..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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domenica 12 aprile 2020

Bugie e verità


Dal giorno che il Covid-19 è entrato prepotentemente a far parte della vita degli italiani abbiamo assistito, nostro malgrado, alla solita disdicevole guerra (questa senza esclusione di colpi) tra maggioranza e opposizione. Conflitto che, nonostante un'emergenza capace di fare migliaia di vittime, ha proseguito il suo iter sulla scia di toni sempre più aspri, raggiungendo il suo apice, a reti unificate, nella serata di venerdì. 
Torti e ragioni, a prescindere dalla sciarpa indossata, vanno equamente divisi: nel mentre si combatte una pandemia mondiale ogni pisciata fuori dal vaso va condannata. 
Poi ci sono i però, i distinguo, l'analisi oggettiva di ciò che dall'inizio dell'infezione virale hanno messo in campo il Governo e coloro a cui è stato ripetutamente chiesto di collaborare per il bene del Paese. E qui lo storico racconta di un continuo e pretestuoso attacco sistematico da parte dei secondi a ogni azione messa in campo dai primi. 
Con la premessa che ogni scelta fatta dal Consiglio dei Ministri è stata concordata e valutata con la consulenza dell'Istituto Superiore della Sanità, con l'avvallo del Consiglio Superiore della Sanità e la collaborazione della Protezione Civile, le misure varate in questi lunghi due mesi si sono sempre scontrate con i mal di pancia una volta di Salvini e un'altra della Meloni: se il Governo metteva in campo la chiusura di questo e di quello, dall'altra parte si fomentava il riaprire tutto e subito; se il Governo faceva presente che la chiusura di porzioni di territorio era di competenza delle regioni dall'altra parte si buttava la palla in tribuna affermando che la competenza era di Roma; se il Governo metteva sul tavolo 4 miliardi per dare il via ai primi sostentamenti economici dall'altra parte se ne chiedevano 10, se il Governo ne stanziava 25 dall'altra parte la richiesta saliva a 100, se il Governo riusciva addirittura a far sua una misura da 400 miliardi dall'altra parte si twittava che oltre a non bastare sarebbero giunti in ritardo; se il Governo riusciva a far giungere sul suolo nazionale dispositivi di protezione, medici, infermieri e tutto ciò che poteva mettere nelle migliori condizioni possibili la sanità nazionale dall'altra parte si denunciavano mancanze e assenze. 
Insomma, la qualunque è stata messa in costante discussione e se il diritto di critica in un paese democratico è il sale del dibattito politico, la pretestuosità, i personalismi, la perniciosità dei modi con cui l'opposizione si è posta nei confronti del Governo ha più volte evidenziato il voler mettere i bastoni tra le ruote alla sfida più complicata e importante che il Paese sta affrontando dal dopo guerra ad oggi. 
L'apice della conflittualità - dopo che a Giuseppe Conte è stato contestato che parlava troppo e doveva parlare di meno, che parlava di meno e doveva parlare di più, che parlava e non doveva parlare, che non parlava e doveva parlare, che parlava dopo le 23 e doveva parlare prima, che parlava prima e doveva parlare dopo, che parlava su Facebook e avrebbe dovuto parlare attraverso i canali istituzionali, che una volta che aveva parlato attraverso i canali istituzionali avrebbe fatto meglio a comunicare con i videomessaggi -, è giunta dopo che il Presidente del Consiglio ha deciso di porre fine alle continue menzogne propalate dal duo Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Una dura presa di posizione giunta dopo mesi di attacchi e provocazioni che hanno portato una persona solitamente pacata a sbottare in diretta televisiva dopo che nelle ventiquattro ore precedenti i due leader avevano falsamente affermato che Gualtieri aveva firmato l'attivazione del Mes e che lo stesso Conte aveva dato il suo assenso per il Meccanismo Europeo di Stabilità con condizionalità. 
E allora viene spontaneo chiedersi: ma se Conte non avesse risposto a tali menzogne la gente cosa avrebbe dovuto pensare, che quelle accuse avevano una ragion d'essere?
Aver detto la verità è stato sacrosanto e nessuno può negare che, pur nel bel mezzo di una pandemia e di una crisi economica senza precedenti, rispondere a delle false accuse è stato un gesto di rispetto nei confronti di un popolo confinato tra le mura di casa.

venerdì 10 aprile 2020

Nomi e cognomi


"Il Mes esiste dal 2012, non è stato istituito ieri o attivato la scorsa notte come falsamente e irresponsabilmente è stato dichiarato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Questo governo non lavora col favore delle tenebre: guarda in faccia gli italiani e parla con chiarezza. Le loro falsità, le menzogne ci fanno male, perché ci indeboliscono nella trattativa, indeboliscono l’Italia in Europa"
Ascoltare il Presidente del Consiglio fare nomi e cognomi, sbugiardare a reti unificate i due leader dell'opposizione al termine di una continua e perpetua campagna di disinformazione consultabile sui rispettivi social network dopo che da settimane viene ripetuto di mantenere unità d'intenti nazionale, in primis dal Presidente della Repubblica, non ha prezzo.

domenica 8 marzo 2020

Ordine e ordinanze


Da oltre un anno il popolo italiano, una fetta della popolazione, più semplicemente la maggioranza degli aventi diritto al voto vorrebbe al comando del Paese un uomo forte, munito di pieni poteri e in grado, di fronte a qualsivoglia emergenza, di portare ordine e disciplina. Lo dicono i sondaggi d'opinione, lo propalano opinionisti da talk show, lo rivelano e lo rilevano quotidiani, telegiornali e mezzi d'informazione di tutta la penisola. Insomma, da quando una certa parte politica della nazione l'ha buttata su di una ipotetica invasione da parte di negri, terroristi e clandestini, il popolo, la così detta maggioranza degli aventi diritto al voto ha sposato la psicosi della paura. 
Un sentimento che ha intravisto alla vigilia di una sostituzione etnica la possibilità di ripararsi alle spalle di un uomo capace, solido, tutto di un pezzo, che spesso ha rivendicato attraverso i social di avere una sola parola. I mesi che ne sono seguiti, gli ultimi due anni di politica italiana vissuti dall'opinione pubblica si sono poggiati sulle masse di africani sbarcate illegalmente sul suolo patrio, sull'odio razziale, sull'odio nei confronti dell'Euro, dell'Europa e degli europeisti, su di una propaganda che un giorno si e l'altro anche si è scagliata contro ogni scelta/decisione fatta dal governo, a prescindere che fosse buona o cattiva, utile o inutile. 
Poco importa se alle critiche non sono seguite proposte, se le pregiudizievoli prese di posizione atte a vanificare le volontà dell'esecutivo non sono state sostituite con un programma che potesse far uscire il Paese dalle problematiche (vere e presunte) quotidiane. L'imbarbarimento politico, fusione di panico e paura, ha offuscato la ragione, ha portato a pensare a quanto si stava meglio prima, ad avere nostalgia di un ventennio in cui le bastonate facevano andare tutto nel verso giusto. Senza tentennamenti, senza titubanze. A rimpiangere il nativo di Predappio. Perché lui si, con i pieni poteri, era stato in grado di fare cose buone e giuste, riuscendo vasconianamente a mantenere l'equilibrio sopra la follia. 
Poi l'imponderabile, l'imprevedibile, un nemico sconosciuto da combattere. Un'inimmaginabile sparigliamento di tutto ciò che fino ad oggi aveva dettato regole e agende nella vita politica-sociale del Paese. Ed ecco che le divisioni tra maggioranza e opposizione si sono una volta di più dilatate: da una parte gli untori di panico e paura a non trovare soluzione alcuna, salvo chiamare delinquente e criminale colui che è stato accusato di aver prima enfatizzato e poi sottovalutato la problematica, dall'altra un esecutivo che sotto la piena responsabilità del Presidente del Consiglio ha centralizzato le decisioni appoggiandosi alle direttive dell'Istituto Superiore della Sanità, assumendo pieni poteri e divulgando al Paese intero misure e precauzioni da seguire per combattere l'emergenza. 
Che poi le ordinanze sviluppate attraverso i Dpcm firmati nelle ultime ore non siano state accolte, accettate e soprattutto attuate da quello stesso popolo che vorrebbe al comando del Paese un uomo forte, munito di pieni poteri e in grado, di fronte a qualsivoglia emergenza, di portare ordine e disciplina, fa parte di una storia tutta italiana così sintetizzabile: invochiamo l'uomo forte che porta l'ordine e poi non riusciamo a rispettare manco mezza ordinanza.

giovedì 5 marzo 2020

Hanno (ancora una volta) vinto loro


I dirigenti della Serie A di calcio, quelli che per settimane l'hanno menata con il giochiamo a porte aperte, a porte chiuse o anche senza le porte, hanno ammesso che la decisione del governo è stata di buon senso (senza spettatori fino ad aprile), e ora speriamo non rompano più i coglioni. 
I virologi da talk show, quelli che per settimane hanno presenziato tutte le trasmissioni possibili sbugiardando colleghi, simili e financo se stessi, pare abbiamo deciso di mettersi da soli in quarantena; di virus sinceramente basta e avanza quello che c'è. 
I Governatori (alla Zaia e alla Fontana), i Sindaci (alla Sala), e vari assessori al seguito, quelli che per settimane hanno detto di seguire le linee guida del governo e al contrario, andando per cazzi loro, hanno fatto (quasi) più danni del Covid-19, avranno seguito con attenzione la conferenza stampa (di oggi) e il comunicato (di ieri) del Presidente del Consiglio capendo finalmente che a dirigere il traffico, a pilotare il mezzo, a prendere in mano il timone cercando di riportare la nave in porto dev'essere solo ed esclusivamente il governo centrale? Si confida ce la possano fare. 
Mentre per quanto asserito da Giorgia Meloni a "L'Aria che Tira" ("Giuseppe Conte è un criminale"), e per ciò che l'indossatore di felpe altrui ha dichiarato nell'intervista pubblicata nella giornata di ieri dal quotidiano spagnolo "El Pais" ("Il Governo italiano è incapace di gestire l'emergenza del Coronavirus"), alziamo le mani e per manifesta inferiorità affermiamo tutti in coro: hanno (ancora una volta) vinto loro.

lunedì 2 dicembre 2019

Il dibattito politico andato in scena nel giorno dell'informativa sul Mes spiega perché le piazze si sono riempite di sardine


Questa politica, (quasi) tutta, ha offerto nella giornata dell'informativa sul Mes portata dal Presidente del Consiglio in Camera e Senato il peggio di se. Accuse, tradimenti, bugie, menzogne, offese, minacce, striscioni, frasi ingiuriose hanno fatto da corollario ad un pomeriggio dove a perdere, ancora una volta, è stata la così detta rappresentanza del popolo italiano. 
Dopo quanto potuto osservare inevitabile fare nomi e cognomi: Giorgia Meloni alla Camera, Matteo Salvini al Senato, i giornali complici della narrazione che ha portato il Presidente del Consiglio a dover scendere in campo per spiegare ciò che negli ultimi diciotto mesi mesi doveva essere ben chiaro ai più. 
Consapevole del proprio operato, Giuseppe Conte ha tracciato il percorso che Parlamento, Senato e vari Consigli dei Ministri avevano discusso dal giugno dello scorso anno, un racconto senza sbavature e con tanto di allegati al testo letto alle camere che ha portato la maggioranza dei presenti a spendere parole importanti, e favorevoli, nei confronti dello stesso Presidente del Consiglio. 
Il contro è arrivato dai soliti noti. In Parlamento, con la totale assenza di preparazione ai temi in discussione, c'ha pensato Giorgia Meloni, ribadendo concetti che nell'humus del sovranismo l'hanno portata a raggiungere la doppia cifra nell'ipotetica intenzione di voto degli italiani. 
In Senato è stata invece la volta di Matteo Salvini, che al termine dell'ennesimo intervento a metà tra un comizio elettorale e uno slogan propagandistico si è anche tolto lo sfizio di rivolgere a colui che il 20 di agosto scorso lo relegò dietro la lavagna il: "si vergogni"
Il tutto senza che la Presidente Casellati, incalzata da Andrea Marcucci, prendesse alcun provvedimento. Anzi, dopo che il capogruppo dem ha fatto notare l'ingiuria rivolta al Presidente del Consiglio la seconda carica dello Stato ha minimizzato con un: "lo ha detto tra parentesi"
La bagarre in aula è terminata con l'ex ministro Centinaio prodigo nell'insultare chissà chi e il leader del Carroccio abbandonare, autobiograficamente, l'aula del Senato.
Insomma, una discussione che avrebbe dovuto svolgersi nell'interesse di un paese intero si è trasformata, con l'insorgere di accuse, menzogne, offese, minacce, e frasi ingiuriose, nell'ennesima occasione per comprendere una volta di più perché le piazze italiane si stanno riempiendo di sardine. 
Ora, o meglio da domani toccherà ai giornali e ai vari talk televisivi rinfocolare quei temi portati avanti da un modo di fare politica che ha gettato fango e menzogne sul Presidente del Consiglio. Una connivenza capace di destabilizzare i mercati, renderci poco raccomandabili come istituzioni, in nome di una presunta difesa dei confini nazionali e degli interessi degli italiani.

martedì 19 novembre 2019

Imperdonabile trascuratezza


La denota, dopo l'ennesima menzogna contro l'attuale esecutivo e in particolar modo avversando per questioni prettamente personali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (quel 20 agosto 2019 non lo supererà mai), l'ex ministro dell'Interno e attuale leader del centro-destra unito come le luci dell'albero di Natale. In questa, di circostanza, al ministro della propaganda (unica carica mantenuta) si sono uniti Giorgia Meloni, Adolfo Urso (Fratelli d'Italia) e Lucio Malan (Forza Italia), tutti concordi nel trattare la questione, la presunta firma sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, come "alto tradimento" dell'inquilino di Palazzo Chigi, al punto da richiederne, "con urgenza", il riferimento in Parlamento. 
Peccato che di firme non ce ne sono state. Né di notte, né di giorno e né di nascosto. 
La bozza di riforma (concordata a giugno, quando altri erano già in vacanza)) prevede la possibilità di aprire la strada alla ristrutturazione del debito, ma al momento, come da accordi, non è stata sottoscritta dall'Italia come da nessun'altro degli altri Paesi della zona euro. Ma c'è di più. 
Non c’è stato ancora nemmeno alcun voto di Conte o degli altri capi di Stato e di governo sull'accordo complessivo. L'eventuale sottoscrizione è invece programmata per dicembre e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già chiarito, per iscritto, la sua disponibilità a riferire alle Camere l’avanzamento dei lavori e a illustrare nel dettaglio i contenuti della riforma, anche con riguardo all'intero pacchetto. 
A questo si aggiunge che il Parlamento ha potere di veto sull'approvazione definitiva, e per quanto alla trasparenza di comunicazione la presidenza del Consiglio ricorda che Conte ha riferito alle Camere il 19 giugno, accogliendo una risoluzione che impegnava il governo ad esprimere una valutazione finale sul negoziato soltanto all'esito della definizione dell'intero pacchetto di riforme. 
La nota conclusiva proveniente dalla presidenza del consiglio evidenzia che il senatore a giugno era ancora vicepremier (oltre che degustatore seriale di bevande alcoliche) e quindi "avrebbe dovuto prestare più attenzione per l'andamento di questo negoziato, tanto più che l'argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (viceministri all'Economia e presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l'esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici. Chi pretende di guidare l'Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità. Con la propaganda intrisa di menzogne non si curano certo gli interessi dei cittadini italiani".

domenica 29 settembre 2019

Marco Travaglio, Marco Lillo, Padrini Fondatori e quell'Italia alfabetizzata che non capisce ciò che legge


Lo ha rivelato uno studio dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: la metà degli italiani non capisce ciò che legge. Sebbene il tasso di alfabetizzazione in Italia sfiori il 99%, lo studio denominato "All, Adult Literacy and Life Skills", riporta alla luce una situazione ben diversa da quella che i numeri sembrano volerci dimostrare. 

L’analisi Ocse è impietosa. Se un tempo con analfabeta si intendeva una persona non in grado di leggere e scrivere, oggi l'analfabetismo funzionale (l’incapacità di servirsi efficacemente della lettura, della scrittura e del calcolo), la cui causa è, a parere quasi unanime, lo sviluppo della tecnologia e l’estrema facilità con cui le persone possono servirsene, mette in risalto come la metà della popolazione italiana non capisce ciò che legge. 

Tra questi, prendendo ad esempio le ultime dichiarazioni rilasciate e il nero impresso sulla carta bianca di giornalini e giornaloni, possono tranquillamente farne parte Matteo Renzi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, l'intero gruppo di Forza Italia, "garantisti" vari e quella parte (faziosa) di carta stampata (Il Giornale di Sallusti) che hanno messo in discussione, addirittura spingendosi oltre con affermazioni del tipo "senza uno straccio di prova", le indagini della Procura di Firenze sull'ipotesi che Berlusconi e Dell’Utri siano stati i mandanti esterni delle stragi mafiose. 

Ora. Ammesso e concesso che il problema di analfabetismo funzionale non faccia rientrare nella cerchia degli affetti i sopraccitati per questioni legate al grado di istruzione conseguito, rimane oggettivamente ineludibile la totale mancanza di conoscenza delle indagini e delle sentenze (definitive) sulle stragi mafiose e su Marcello Dell’Utri da parte di coloro che nell'ultima settimana hanno voluto porre la questione su di un piano puramente manettaro e giustizialista. 

Se in entrambi i casi così non fosse, evidenziandosi la palese malafede dei protagonisti citati, consiglio personalmente a coloro la lettura di "Padrini Fondatori", un testo, un saggio di oltre 600 pagine dove la Corte di Assise di Palermo ha messo nero su bianco quello che i due curatori (Marco Travaglio e Marco Lillo) hanno sempre detto e scritto sul patto neppure tanto occulto fra Stato e mafia che battezzò col sangue la Seconda Repubblica sui cadaveri di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, degli uomini e donne delle scorte e dei 10 caduti inermi nelle stragi del 1993 di Firenze, Roma e Milano. 

Una sentenza storica, quella del 20 aprile 2018, che quel 50% d'Italia aggredita da analfabetismo funzionale non può aver compreso, ma che quella restante, come audito in Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 13 settembre 2017 dal pm Nino Di Matteo, ha voluto minimizzare e svilire con l'avvallo e la complicità di carta stampata e televisioni, senza prodursi minimamente nello sforzo di prosecuzione e completamento del percorso di verità sulle stragi.

giovedì 29 agosto 2019

Offese quirinalizie


Bene non l'ha presa, e di questo a prescindere dalla crisi l'avevamo compreso al termine del primo giro di consultazioni. L'aver visto usare il luogo istituzionale per definizione per scopi prettamente personali e propagandistici è stata, agli occhi di Mattarella in primis, l'unica vera e reale ferita ad una democrazia che negli ultimi sedici mesi ha subito l'imbarbarimento da parte dei molti protagonisti (se non tutti) dell'attuale politica italiana. 
Nella giornata di ieri, nel secondo e conclusivo giro di consultazioni, due degli attori protagonisti di una pellicola surreale e grottesca hanno perseverato sulla linea intrapresa la settimana scorsa calpestando la storia, la democrazia, la Costituzione. 
Da una parte la leader di Fratelli d'Italia ha invocato la chiamata delle piazze nel giorno dell'eventuale giuramento di un governo a trazione Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, un insulto istituzionale che ha creato una querelle con uno dei giornalisti presenti nella sala delle conferenze e l'imbarazzo, a partire da Giovanni Grasso, di tutti i presenti. Dall'altra le dichiarazioni propagandistiche in pieno stile comizio elettorale da parte del numero uno del Carroccio, reo di aver messo in discussione dal podio del Quirinale le scelte e le decisioni dello stesso Capo dello Stato, parlando esplicitamente di manovre oscure e ferite alla democrazia e inoltrandosi in slogan dal tenore becero che ha purtroppo accompagnato la recente storia della politica italiana: "spettacolo indecoroso", "patto delle poltrone", "giochi di palazzo". 
Ennesime offese quirinalizie, istituzionali e democratiche di cui avremmo decisamente e nuovamente voluto fare a meno.

martedì 27 agosto 2019

Ci siamo persi qualcosa?

A poche ore dalla probabile nascita del nuovo esecutivo prosegue (quasi) indisturbata la narrazione da parte di tutto il centro-destra unito (???) sull'ennesimo ribaltone made in italy. Dalle scatolette di tonno di Giorgia Meloni, alle paure comuniste di Silvio Berlusconi fino alle ultime dichiarazioni di Matteo Salvini dalle stanze del Senato, la parola d'ordine che il centro-destra continua a ripetere senza esclusione di colpi è sempre la stessa: ribaltone. Escludendo per manifesta inferiorità la leader di Fratelli d'Italia e mettendo sulla panchina (di un giardino di una casa di cura) colui che non meno di un anno fa diede il suo benestare alla nascita del governo giallo-verde (li i comunisti non c'erano?), rimane la conferenza stampa andata in onda nella serata di ieri convocata dal ministro della propaganda. Parole testuali: "Sta nascendo un governo per un gioco di palazzo."
Ma ci siamo persi qualcosa?

lunedì 12 agosto 2019

Mattarella, l'Europa e le "strane" coppie

Cosa succederà nelle prossime ore sul fronte Governo italiano rimane allo stato attuale un rebus. Lo è per gli opinionisti, lo è per la carta stampata, lo è, visti i continui cambi di idee, di prospettive e di alleanze, anche per i protagonisti in campo. Gli unici che al momento sembrano essere quantomeno tranquilli all'interno della crisi scatenata da Matteo Salvini sono Sergio Mattarella, Giuseppe Conte e i 5 Stelle. Il primo, in attesa delle discussioni in aula, si è preso un week-end di black-out, occupandosi principalmente di relax e famiglia. Il secondo, dopo aver delineato senza troppi peli sulla lingua ciò che esporrà in aula il giorno della sfiducia, si è eclissato, lasciando agli altri il cerino in mano. I grillini, dopo il tradimento di Trenta Denari, hanno posto il veto del taglio dei parlamentari prima di tornare alle urne, condizione che inevitabilmente metterà a nudo le volontà delle altre forze politiche.
Esposti e nemmeno poco sono dunque rimasti i mercati, lo spread e quelle "strane" coppie che tra sabato e domenica si sono nuovamente messe a discutere e flirtare.
Dal quartier generale del centro-sinistra sono emerse quelle spaccature che hanno scritto la storia ultima del partito. La coppia Renzi-Zingaretti, in un continuo botta e risposta, non ha fatto altro che litigare sull'opportunità, da una parte, quella renziana, di sposare l'idea dei 5 Stelle nel votare la legge Fraccaro e prendere tempo prima di recarsi alle urne, dall'altra di non prendere assolutamente in considerazione tale opportunità andando direttamente, e con tempi celeri, al voto. Se a questi aggiungiamo un Calenda tendenzialmente in crisi d'identità e di idee e un Grasso che spinge l'uscita dall'aula da parte dell'intero centro-sinistra il giorno della sfiducia a Conte ecco che la confusione regna sovrana.
Sul fronte centro-destra, dove tutto sembrava apparire più chiaro e tranquillo, la perdita totale della bussola da parte del ministro del Papeetee ha rimescolato nell'arco di ventiquattrore le carte. Da: "io corro da solo", a: "vedrò presto gli alleati" per finire con: "ritorno dal Caimano", ampliando il tutto con la proposta del patto per l’Italia del sì senza nemmeno escludere l'ingresso di qualche grillino (???).
Rimane ora da capire cosa farà il duo Toti-Meloni, che si ritrova a che fare, dopo aver boicottato Forza Italia, con un leader che ha improvvisamente ricominciato a mettere la lingua in bocca al padre del centro-destra. 
Da tutta questa confusione e dando per scontato che tra poche ore andrà ad aumentare, il Presidente della Repubblica dovrà gioco-forza guardare fuori dai confini nazionali, valutando in serie: 1) l'umore dei mercati; 2) lo spread; 3) la manovra di bilancio; 4) i sentori provenienti dalle stanze di Bruxelles e Strasburgo; 5) le promesse e gli accordi presi con il gotha europeo; 6) l'inserimento del commissario europeo italiano nella Commissione.
Insomma una camera con vista sull'Europa dove ordine e disciplina (qui reali e non dittatoriali) dovranno tranquillizzare partner, investitori e politica. Per farlo l'inquilino del Quirinale avrà necessariamente bisogno della coppia, questa per fortuna normale e affiatata, Conte-Tria, in grado nei quattordici mesi di Governo di relazionarsi con l'Europa, sventando due procedure d'infrazione, facendo approvare una legge di bilancio in deficit e votato, con l'appoggio dei 5 Stelle, l'attuale presidente della Commissione.