..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"

lunedì 24 dicembre 2007

QUANDO ALLA "SCALA DEL CALCIO" LUI C'ERA

Una serata come tante, nella periferia a nord di Milano. Umidità che l’ha fatta da padrona in un clima ormai tipicamente invernale, che giorno dopo giorno si avvicina ad abbracciare l’ennesimo Natale. In campo le società che hanno costruito la fama del calcio italiano nel mondo, con un Milan pronto a volare in terra di Giappone per affrontare l’ennesima sfida intercontinentale della sua gloriosa storia. In tribuna il presidente Berlusconi e il suo braccio destro Galliani. Dall’altra parte una squadra fatta ormai di uomini “soli”, quasi mai seguiti dall'ingegner John e seguita da Lapo solo nelle ultime 2 partite. Evidentemente questi uomini, in calzoncini corti e nemmeno più le stelle che ne dovrebbero contraddistinguere la storia ultracentenaria sulla maglietta da gioco, non meritano la passione e la presenza continua di chi ne è proprietario. Cose da ricchi, noi non possiamo capire. Eppure in quegli uomini qualcosa di grande deve essere rimasto. Scendono in campo come se fossero i campioni d’Italia, mettono grinta e determinazione, anche perché a volte non serve essere titolati per mettere determinazione e grinta, basta solamente avere la mentalità, visto che alcuni di loro lo sono nell’anima e non in tre colori appiccicati su di una maglietta. Partono a tutta birra, mettono in crisi i campioni d’Europa, li soffocano con il pressing, rimangono corti, anzi cortissimi, a tal punto da rubare palla nella trequarti avversaria. E così dopo solo sette minuti ecco un’occasione, palla rubata ai 25 metri, lancio a scavalcare la difesa rossonera, e Trezeguet, uno dei campioni d’Italia, scocca il suo solito, micidiale tiro da dentro l’area.Palo pieno a Dida battuto. In tribuna, sulle gradinate, molti sul divano di casa, visto che dopo molti anni è stata impedita la solita trasferta del tifo bianconero all’interno di San Siro, hanno un sussulto. C’è la Juventus, la solita Juventus che parte a tutta per intimidire gli avversari, per soggiogarli dalla sua immensa voglia di vincere, per costringerli dopo pochi minuti alla difensiva. In panchina c’è un uomo, che mastica una gomma americana, ma ha il viso di chi, queste sfide, le ha vinte, le ha perse, le ha pareggiate, ma sempre e comunque con la consapevolezza di essere, dentro e fuori, un campione d’Italia. Un altro campione d’Italia ha una maglietta blu e indossa una fascia da capitano, e guida il reparto difensivo. Pochi uomini, compreso uno biondo platino che non smetterà mai di correre, nemmeno quando al calcio non giocherà più, perché lui è fatto così, lui corre da quando si sveglia a quando va a dormire, perché lui, per essere campione d’Italia ha sempre lavorato come un mulo, senza risparmiarsi mai. E gli altri? Quelli che campioni d’Italia non lo sono mai stati, e probabilmente mai lo saranno? Gli altri hanno imparato. Hanno voluto imparare. Hanno capito da chi campione d’Italia lo è veramente stato, cosa significa essere umili, cosa significa il lavoro, ma soprattutto cosa significa indossare la maglia della Juventus. Ed ecco che allora, da chi siede in tribuna a chi sta sorseggiando una birra davanti alla televisione, riappare lui. Quella figura che ha creato tutto questo. Quell’uomo, che prima di scegliere un calciatore, sceglieva l’uomo , cercava la serenità che albergava all’interno della sua vita privata. Riappare chi non è mai mancato ad una partita, che ci fosse il sole, la nebbia, il caldo, il freddo, nemmeno quando per giocare sarebbe servita la Canottieri di Recco invece che la Juventus. Lui che ha dato un’impronta di stile, di coraggio, di fame del successo, anteponendo a tutto questo la figura dell’uomo, con le sue debolezze, le sue imperfezioni, ma sempre con l’umiltà di rispettare tutto e tutti, pur consapevole di essere il più bravo. Ma ora lui non c’è più, non siede più in tribuna a difendere come fosse un figlio la sua creatura, ad essere presente e a mettersi davanti ad ogni difficoltà, ad ogni illazione, ad ogni frase fuori posto, ad ogni errore arbitrale commesso contro la sua creatura. Eppure questi uomini giocano al calcio come se lui fosse ancora lì, e quelli nuovi corrono, si battono, prendono botte come se dovessero fare vedere a lui che loro sono stati scelti perché sono uomini e non solo calciatori. Quando l’arbitro fischia la fine, e l’umidità ha raggiunto livelli da freddo tagliente dentro le ossa, tutto finisce. Il risultato tutto sommato è buono, un pareggio con i campioni d’Europa e possibili campioni del mondo per squadre di club in casa loro, è buono, lui diceva che non si butta mai via nulla, che tutto serve quando alla fine si fanno i conti. L’uomo con la maglietta blu e la fascia da capitano dice che per una neo promossa, tornare in serie A e disputare un inizio di stagione come questo non è cosa da pochi. Lui lo sa, lui è un uomo, lui è umile, lui è stato campione d’Italia e campione del mondo. Forse bleffa pure, ma con lo stile di chi gli ha insegnato a stare all’interno del mondo del calcio. E allora un brivido percorre i nostri corpi. Con gli occhi lo cerchiamo, vorremmo vederlo, vorremmo sentirlo, vorremmo che fosse ancora una volta lì, alla “scala del calcio”, perché lui alla “scala del calcio” non sarebbe mancato nemmeno con la febbre a 40. Vorremmo che fosse lì a stuzzicare il giornalista di turno, a replicare, magari in maniera sarcastica e polemica a chi gli avrebbe fatto notare la trattenuta lieve di Legrottaglie ai danni di Gilardino. Invece il silenzio del dopo partita ha un rumore assordante. Le immagini scorrono veloci, lo stadio si svuota, gli uomini che hanno indossato ancora una volta quella maglia storica sono soli, accompagnati dal loro destino, da un destino che ha voluto togliergli un padre calcistico che avrebbe ancora voluto dare tanto. Oggi li guardiamo indifesi, pronti a lottare come gli è stato insegnato, su quel rettangolo verde, perché qualcuno diceva che le parole finiscono quando gli uomini scendono in campo e l’unico giudice che decide chi è più bravo è il pallone. Questo pomeriggio, a Firenze, nella giornata dedicata a Manuela e a Cesare, è riapparso ancora lui. E’ sceso in campo come un’ombra e dopo soli pochi minuti ecco che fa uscire dal cilindro una magia. Un assist, come solo lui sapeva fare, ed è gol. E quando l’arbitro sta per mandare le squadre a bere un the caldo per la pausa tra il primo e il secondo tempo, riappare. Stavolta è in mezzo a tre giocatori, un tocco di prima e altro assist che mette davanti al portiere un suo compagno. Altro gol. Con molta probabilità, come lui scrive su di un quotidiano da mesi, perché lui del calcio ne capisce, e anche tanto, quel calciatore che con lui è stato per ben due volte consecutive campione d’Italia, oggi pomeriggio ha spianato la strada definitivamente alla conquista del suo, probabile, quarto scudetto consecutivo in Italia. Perché quando lui lo prese, nessuno si sarebbe mai immaginato cosa sarebbe diventato quel calciatore, che magari proprio uomo all’inizio non lo era, ma lui di calcio e di uomini ne ha sempre capito e ancora una volta ci aveva visto giusto. Domani sicuramente ci sarà un altro stadio, un altro palcoscenico, un’altra storia, altri uomini e altri calciatori, e probabilmente un altro calcio, ma Luciano Moggi, alla “scala del calcio”, sarebbe stato presente.
di Cirdan

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