ai più, chiaro e oggettivo. 
Però. "La decisione di non realizzare l’opera ci esporrebbe a tutti i costi derivanti dalla rottura dell’accordo con la Francia" che si è espressa per la conferma della realizzazione di quest’opera. 
A queste parole espresse dal Presidente Conte, oltre ai più, in molti, comprensibilmente, faticano a comprendere. 
Cioè, qui si dice che: la Francia, quella che non ha mai e mai metterà un euro all'opera pubblica più demenziale, anacronistica, inquinante, dannosa e costosa d’Europa, ci obbliga, bilateralmente, alla realizzazione. 
Ma c'è di più. L'Ue, per sollecitare l'intervento, si è detta disponibile, e qui attenzione al tempo dei verbi, ad aumentare lo stanziamento dei costi, ad una cifra che "dovrebbe" avvicinarsi al 55% del totale. E, ancora, si "potrebbe" beneficiare di un contributo europeo pari al 50%. In pratica i presunti aumenti dei fondi Ue (modesti e tutti da verificare) andrebbero a ridurre i costi per l’Italia. 
A chiudere. Per un progetto nato poco dopo la caduta del Muro di Berlino, in un lasso di tempo in cui si sono succeduti la bellezza di nove governi e di cui a nessuno è mai fregato niente, oggi, anno domini 2019, Lega, Pd, FI e FdI, invece che unificarsi in Parlamento insieme al Movimento 5 Stelle e recedere unilateralmente dal contratto, stappano bottiglie di Champagne francese, brindando alla realizzazione di un'opera che strapperà risorse e ambiente all'Italia e porterà soldi alla Francia. Chapeau.

martedì 2 luglio 2019

Maalox

Ho come la sensazione che stasera il Maalox tocca ingerirlo al ministro della propaganda.

domenica 30 giugno 2019

Il muro (e contro-muro) della vergogna

Alla fine, come era ampiamente prevedibile, sono volati gli stracci. La disdicevole (eufemismo) questione dei migranti ancorati al largo di Lampedusa sulla See-Watch si è conclusa nel peggiore dei modi, e tra provocatori non poteva che finire così: da una parte il ministro della propaganda sollazzato dall'arresto della "Capitana", dall'altra l'ennesima giornata vissuta al centro di tutti i mezzi d'informazione europei da parte di un organizzazione non governativa che ha ottenuto tutta la "pubblicità" che voleva. Ragioniamo e cerchiamo di levarci la sciarpa dal collo. Salvare vite umane, evitare sciagure che hanno purtroppo scritto la storia degli ultimi lustri del Mar Mediterraneo, un dovere che bisogna avere a prescindere dai colori di appartenenza, che questi siano politici, religiosi o di etnia. Farlo, come fanno da qualche anno a questa parte (e come non facevano agli albori) le organizzazioni non governative del mare, cercando lo scontro politico e la visibilità mediatica, e non il porto più sicuro (Malta? Tunisia?) dopo aver recuperato i disperati di turno in acque libiche, un'operazione che inevitabilmente va a fare muro-contro-muro con una politica migratoria (quella del "Capitano" senza i dreadlocks) utile solo ed esclusivamente a recuperare voti in un paese che si è miserabilmente perso all'interno del solito tweet quotidiano. Un paese che purtroppo ha dato seguito e forza (questo il vero problema e pericolo) al completamento della "trumpizzazione" di un ministro (guarda caso dell'interno) che in preda all'ennesimo delirio (vergognoso) ha evocato il muro con la Slovenia.

venerdì 28 giugno 2019

Tacito accordo

Le ONG sono il pane quotidiano del ministro della propaganda. Difatti lui di barchini et similari non ne parla mai, come se quegli sbarchi (perché di sbarchi si tratta, oltre 200 nell'ultima settimana) fossero su territorio lunare e non italiano. Il ministro della propaganda è il pane quotidiano delle ONG. Perché diversamente non si spiega come in due settimane di sosta al largo di Lampedusa la "Capitana" non abbia trovato indispensabile rivolgersi a Malta, Francia o Spagna, infischiandosene delle condizioni di 40 disperati. Lo ripeto e me lo ripeto da tempo immemore: la soluzione inventata per la campagna elettorale permanente non porta da nessuna parte; il perseverare da parte delle ONG la "guerra" con il ministro della propaganda non porta da nessuna parte. Non fa il bene dei migranti (bisognosi come sottolineato da Di Maio di corridoi umanitari) né quello del nostro Paese e del continente intero (ormai saturo e necessario di diverse politiche). E allora sorge spontaneo il dubbio che il tacito accordo tra le parti faccia il solo bene degli attori non protagonisti.

mercoledì 23 gennaio 2019

Libero e volontario

Sekou Touré, presidente della Guinea nel 1958, fu ucciso tre giorni dopo aver abbandonato l’adesione al franco Cfa. Nel 1963 Sylvanus Olympio, primo presidente eletto del Togo, si rifiutò di sottoscrivere il patto monetario con la Francia. Il 10 gennaio 1963 ordinò di iniziare a stampare una moneta nazionale e tre giorni dopo fu rovesciato e assassinato in un golpe. Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso indipendente, ucciso in un golpe sostenuto dalla Francia dopo aver proclamato la necessità di liberarsi dal gioco neocoloniale del franco Cfa. Laurent Gbagbo, presidente della Costa d’Avorio nel 2011, propose di salvare l’economia del Paese abbandonando il franco Cfa in favore del Mir, Moneta ivoriana di resistenza: pochi mesi dopo la Francia bombardò il palazzo presidenziale e le forze speciali francesi lo fecero prigioniero. Negli ultimi 50 anni in Africa ci sono stati 67 colpi di stato, il 61% dei quali è avvenuto nelle ex colonie francesi.

mercoledì 4 giugno 2014

DAVID CAMERON E LA JOBS ACT

"Il Regno Unito lascerà l’Unione europea se non verranno accettate precise condizioni. La decisione verrà presa nel 2015, in un referendum ad hoc. La Ue, è vero, ha i suoi problemi strutturali ma questo deve essere uno stimolo per spingerla a fare le riforme, non un pretesto per andarsene danneggiando l’economia del Regno per inseguire ideologie astratte"
(David Cameron)

martedì 28 maggio 2013

LA SCELTA DI NON ANDARE IN EUROPA A RIBALTARE LE SCRIVANIE

Oggi è il giorno del diploma, quello che l'Unione Europea ci consegnerà per aver mantenuto il rapporto Debito/PIL sotto la soglia del 3%. Ma la chiusura della procedura d’infrazione non può e non deve essere vista positivamente, ma state pure tranquilli che c'è chi festeggerà; immagino già i titoli dei quotidiani e le espressioni tronfie dei protagonisti.
Il problema di rimanere agganciati a questa Europa non è uno, ma molteplici, tutti accomunati dalle politiche che si sono adottate nelle sedi della Ue.
Ci ritroviamo in un Unione Europea che di fatto non è mai esistita, perché quando vengono adottate ventisette politiche fiscali diverse di tutto si può parlare tranne che di unione. Ci accomuna la sola moneta, nata anzitempo e pure male. Non s'è compresa (per incompetenza o per malafede) la logica delle logiche: prima si creano politiche fiscali, poi burocratiche e quando tutti gli stati membri si trovano nelle stesse condizioni si adotta la moneta unica. In Italia, 150 anni fa, si fece prima il Paese e poi la Lira.
Se si volesse seriamente dare un senso all'Europa le procedure sarebbero diverse, i punti su cui muoversi altri. La Bce dovrebbe immettere direttamente moneta, senza l'uso criminale del trattato di Lisbona; il deficit (Maastricht) dovrebbe essere alzato ad una percentuale (7/8%) che permetta di pianificare il futuro con investimenti mirati, e senza cappi al collo.

venerdì 26 aprile 2013

HE IS A GOOD MAN

REMARKS BY PRESIDENT BARACK OBAMA AT DEDICATION OF THE GEORGE W. BUSH PRESIDENTIAL LIBRARY Bush Presidential Center Dallas, Texas 10:42 A.M. 
CDT PRESIDENT OBAMA: 

martedì 16 aprile 2013

UN GIORNO STORICO

Ci sono giorni che passano inosservati, senza una memoria, lontani dalla storia. Questo perché eventi di media-grande importanza non hanno sensibilizzato le coscienze, non hanno creato un dubbio, ci sono stati ma s'è preferito non parlarne, per non disturbare. Rimetterli invece nella storia, posizionandoli nel loro incastro, fa in modo che il passato torni a galla; un tempo si diceva che le bugie hanno le gambe corte. Il passo è breve, si fa presto a riavvolgere la pellicola: 18 aprile del 2012 (dopodomani facciamo il compleanno). Il Senato approva in seconda lettura il ddl costituzionale di riforma dell'art. 81 (quando vogliono come la toccano la Costituzione), che introduce il pareggio di bilancio, raggiungendo col voto unanime di Pd, PdL e Terzo Polo, il quorum di 214 voti su 321 aventi diritto, misura necessaria ad evitare il referendum popolare confermativo. Allora, un passo alla volta. Libro della Costituzione in mano, articolo 138, secondo comma: le leggi costituzionali, qualora non siano approvate al secondo passaggio con una maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna delle due Camere, "sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.". 

sabato 13 aprile 2013

17,9%

Sono giorni in cui l'argomento principale è la corsa al Quirinale, una toto-nomina che sta investendo quotidiani e televisioni, come se questo (e per certi versi può anche esserlo) fosse il principale problema di un Paese che sta bene economicamente, non ha problemi di disoccupazione e tutto viaggia a gonfie vele. Ma così non è. I problemi ci sono e sono tanti, e quella percentuale scritta nel titolo fa parte di questi. Detta in miliardi di euro la cifra è di centoventicinque, 125 miliardi di euro, la quota italiana pari al 17,9%, che dovremmo versare nelle casse dell'Esm con un anticipo di 15 miliardi. Ma questi soldi dove verranno presi?

giovedì 11 aprile 2013

C'ANDREBBE UNO BRAVO

Lo spread scende, la borsa sale, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Malta, Ungheria, Olanda, Finlandia, Svezia e Regno Unito (si avete letto bene, Olanda e Regno Unito) hanno equilibri definiti seri, Spagna e Slovenia eccessivi, Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro hanno già dovuto chiedere aiuti, la Germania rimane intoccabile per il ragionamento fatto ieri, però...

NOTIZIE DA DIETRO L'ANGOLO

Il 2 marzo scorso oltre un milione e mezzo di cittadini portoghesi (+ del 15% del totale demografico della nazione) hanno manifestato contro le misure di austerità imposte dal governo di Passos Coelho, quest'ultimo definito "allievo modello" dall'Fmi e dalla Bce. Nella giornata di ieri la Corte Costituzionale portoghese ha dichiarato incostituzionali quattro dei nove articoli presentati dal governo Coelho per la finanziaria 2013, riguardanti: dipendenti pubblici, disoccupati, pensionati e lavoratori. Da questi, e con le misure presentate, si sarebbero prelevati un miliardo e trecento milioni di euro, in ossequio alle direttive della Troika. Immediate le razioni. Il ministro tedesco della Finanze Wolfgang Schäuble ha subito ricordato al primo ministro portoghese che devono essere rispettati gli obiettivi di bilancio e gli impegni presi con Bruxelles. Nessun ritardo, nessuna delazione. Ora la palla passa alla riunione che l'Eurogruppo svolgerà questa settimana a Dublino, dove si dovrà valutare ed eventualmente approvare ogni nuova azione economica introdotta dal governo di Passos Coelho. L'obbiettivo sempre lo stesso: approvare la prossima tranche di aiuti, che è subordinata al giudizio di Ue, Bce e Fmi.