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venerdì 10 aprile 2020
martedì 10 marzo 2020
Analfabetismo funzionale
" #iorestoacasa ". Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha definito il senso del nuovo decreto per contenere la diffusione del coronavirus, annunciato ieri sera in conferenza stampa e in vigore da oggi. Non ci sono più zone rosse e zone ma un’unica grande "zona protetta": l'Italia intera.
In parole spicce: vanno evitati tutti gli spostamenti, ad eccezione di quelli "motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità", ovvero "spostamenti per motivi di salute".
Oggi, ore 12, rientrando dal lavoro: tavolini dei Bar pieni, bambini all'interno dei parchi pubblici, ciclisti (che manco alla Milano-Sanremo), runners (che manco alla maratona di New York), persone di ogni età tranquillamente a passeggio, e non faccio la conta di chi in macchina andava chissà dove.
Domanda: cosa non vi è chiaro, o comprensibile, di ciò che ha detto ieri sera il Presidente del Consiglio?
Tempo tre giorni e le città saranno presidiate dall'Esercito.
domenica 8 marzo 2020
Ordine e ordinanze
Da oltre un anno il popolo italiano, una fetta della popolazione, più semplicemente la maggioranza degli aventi diritto al voto vorrebbe al comando del Paese un uomo forte, munito di pieni poteri e in grado, di fronte a qualsivoglia emergenza, di portare ordine e disciplina.
Lo dicono i sondaggi d'opinione, lo propalano opinionisti da talk show, lo rivelano e lo rilevano quotidiani, telegiornali e mezzi d'informazione di tutta la penisola.
Insomma, da quando una certa parte politica della nazione l'ha buttata su di una ipotetica invasione da parte di negri, terroristi e clandestini, il popolo, la così detta maggioranza degli aventi diritto al voto ha sposato la psicosi della paura.
Un sentimento che ha intravisto alla vigilia di una sostituzione etnica la possibilità di ripararsi alle spalle di un uomo capace, solido, tutto di un pezzo, che spesso ha rivendicato attraverso i social di avere una sola parola.
I mesi che ne sono seguiti, gli ultimi due anni di politica italiana vissuti dall'opinione pubblica si sono poggiati sulle masse di africani sbarcate illegalmente sul suolo patrio, sull'odio razziale, sull'odio nei confronti dell'Euro, dell'Europa e degli europeisti, su di una propaganda che un giorno si e l'altro anche si è scagliata contro ogni scelta/decisione fatta dal governo, a prescindere che fosse buona o cattiva, utile o inutile.
Poco importa se alle critiche non sono seguite proposte, se le pregiudizievoli prese di posizione atte a vanificare le volontà dell'esecutivo non sono state sostituite con un programma che potesse far uscire il Paese dalle problematiche (vere e presunte) quotidiane. L'imbarbarimento politico, fusione di panico e paura, ha offuscato la ragione, ha portato a pensare a quanto si stava meglio prima, ad avere nostalgia di un ventennio in cui le bastonate facevano andare tutto nel verso giusto. Senza tentennamenti, senza titubanze.
A rimpiangere il nativo di Predappio. Perché lui si, con i pieni poteri, era stato in grado di fare cose buone e giuste, riuscendo vasconianamente a mantenere l'equilibrio sopra la follia.
Poi l'imponderabile, l'imprevedibile, un nemico sconosciuto da combattere. Un'inimmaginabile sparigliamento di tutto ciò che fino ad oggi aveva dettato regole e agende nella vita politica-sociale del Paese.
Ed ecco che le divisioni tra maggioranza e opposizione si sono una volta di più dilatate: da una parte gli untori di panico e paura a non trovare soluzione alcuna, salvo chiamare delinquente e criminale colui che è stato accusato di aver prima enfatizzato e poi sottovalutato la problematica, dall'altra un esecutivo che sotto la piena responsabilità del Presidente del Consiglio ha centralizzato le decisioni appoggiandosi alle direttive dell'Istituto Superiore della Sanità, assumendo pieni poteri e divulgando al Paese intero misure e precauzioni da seguire per combattere l'emergenza.
Che poi le ordinanze sviluppate attraverso i Dpcm firmati nelle ultime ore non siano state accolte, accettate e soprattutto attuate da quello stesso popolo che vorrebbe al comando del Paese un uomo forte, munito di pieni poteri e in grado, di fronte a qualsivoglia emergenza, di portare ordine e disciplina, fa parte di una storia tutta italiana così sintetizzabile: invochiamo l'uomo forte che porta l'ordine e poi non riusciamo a rispettare manco mezza ordinanza.
venerdì 14 febbraio 2020
Domanda e risposta
Se Renzie continua a essere la risposta (problematica) a questa politica... allora la domanda è sbagliata.
sabato 1 febbraio 2020
Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ’o nuost
La Casta ha vinto: il Senato ridà il vitalizio a 700 politici. L'organo di giustizia interno ha già pronta la delibera per il 20 febbraio. Vengono annullati i tagli in vigore dal 2018: in fumo 22 milioni all'anno.
venerdì 3 gennaio 2020
Ah cazzaro!
Non c'è nulla: non c'è la prova, non c'è allegato nessun documento, non c'è alcun coinvolgimento del governo sulla decisione di tenere per tre giorni in mare la nave Gregoretti.
Tutto quello che la Lega prometteva, sbandierava, annunciava, dava per assodato sull'esistenza di una collegialità sulla decisione di tenere per tre giorni in mare la nave Gregoretti non c'è.
Nelle 30 pagine della memoria depositata da Matteo Salvini alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari non c’è allegato nessun documento, nessuna prova che dimostri il coinvolgimento del governo o del premier Giuseppe Conte nell'impedire lo sbarco dei migranti: quattro occupano la ricostruzione dei fatti, cinque sono di osservazioni, il restante sono e.mail tra i ministeri per la ricollocazione.
Nessun contatto, messaggio in cui si parla di negare lo sbarco alla nave militare italiana.
martedì 31 dicembre 2019
Esercizio provvisorio
"Che Sardegna, Basilicata e Umbria siano in esercizio provvisorio perché i rispettivi Consigli regionali non hanno approvato il bilancio è davvero una brutta notizia. Per la Lega, che si candida a governare il Paese, questo è decisamente un pessimo biglietto da visita". Questo il post pubblicato sul proprio account Twitter da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. Un messaggio da cui si evidenzia come le promesse fatte dall'indossatore di felpe altrui si scontrano inevitabilmente con la realtà di tutti i giorni e con le problematiche che, spente le telecamere e abbandonati i luoghi battuti per sola propaganda, si riversano sui cittadini. Altro che buon governo del centrodestra.
mercoledì 18 dicembre 2019
Spente le telecamere la politica mette ancora una volta a nudo la propria incoerenza
Ad inizio ottobre eravamo tutti collegati con l'Aula di Montecitorio, una giornata che pur non mutando radicalmente le sorti del Paese divenne storica per il via libera definitivo da parte della Camera (553 Sì) alla riforma costituzionale che riduceva i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.
Quel disegno di legge voluto, dichiarato, promesso, uno dei punti fondamentali del programma elettorale del Movimento 5 Stelle che raccolse, stranamente e per la prima volta, una maggioranza trasversale: Pd, Leu, Italia Viva, Fdi, Fi e Lega, tutti insieme appassionatamente.
Insomma, a obbiettivi delle telecamere puntati e microfoni dei giornalisti accesi la politica italiana dichiarò al Paese intero di voler dare una sterzata all'efficienza dei lavori parlamentari e una maggiore vicinanza nei confronti dei cittadini.
Una giornata storica, come dichiararono vari esponenti dei 5 Stelle, che ebbe però una coda che sinistramente preannuncio quello a cui si è assistito in queste ultime ore.
Allora fu il renziano Roberto Giachetti, dopo aver votato a favore, che annunciò la raccolta firme per chiedere un referendum, dichiarando apertamente: "Se è vero che il nostro sistema va riformato, è evidente che la risposta non può essere il taglio dei parlamentari".
Oggi, a distanza di due mesi da quella maggioranza bulgara, Tommaso Nannicini (Pd) e gli azzurri Andrea Cangini e Nazario Pagano, promotori e aiutati dallo stesso Giachetti nell'iniziativa, hanno orgogliosamente annunciato che le 64 firme necessarie per chiedere un referendum confermativo e bloccare la riforma sono state raccolte.
Una manovra che agli occhi degli elettori e di chi semplicemente osserva dice che: a) in molti hanno pensato esclusivamente a salvarsi il posto in Parlamento; b) gli stessi hanno allontanato l'eventuale voto anticipato; c) a telecamere spente la politica ha nuovamente offerto il peggio di se.
Insomma, molteplici scenari che da una parte congelano l'attuale composizione delle camere e dall'altra mantengono inalterate le forze di maggioranza e opposizione, in linea con l'ormai palese volontà di un centro-destra che sponsorizza da mesi il voler andare al voto ma che all'atto pratico tende a stare il più lontano possibile dalle urne per un ormai probabile idiosincrasia, come avvenuto a metà agosto, ai pieni poteri.
Una mossa dalle mille sfaccettature ma che ancora una volta, per l'ennesima volta ha evidenziato come la politica, quella che non a caso le Sardine vorrebbero più responsabile nelle stanze istituzionali e meno propagandistica in televisione e nei social, è riuscita, questa volta a telecamere spente, a mettere a nudo la propria incoerenza.
mercoledì 11 dicembre 2019
Prescrizioni, leggi modificate, furbizia e privilegio
"Sono magistrato dal 1974, per tre anni sono stato giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell'IRI, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine, a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni, i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante.
Lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità, quando l'illegalità è particolarmente diffusa. Perché la giurisdizione funzioni, è necessario che esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole. In Italia invece la cultura diffusa è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio".
Gherardo Colombo
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giovedì 5 dicembre 2019
Nessuna notizia
Italia Viva è scesa in piazza contro la legge del ministro Alfonso Bonafede. Lo ha fatto sostenendo la protesta delle Camere penali davanti alla corte dei Cassazione. E certificando quello che fino ad oggi era solo un retroscena: i renziani sono pronti a sostenere la proposta di Forza Italia. Anzi: quella del berlusconiano Enrico Costa è proprio la proposta di Italia Viva. “Noi sosteniamo la proposta Costa”, ha spiegato Maria Elena Boschi
martedì 3 dicembre 2019
Informazione italiana: "quelli che, peggio che da noi solo in Uganda"
Oggi mi voglio rivolgere ai lettori con una considerazione sulla libertà di stampa della nostra informazione, che questa sia cartacea, web o che provenga dallo schermo televisivo. E voglio associare a questo male italiano un pezzo di Enzo Jannacci, metà monologo e metà musica, che puntava il dito contro le ipocrisie di "quelli che…". Specifico il passaggio in cui diceva: "quelli che, peggio che da noi solo in Uganda".
La realtà, però, ha superato l’ironia: la stampa ugandese è probabilmente più oggettiva della nostra. Ci sono cose che si possono leggere solo pensando ad autori comici. Ad esempio i titoli dei quotidiani nazionali apparsi nella mattinata post informativa rivolta a Camera e Senato da parte del Presidente del Consiglio.
Consapevole di non voler rubare la scena alla rubrica-editoriale del lunedì mattina proposta da Marco Travaglio, "Mi faccia il piacere", commento in ordine sparso:
Il Giornale: "Maggioranza spaccata, il Premier sbugiarda i suoi ministri e scarica Di Maio";
La Verità: "Giuseppi viene sbugiardato in diretta da Eurogruppo e Lega";
Libero: "La Ue: già approvato. La Lega: raccolta firme per bloccarlo";
la Repubblica: "Rottura Conte-Di Maio, Dall'Europa no al rinvio dell'intesa".
Ricapitoliamo: in un pomeriggio dove il Presidente del Consiglio ha spiegato minuziosamente tutti i passaggi parlamentari che ha affrontato il Trattato sulle misure contenute nel pacchetto che prevede, oltre al Mes, la riforma dell'Unione bancaria (Union banking) e l'assicurazione sui depositi, la nostra informazione cartacea nazionale è riuscita nell'impresa di scrivere tutto ciò che non è avvenuto.
Ma non solo. Oltre a palesi menzogne come quella del no dell'Europa al rinvio riportata da Repubblica o l'ipotetico sbugiardamento da parte dell'Eurogruppo nei confronti di Conte scritto dalla Verità (fonti europee hanno dichiarato che la firma del Trattato può essere posta anche la prossima primavera, lasciando ai parlamentari dei vari Stati membri la possibilità di approfondire e discutere la legislazione secondaria), l'interpretazione data a gesti e situazioni ha ampiamente superato il confine con la realtà.
Dove ci sia una maggioranza spaccata è ancora tutto da capire, visto che, a risposta all'intervento del Premier tutte le forze, e non solo quelle di maggioranza (vedi l'intervento del Professor Brunetta alla Camera e di Emma Bonino al Senato), hanno ringraziato per il lavoro svolto e per aver puntualizzato l'intero iter parlamentare, raccomandandosi, come era già ampiamente avvenuto nelle precedenti interlocuzioni, di migliorare l'intera riforma.
Dove la Ue abbia già approvato l'intero trattato come riportato in prima dal quotidiano di Vittorio Feltri rimane un mistero, visto che non è stata apportata alcuna firma, né dall'Italia né da altri.
Dove Conte abbia sbugiardato i suoi ministri e scaricato/attaccato Di Maio nemmeno la Var sarebbe in grado di valutarlo.
A dar manforte al cartaceo c'hanno pensato anche i vari talk show televisivi, promuovendo la stessa sceneggiatura e avvalendosi di quei protagonisti che hanno imbrattato di falsità il bianco candore dei fogli di giornale.
A Conte è stato confezionato, prima di qualsiasi valutazione seria dei fatti, il vestito del traditore, dello sconfitto, del bugiardo. Purtroppo va così. Di tanto in tanto serve il capro espiatorio, per ricominciare peggio di prima: si sdraia la bestia sul tavolaccio, ma poi, quando non si può tagliargli la gola a causa dell'insussistenza assoluta dei fatti, si decide, per salvare la faccia ad una narrazione che ha gettato fango, di ferirla, anche più volte, ma senza ucciderla. Tanto chi vuoi che protesti? Trattasi di Conte, dei 5 Stelle, di un governo nato, secondo i più, forzatamente e senza la minima idea di dove andare. Sono incapaci per definizione.
L’Italia ha un drammatico problema di cultura. Nella quotidianità come in politica.
In quanto all'informazione... dell’Uganda abbiamo già detto.
lunedì 2 dicembre 2019
Il dibattito politico andato in scena nel giorno dell'informativa sul Mes spiega perché le piazze si sono riempite di sardine
Questa politica, (quasi) tutta, ha offerto nella giornata dell'informativa sul Mes portata dal Presidente del Consiglio in Camera e Senato il peggio di se.
Accuse, tradimenti, bugie, menzogne, offese, minacce, striscioni, frasi ingiuriose hanno fatto da corollario ad un pomeriggio dove a perdere, ancora una volta, è stata la così detta rappresentanza del popolo italiano.
Dopo quanto potuto osservare inevitabile fare nomi e cognomi: Giorgia Meloni alla Camera, Matteo Salvini al Senato, i giornali complici della narrazione che ha portato il Presidente del Consiglio a dover scendere in campo per spiegare ciò che negli ultimi diciotto mesi mesi doveva essere ben chiaro ai più.
Consapevole del proprio operato, Giuseppe Conte ha tracciato il percorso che Parlamento, Senato e vari Consigli dei Ministri avevano discusso dal giugno dello scorso anno, un racconto senza sbavature e con tanto di allegati al testo letto alle camere che ha portato la maggioranza dei presenti a spendere parole importanti, e favorevoli, nei confronti dello stesso Presidente del Consiglio.
Il contro è arrivato dai soliti noti. In Parlamento, con la totale assenza di preparazione ai temi in discussione, c'ha pensato Giorgia Meloni, ribadendo concetti che nell'humus del sovranismo l'hanno portata a raggiungere la doppia cifra nell'ipotetica intenzione di voto degli italiani.
In Senato è stata invece la volta di Matteo Salvini, che al termine dell'ennesimo intervento a metà tra un comizio elettorale e uno slogan propagandistico si è anche tolto lo sfizio di rivolgere a colui che il 20 di agosto scorso lo relegò dietro la lavagna il: "si vergogni".
Il tutto senza che la Presidente Casellati, incalzata da Andrea Marcucci, prendesse alcun provvedimento. Anzi, dopo che il capogruppo dem ha fatto notare l'ingiuria rivolta al Presidente del Consiglio la seconda carica dello Stato ha minimizzato con un: "lo ha detto tra parentesi".
La bagarre in aula è terminata con l'ex ministro Centinaio prodigo nell'insultare chissà chi e il leader del Carroccio abbandonare, autobiograficamente, l'aula del Senato.
Insomma, una discussione che avrebbe dovuto svolgersi nell'interesse di un paese intero si è trasformata, con l'insorgere di accuse, menzogne, offese, minacce, e frasi ingiuriose, nell'ennesima occasione per comprendere una volta di più perché le piazze italiane si stanno riempiendo di sardine.
Insomma, una discussione che avrebbe dovuto svolgersi nell'interesse di un paese intero si è trasformata, con l'insorgere di accuse, menzogne, offese, minacce, e frasi ingiuriose, nell'ennesima occasione per comprendere una volta di più perché le piazze italiane si stanno riempiendo di sardine.
Ora, o meglio da domani toccherà ai giornali e ai vari talk televisivi rinfocolare quei temi portati avanti da un modo di fare politica che ha gettato fango e menzogne sul Presidente del Consiglio. Una connivenza capace di destabilizzare i mercati, renderci poco raccomandabili come istituzioni, in nome di una presunta difesa dei confini nazionali e degli interessi degli italiani.
martedì 19 novembre 2019
Imperdonabile trascuratezza
La denota, dopo l'ennesima menzogna contro l'attuale esecutivo e in particolar modo avversando per questioni prettamente personali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (quel 20 agosto 2019 non lo supererà mai), l'ex ministro dell'Interno e attuale leader del centro-destra unito come le luci dell'albero di Natale.
In questa, di circostanza, al ministro della propaganda (unica carica mantenuta) si sono uniti Giorgia Meloni, Adolfo Urso (Fratelli d'Italia) e Lucio Malan (Forza Italia), tutti concordi nel trattare la questione, la presunta firma sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, come "alto tradimento" dell'inquilino di Palazzo Chigi, al punto da richiederne, "con urgenza", il riferimento in Parlamento.
Peccato che di firme non ce ne sono state. Né di notte, né di giorno e né di nascosto.
La bozza di riforma (concordata a giugno, quando altri erano già in vacanza)) prevede la possibilità di aprire la strada alla ristrutturazione del debito, ma al momento, come da accordi, non è stata sottoscritta dall'Italia come da nessun'altro degli altri Paesi della zona euro.
Ma c'è di più.
Non c’è stato ancora nemmeno alcun voto di Conte o degli altri capi di Stato e di governo sull'accordo complessivo.
L'eventuale sottoscrizione è invece programmata per dicembre e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già chiarito, per iscritto, la sua disponibilità a riferire alle Camere l’avanzamento dei lavori e a illustrare nel dettaglio i contenuti della riforma, anche con riguardo all'intero pacchetto.
A questo si aggiunge che il Parlamento ha potere di veto sull'approvazione definitiva, e per quanto alla trasparenza di comunicazione la presidenza del Consiglio ricorda che Conte ha riferito alle Camere il 19 giugno, accogliendo una risoluzione che impegnava il governo ad esprimere una valutazione finale sul negoziato soltanto all'esito della definizione dell'intero pacchetto di riforme.
La nota conclusiva proveniente dalla presidenza del consiglio evidenzia che il senatore a giugno era ancora vicepremier (oltre che degustatore seriale di bevande alcoliche) e quindi "avrebbe dovuto prestare più attenzione per l'andamento di questo negoziato, tanto più che l'argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (viceministri all'Economia e presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l'esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici. Chi pretende di guidare l'Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità. Con la propaganda intrisa di menzogne non si curano certo gli interessi dei cittadini italiani".
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venerdì 15 novembre 2019
martedì 5 novembre 2019
Accusato e accusatore
Le azioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono state giudicate totalmente appropriate e alla luce del sole dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, responsabile per le indagini sui conflitti di interesse in Italia.
Ma poi, se le azioni dell'accusato (Giuseppe Conte) sono state giudicate appropriate dall'Autorità garante, come può l'accusatore (Matteo Salvini) accusare se quella riunione del Cdm (decidere sull'esercizio o meno della cosiddetta Golden Power con riguardo all'operazione Retelit) la presiedeva proprio lui?
domenica 3 novembre 2019
Manovra 2020: nelle risorse per la disabilità non si tiene conto di chi assiste un minore e del sostegno scolastico
Dalle sei pagine della Legge di Bilancio sono emersi quei provvedimenti che dovranno impattare positivamente sul futuro del Paese. Tra le varie misure elencate le principali riguarderanno gli anziani, la famiglia e la disabilità.
Queste ultime dovrebbero avere risorse pari a 100 milioni per il 2020, a 265 per il 2021 e a 478 per il 2022.
Tre fondi distinti che si snoderanno tra la tutela per il diritto al lavoro, il trasporto delle persone e i caregiver. Due i temi che voglio portare all'attenzione dopo quanto emerso dalle specifiche dei fondi destinati: i caregiver e il sostegno.
Tra i caregiver, riconosciuti dal comma 255 art. 1 della legge di bilancio 2018 ma ancora non normati da una legge che ne disciplini diritti e doveri, le problematiche continuano ad essere molteplici e nello specifico non sono ancora state dettagliate misure e risorse. Causa la totale inadeguatezza e/o assenza di servizi a cui fare affidamento milioni di persone (in Italia si contano 9 milioni di disabili che vengono assistiti da oltre 7 milioni di potenziali caregiver, di cui il 60% sono donne tra i 45 e 55 anni) si sono dovute dedicare a tempo pieno alle cure e all'assistenza dei propri cari. Lavoratrici e lavoratori a tutti gli effetti che nel nostro Paese sono praticamente senza diritti e vanno incontro ogni giorno a difficoltà che potrebbero essere superate se solo ci fosse una rete e un riconoscimento dell'importanza sociale della loro attività.
Il ddl 1461, legge Nocerino, un testo atteso da famiglie e associazioni e promesso da tempo, dal momento che l'Italia è l'unico Paese in Europa a non riconoscere e tutelare questa figura, si arricchisce e si aggiorna di 11 articoli dedicati a definizioni, procedure e tutele che però non può soddisfare a pieno.
Nell'articolo 4, ad esempio, si descrive la procedura per la "nomina", e tra i documenti richiesti c'è "l'atto di nomina, sottoscritto dall'assistito". Il caregiver viene nominato dunque direttamente "dall'assistito, personalmente o attraverso l’amministratore di sostegno, ovvero, nei casi di interdizione o di inabilitazione, attraverso il tutore o il curatore". Ma se l'assistito è un minore, il cui affido è assicurato per legge al genitore stesso che se ne occupa, come può essere nominato, e da chi, il caregiver?
Nell'articolo relativo alla tutela previdenziale (art. 5) "al caregiver familiare non lavoratore è riconosciuta la copertura di contributi figurativi, equiparati a quelli da lavoro domestico, a carico dello Stato, nel limite complessivo di tre anni". Un lasso di tempo insufficiente che cozza inevitabilmente con le costrizioni temporali di chi deve prendersi cura del disabile.
E se positivi sono molti dei punti articolati, vedi l'articolo 6 che elenca interventi di sollievo, di emergenza o programmati, mediante l’impiego di operatori socio-sanitari o socio-assistenziali in possesso della qualifica professionale, rimane il ragionevole dubbio che senza le risorse necessarie difficilmente si potranno concretizzare interventi e programmi.
Il ddl 1461, legge Nocerino, un testo atteso da famiglie e associazioni e promesso da tempo, dal momento che l'Italia è l'unico Paese in Europa a non riconoscere e tutelare questa figura, si arricchisce e si aggiorna di 11 articoli dedicati a definizioni, procedure e tutele che però non può soddisfare a pieno.
Nell'articolo 4, ad esempio, si descrive la procedura per la "nomina", e tra i documenti richiesti c'è "l'atto di nomina, sottoscritto dall'assistito". Il caregiver viene nominato dunque direttamente "dall'assistito, personalmente o attraverso l’amministratore di sostegno, ovvero, nei casi di interdizione o di inabilitazione, attraverso il tutore o il curatore". Ma se l'assistito è un minore, il cui affido è assicurato per legge al genitore stesso che se ne occupa, come può essere nominato, e da chi, il caregiver?
Nell'articolo relativo alla tutela previdenziale (art. 5) "al caregiver familiare non lavoratore è riconosciuta la copertura di contributi figurativi, equiparati a quelli da lavoro domestico, a carico dello Stato, nel limite complessivo di tre anni". Un lasso di tempo insufficiente che cozza inevitabilmente con le costrizioni temporali di chi deve prendersi cura del disabile.
E se positivi sono molti dei punti articolati, vedi l'articolo 6 che elenca interventi di sollievo, di emergenza o programmati, mediante l’impiego di operatori socio-sanitari o socio-assistenziali in possesso della qualifica professionale, rimane il ragionevole dubbio che senza le risorse necessarie difficilmente si potranno concretizzare interventi e programmi.
Per quel che invece riguarda il sostegno all'interno del percorso scolastico non si è letto alcun provvedimento e conseguenti risorse che tutelino l'alunno disabile.
Una lacuna che richiama le continue richieste (inascoltate) del ministro dell'istruzione Lorenzo Fioramonti: "Negare il sostegno è una cosa gravissima. Bisogna assolutamente fare in modo che si arrivi ad individuare il problema prima che inizi il nuovo anno scolastico."
Ma la totale assenza di risorse destinate a supplire una problematica che ha visto nell'ultimo anno un ulteriore aumento di 10 mila alunni disabili fa si che viene difficile credere e sostenere che in quello prossimo andrà meglio, considerando che la stragrande maggioranza delle supplenze annuali, con scadenza 30 giugno, parliamo di oltre 50 mila contratti, vengono assegnate a precari privi del titolo d’insegnamento di didattica speciale. E quest'anno sono stati messi a concorso, dalle Università, la pochezza di 14 mila posti. Non un caso che negli otto anni fin'ora trascorsi dai miei due figli disabili nel percorso scolastico sia stata messa a disposizione una sola maestra, a un solo bambino e per un solo anno, con il titolo di sostegno. Condizione che non solo ha precluso un insegnamento mirato e professionale, ma non ha nemmeno garantito quella continuità indispensabile per consentire tanto al docente quanto e soprattutto all'alunno di programmare un lavoro a lungo termine e instaurare un rapporto che vada oltre il mero linguaggio didattico.
Ma la totale assenza di risorse destinate a supplire una problematica che ha visto nell'ultimo anno un ulteriore aumento di 10 mila alunni disabili fa si che viene difficile credere e sostenere che in quello prossimo andrà meglio, considerando che la stragrande maggioranza delle supplenze annuali, con scadenza 30 giugno, parliamo di oltre 50 mila contratti, vengono assegnate a precari privi del titolo d’insegnamento di didattica speciale. E quest'anno sono stati messi a concorso, dalle Università, la pochezza di 14 mila posti. Non un caso che negli otto anni fin'ora trascorsi dai miei due figli disabili nel percorso scolastico sia stata messa a disposizione una sola maestra, a un solo bambino e per un solo anno, con il titolo di sostegno. Condizione che non solo ha precluso un insegnamento mirato e professionale, ma non ha nemmeno garantito quella continuità indispensabile per consentire tanto al docente quanto e soprattutto all'alunno di programmare un lavoro a lungo termine e instaurare un rapporto che vada oltre il mero linguaggio didattico.
Sono una delle tante mamme italiane che si dedica e si occupa a tempo pieno dei propri figli disabili, che ha dovuto improvvisamente interrompere il proprio lavoro e che vorrebbe semplicemente avere le strutture adatte, l'assistenza necessaria e quelle figure professionali che possano offrire un domani migliore. A 45 anni, con un mondo del lavoro sempre più distante, sarebbe bene che venga riconosciuta l'importanza dell'attività sociale svolta, normata finalmente da una legge che possa garantire e disciplinare diritti e doveri.
lunedì 28 ottobre 2019
Voto in Umbria: è giunto il momento di mangiare di nuovo i popcorn
Il dato emerso dal voto espresso dai cittadini umbri nel week-end appena trascorso è inequivocabile: il Paese, una buona fetta dello stivale vorrebbe essere governato dalla Lega di Matteo Salvini e dai Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni.
I numeri parlano chiaro e non serve nemmeno riproporli.
Una vittoria abbacinante che ha lasciato il resto della politica italiana a distanza siderale, ancor più netta di quella prevista, con tanto di caffè scommessi, dal leader incontrastato di Via Bellerio.
Inutile nascondersi, come fatto da più di un rappresentante dell'esecutivo, dietro alla narrativa del "risultato che non può incidere sul governo" o che "l'Umbria conta solo il 2% della popolazione italiana".
Il risultato delle regionali vinte con quasi il 60% dei consensi esprime la pancia degli italiani, manifesta quello che attraverso le piazze, i sondaggi e tutto ciò che ruota intorno ai social i cittadini chiedono da mesi: andare al voto.
E visto che dopo un trionfo dalle proporzioni bibliche l'opposizione ripete all'unisono di liberare l'Italia, sollecita il Quirinale a domandarsi se un governo senza voti possa andare avanti, caldeggia la possibilità di tornare nelle urne vista la valenza nazionale del risultato, l'attuale esecutivo con Giuseppe Conte in testa dovrebbe prendere in seria considerazione le innumerevoli richieste fatte pervenire.
Le nove vittorie consecutive messe in bacheca dalla Destra (il Centro-Destra è ormai un lontano ricordo) negli ultimi diciotto mesi, l'oggettiva possibilità di proseguire il cammino conquistando anche Calabria, Emilia Romagna, Campania, Marche, Toscana, Puglia, Liguria e confermare il Veneto, dovrebbero indurre i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico, di Italia Viva e di Leu a mettere la parola fine all'attuale esecutivo.
D'altronde il voto di domenica non solo ha eletto governatrice Donatella Tesei ma ha bocciato chiaramente la manovra economica messa in piedi dagli attuali inquilini di Palazzo Chigi.
L'Iva sterilizzata, la cancellazione definitiva delle clausole di salvaguardia, la lotta all'evasione, la riforma della giustizia, il taglio del cuneo fiscale, le detrazioni, le modifiche di imposte e la cancellazione del superticket sanitario non interessano a nessuno.
Non interessano alla popolazione umbra, non interessano alla marea umana che si è riversata in Piazza San Giovanni e men che meno interessano a quegli elettori che fanno della coalizione Lega-FdI l'unica in grado di prendere per mano il Paese.
E' giunto quindi il momento di metterli alla prova, di farli sedere ai posti di comando, di consegnarli la nazione.
E' giunto il momento che il leader del Carroccio traduca il consenso in misure atte a far decollare il lavoro, l'istruzione, la sanità.
E' giunto il momento che l'ex indossatore di felpe altrui si renda responsabile e prenda impegni, quelli che nell'ultimo anno e mezzo ha promesso da balconi, piazze e dirette Facebook a gran parte degli italiani.
E' giunto il momento che comizi e apparizioni televisive si convertano in riforme, in tagli, in lotte, in detrazioni, in capacità di offrire al Paese quanto assicurato.
Ma soprattutto, per Centro-Sinistra e Movimento 5 Stelle, è giunto il momento di fermarsi, sedersi e, osservando il lavoro di chi professa capacità e programmi, mangiare nuovamente i popcorn. Così, giusto per vedere dall'opposizione l'effetto che fa.
lunedì 21 ottobre 2019
Dalla piazza del centrodestra alla Leopolda il messaggio è unanime: Tutti non sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche
Nella prefazione di «Non pensare all'elefante!» (George Lakoff, Chiarelettere), Gianrico Carofiglio espone un'articolata metafora dell'autore per proporre un modo alternativo di pensare alle tasse e al doverle pagare.
Alternativo alla vulgata metaforica delle destre di tutto il mondo che parlano delle tasse come di un furto dello Stato e non come l'adempimento di un obbligo di solidarietà: "Pagare le tasse significa fare il proprio dovere, versare la quota di iscrizione per vivere nel proprio paese. Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagarne la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da tennis. E qualcuno deve pulirlo. Forse non usiamo il campo da squash, ma comunque dobbiamo pagare la nostra parte. Altrimenti nessuno farà la manutenzione e il circolo andrà in rovina. Quelli che evadono le tasse non pagano quello che devono al loro paese. Chi paga le tasse è un patriota. Chi le evade e manda in rovina il suo paese è un traditore".
Nel 2007, durante un'intervista televisiva a Lucia Annunziata nel programma di Rai3 «1/2 ora», l'allora Ministro dell'economia e delle finanze del secondo governo Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa dichiarò che "le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute", aggiungendo che "ci può essere insoddisfazione sulla qualità dei servizi che si ricevono in cambio, ma non un'opposizione di principio sul fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare".
Il 27 dicembre 1947, l'allora Capo dello Stato Enrico De Nicola, insieme ad Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, Francesco Cosentino, funzionario, Giuseppe Grassi, guardasigilli, e Umberto Terracini, presidente della Costituente, firmò a Palazzo Giustiniani la Costituzione italiana, 139 articoli che entrarono ufficialmente in vigore il 1º gennaio del 1948.
Tra questi, posto nella Sezione I Diritti e doveri dei cittadini, Titolo IV, l'articolo 53 recita: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva".
Due i temi fondamentali dal punto di vista del diritto tributario: la capacità contributiva e la progressività dell’imposizione fiscale.
Nel primo caso l'articolo 53 sostiene che tutti i cittadini, anche apolidi e stranieri, che risiedono in Italia hanno il dovere di pagare le imposte. L'obbligo di pagamento delle imposte deve rispettare necessariamente la capacità contributiva del cittadino, vale a dire la sua possibilità economica. L'articolo 53, che difende il dovere di concorrere alle spese pubbliche, richiama senza dubbio gli articoli fondamentali 2 e 3 della Costituzione, i quali manifestano il principio di solidarietà e di eguaglianza di tutti i cittadini nello Stato Italiano.
Per quanto riguarda i criteri di progressività l'articolo 53 della Costituzione sostiene che l'imposta che i cittadini, anche apolidi e stranieri, sono tenuti a versare è proporzionale all'aumentare della loro possibilità economica. In altre parole: l'imposta cresce con il crescere del reddito.
Il rilievo del criterio di progressività risiede nel gravare sulle classi sociali più abbienti così da poter soccorrere e sostenere le classi sociali in difficoltà, garantendo i diritti e i servizi sociali fondamentali quali la pubblica istruzione, l'assistenza sanitaria, la previdenza sociale e l'indennità di disoccupazione, criteri sui quali si basa lo Stato Sociale Italiano.
Ora rimane da capire su quali basi e con quale faccia le opposizioni e alcune parti dell'esecutivo puntino il dito su chi le tasse, come l'attuale governo, non solo le mantenga per quel principio basico scritto a caratteri cubitali in Costituzione ("Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche", le tasse appunto), ma e soprattutto si cimenti a lottare contro l'evasione fiscale.
Lo ha ribadito anche il segretario generale della Cgil a «Mezz'ora in più»: "Il messaggio che si deve dare al paese non è no tasse ma no evasione fiscale".
Messaggio che evidentemente non è stato recepito dalla piazza del centrodestra (Meloni: "Uniti contro la sinistra delle tasse", Berlusconi: "In piazza contro carcere per gli evasori", Salvini: "L'unico modo per dare un futuro ai nostri figli è abbassare le tasse") e dalla Leopolda (Teresa Bellanova: "Io dico che Italia Viva è no tasse", Maria Elena Boschi: "Il Pd è il partito delle tasse").
sabato 19 ottobre 2019
Dal confronto tra Renzi e Salvini emerge un obbiettivo comune: far cadere Giuseppe Conte
Che l'attuale panorama politico italiano sia orfano di un vero e proprio leader lo hanno decretato gli oltre tre milioni e ottocento mila spettatori che nella serata di martedì si sono sintonizzati con il talk di Rai 1 condotto da Bruno Vespa.
Un boom assoluto di ascolti per due personaggi politici che allo stato attuale non hanno alcun ruolo apicale all'interno delle istituzioni. Anzi. Due politici che, in condizioni simili (il 40% di popolarità) e trascinati al ribasso dall'ego smisurato che li ha dominati, hanno cancellato di fatto tutto quello che erano riusciti a costruire.
Nel race-off di Porta a Porta, tra battute (riuscite indubbiamente di più al rignanese) e spot da comizio elettorale (di cui l'indossatore di felpe altrui continua a rimanere il numero uno indiscusso), è emerso abbastanza chiaramente l'obbiettivo comune: far cadere Giuseppe Conte.
L'attuale Presidente del Consiglio è l'unica personalità di Governo capace di trascinare folle, accomunare molteplici fasce di età, presenziare alle feste delle più disparate realtà politiche (con tanto di consenso), affascinare le cancellerie europee e ricevere investiture da oltre oceano. Insomma, a conti fatti l'unico in grado (sondaggi alla mano) non solo di tenere testa al duo che ha spopolato nella seconda serata della televisione di stato, ma addirittura oscurarli sul tema della popolarità mediatica.
Un avversario vero, una personalità che in più di una circostanza ha saputo mettere dietro la lavagna i rispettivi segretari di Italia Viva e Carroccio, ma soprattutto quel classico terzo incomodo che si ritrova ad occupare la quarta più alta carica dello Stato, posizione che inevitabilmente lo porterà, se legge di bilancio e misure varate porteranno i risultati sperati, ad aumentare il consenso.
Ecco perché il confronto tra Renzi e Salvini, messi in archivio i 49 milioni di rimborsi illeciti e le varie conferenze pagate migliaia di euro in giro per il globo terracqueo, ha fatto emergere le speranze e gli obbiettivi dei due soggetti a confronto.
Da una parte il continuo desiderio del leghista di andare al voto dopo che Movimento 5 Stelle e Partito Democratico falliscano l'alleanza di Governo proprio grazie ad un colpo di teatro dell'ex democratico. Dall'altra la rincorsa dell'attuale numero uno di Italia Viva a scalare la classifica della politica italiana per poi proporsi come reale alternativa a colui che allo stato attuale raccoglie il maggiore consenso degli aventi diritto al voto.
Della serie, e come ha scritto recentemente Antonio Padellaro: Conte, Salvini e Renzi: ne resterà vivo uno solo.
mercoledì 16 ottobre 2019
Una politica che parla troppo dello status quo di ultracinquantenni e anziani e troppo poco ai giovani
La politica vista, vissuta e recepita dai cosiddetti Millennials riscuote non tanto un distacco generazionale quanto una mancanza di dialogo. Il parlare purtroppo due lingue diverse.
Sui temi riguardanti la scuola, il lavoro e l'ambiente i proclami desueti sbandierati sui social e all'interno dei talk televisivi si scontrano con coloro che vedono in queste tematiche i punti di riferimento di quel che dovrà essere il mondo di domani.
Qui inevitabilmente entra in gioco l'attuale classe politica, che seppur la più giovane di sempre continua a proporre alla nazione programmi e promesse elettorali che vanno a contattare, a prescindere dal ceto, ultracinquantenni e anziani.
Due le tematiche, pensioni e tasse, che portano all'interno delle urne elettorali la percentuale più alta degli aventi diritto al voto, e che, come nell'ultima legge di bilancio, convoglia la fetta più ampia delle risorse messe in campo.
Misure che guardano principalmente i già avviati nel mondo del lavoro e chi della previdenza ne fa l'unico sostentamento di vita.
E ai giovani chi parla?
L'attuale silenzio complica e di parecchio il dialogo. Non si propongono piani pluriennali, non si ascoltano le piazze, non si prendono sul serio Greta e tutti quei movimenti nati sull'onda della rivoluzione green, si osteggia una generazione, e quelle a venire, che ancor prima di quello che pensiamo cambieranno volto all'intero pianeta. E soprattutto non si coltiva la cultura del pagare (tutti) le tasse e i contributi: perché bello, patriottico, facente parte di quella giustizia sociale che renderebbe migliore qualsiasi nazione.
Avere il coraggio di mettere in discussione le attuali linee politiche, poggiando sul piatto della bilancia l'ambiente, l'istruzione, la scuola e il lavoro come da qualcuno troppo timidamente proposto, non solo porterà il consenso di adolescenti e conseguenti potenziali futuri elettori ma darà linfa a chi oggi è già in grado di dare vita al domani.
Un vero e proprio progetto giovani che permetta ai nostri figli, al loro futuro, di vedersi restituire quei sogni rubati da anni di politiche miopi.
E' giunto il momento che la politica si assuma l'onere e l'onore di rimettersi in contatto e parlare con un mondo, quello giovanile, che da troppo tempo sente il bisogno e l'urgenza di essere messo al centro di idee e programmi.
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