..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"

lunedì 16 marzo 2009

SENZA RICORDI

Recentemente ho scritto di quanto la storia, se maneggiata incautamente, possa essere sadica e severa.
Il 5 maggio 1821 morì, sull’Isola di Sant’Elena, l’Imperatore di tutti i francesi. Il 19 luglio 1821, poco dopo aver appreso la notizia della morte di Napoleone, Alessandro Manzoni scrisse la famosa ode “Il cinque maggio”, che ebbe una forte risonanza in tutta Europa e che fu tradotta in tedesco da Johann Wolfgang Goethe.
Da notare come con la suddetta opera, che è stata scritta dopo la morte di Napoleone, in modo che Manzoni non potesse riceverne nessun vantaggio (infatti il Manzoni non nutriva tanta simpatia per il dittatore e al contrario di molti letterati suoi contemporanei, non stese mai un'ode nei suoi confronti), il poeta ha esplicitamente fatto intendere di non voler né denigrare né celebrare il personaggio storico, ma ha rimandato questo giudizio ai posteri (con una frase che diverrà celebre e rimarrà nell'uso comune della lingua italiana: "Fu vera Gloria? Ai posteri l'ardua sentenza", vv 31-32), i quali, con maggiore distacco potranno valutare meglio dei contemporanei, coinvolti nelle passioni dell'epoca.

Per il popolo bianconero, coinvolto sempre nella passione, il cinque maggio porta ricordi meno poetici che l’ode scritta da Alessandro Manzoni, ma altresì intrisi di emozioni.
Ogni singolo tifoso, di quella domenica, ha ricordi stampati nella mente. Ricordi che mai potranno sbiadire.
Il sapore di una vittoria, qualunque essa sia, lascia sempre un segno, perché voluta, combattuta, rincorsa. Ma ce ne sono alcune che “sforano” dal semplice ricordo. A volte si pensa semplicemente ad una partita, a novanta minuti vissuti intensamente, dove le emozioni si sono susseguite in ogni istante dell’incontro; come non ricordare quel Juventus-Fiorentina dove un giovanissimo Del Piero completava una rimonta “quasi” impossibile.
Oppure si può gioire per tutta la notte dopo aver vinto uno scudetto inseguito per otto, lunghi, mesi. In quel cinque maggio 2002 ci sono racchiusi tutti i sogni di un qualunque tifoso: vincere all’ultima giornata dopo aver inseguito; battere la rivale storica del momento. Un sogno che la Juventus di Moggi, Giraudo e Bettega hanno fatto avverare a milioni di tifosi bianconeri, impazziti di gioia in una domenica che non si dimenticherà mai.
Uscita dalla Champions League la Juventus si rituffa in campionato, e dalla voce di Cobolli Gigli si levano queste parole: “Naturalmente sappiamo che ci sono 7 punti di distacco, però siamo fortemente determinati”. Alla successiva domanda, in cui si chiedeva se questo campionato avvincente potesse riservare un nuovo cinque maggio, il presidente bianconero ha risposto: “Per me il 5 maggio è solo quello di Manzoni”.
Manzoni, “criticando” la sua opera, volle che il giudizio sulla stessa si potesse esprimere con maggior distacco, con maggiore serenità, lasciando ai posteri le conclusioni.
Il difficile periodo storico calcistico è passato, le ferite ancora aperte ma le macerie oramai immobili. Eppure i giudizi sono ancora denigranti, quasi spocchiosi, e poco importa, a loro, se c’è un “popolo” che con passione ha attraversato ogni istante della propria vita con le gioie e i dolori che la propria squadra ha lasciato. Manzoni, pur non nutrendo simpatia per Napoleone, mise in risalto le imprese, le battaglie, fino ad immaginare come l’Imperatore dei francesi potesse soffrire rinchiuso in un’isoletta dispersa. In quell’isola dimenticata, oggi, ci siamo noi, tifosi bianconeri, abbandonati da chi ha catalogato la nostra passione.
Maneggiando incautamente la storia si rischiano giudizi severi, non conoscendola si rimane senza ricordo, né giudizio.

domenica 15 marzo 2009

VENTI PAGINE

La nuova strategia americana sull’Afghanistan è un documento in 20 pagine che indica come priorità l’eliminazione dei «santuari di Al Qaeda in Pakistan». A svelarlo è l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori Congiunti, spiegando in un’intervista alla tv Pbs che il testo sarà «reso noto fra breve, verrà illustrato dal presidente Barack Obama al summit della Nato e si articolerà in 15 obiettivi, militari e civili».
George W. Bush elaborò la propria strategia sulla «lunga guerra globale al terrore» in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001 mentre ora Obama si concentra sullo scenario dell’Afpak - Afghanistan e Pakistan - perseguendo l’obiettivo di smantellare ciò che resta di Al Qaeda, eliminare i gruppi che la fiancheggiano e di stabilizzare i due Paesi «non solamente con la forza militare»: riccorrendo a interventi economici come al dialogo con i leader taleban disposti a collaborare con il governo di Kabul. Ad illustrare i dettagli del documento strategico ad una ventina di deputati e senatori sono stati i due uomini di punta di Barack Obama sull’Afpak: il generale David Petraeus, comandante delle truppe in Medio Oriente, e l’inviato Richard Holbrooke. Entrambi, secondo indiscrezioni di Capitol Hill, hanno messo l’accento sulla necessità di essere «più attivi in Pakistan» al fine di impedire ai gruppi jihadisti di usarlo come «santuario» per destabilizzare l’Afghanistan.Da qui le tre direzioni di marcia dell’amministrazione Obama che saranno incluse nel documento strategico. Sul fronte militare, l’invio in Pakistan di un consistente numero di istruttori militari per addestrare le truppe speciali come anche di ingenti mezzi per rafforzare il dispositivo che fa capo al generale Parvez Kayani, identificato dall’intelligence Usa come il nuovo uomo forte a Islamabad. Sul fronte economico, la promessa al Pakistan di nuovi aiuti per 15 miliardi di dollari, la prima tranche da 1,5 miliardi sta già per essere consegnata. E, infine, sul fronte politico un impegno multilaterale per «sostenere le istituzioni pakistane» al momento incapaci di controllare gran parte del Paese. «Rischiamo di avere una teocrazia con l’atomica e questo non mi fa dormire la notte» ha detto Mullen. Della necessità di «rafforzare il Pakistan» ha parlato Holbrooke la scorsa settimana a Washington con Attilio Iannucci, inviato della Farnesina per l’Afpak, così come è avvenuto nel colloquio fra Bruce Reidel - l’ex agente della Cia stretto consigliere di Obama - e il segretario generale della Farnesina, Giampiero Massolo. I messaggi consegnati all’Italia da Holbrooke e Reidel sono stati all’unisono: poiché il nostro Paese è il secondo partner economico del Pakistan in Europa può giocare un ruolo i primo piano nel «consolidarne le istituzioni» spingendo anche l’Ue ad avere più stretti legami con Islamabad nell’ambito di una «strategia di stabilizzazione regionale dell’Afghanistan che coinvolge anche l’Iran e l’India».Riguardo all’Afghanistan, Holbrooke e Reidel hanno chiesto all’Italia di inviare carabinieri per la sicurezza civile, istruttori per le forze armate di Kabul e maggiori aiuti economici per la ricostruzione. Riguardo all’impegno delle truppe italiane in combattimenti nelle zone più calde del Sud e dell’Est il Pentagono lamenta la persistenza della richiesta di Roma di un preavviso di sei ore per mobilitarle ma la Difesa obietta che potrà rinunciare a tale condizione solo se sarà consentito ad alcuni ufficiali italiani di essere nella «war room» che gestisce le operazioni di prima linea.

"LA CRISI NON E' COSI' GRAVE COME SI PENSA"

"La crisi non è così grave come si pensa”, ha detto improvvisamente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a una tavola rotonda convocata giovedì pomeriggio dalla Casa Bianca con i maggiori dirigenti industriali americani. Dopo mesi di catastrofismo e di scenari da tregenda, Obama è tornato a usare i toni ottimisti e positivi a lui più congeniali, come aveva già fatto nel discorso al Congresso riunito in seduta comune a fine febbraio. Ora il presidente ha detto di essere “altamente ottimista” per il futuro e di fronte alla business community è quasi arrivato a sminuire la portata della crisi economica che soltanto qualche settimana fa, a seguire la sua retorica, sembrava il segnale dell’apocalisse. I dati sulla disoccupazione e le ricerche sulla perdita della ricchezza continuano a essere impressionanti, ma probabilmente la Casa Bianca ha capito che per rassicurare i mercati e il sistema finanziario sia doveroso distillare fiducia, piuttosto che diffondere ulteriore panico. Anche Lawrence Summers, capo degli economisti della Casa Bianca, ha detto che ci sono segnali che la crisi sta cominciando a rallentare, pure se la fine è ancora lontana.
A confortare il nuovo approccio obamiano ci sono alcune notizie in controtendenza rispetto al catastrofismo degli ultimi tempi. Le Borse hanno dato segnali di ripresa, i dati delle vendite al dettaglio sono stabili e decisamente migliori rispetto alle previsioni, giganti bancari come Bank of America e Jp Morgan hanno ricominciato a produrre profitti. Ma sono soprattutto le notizie provenienti da Citigroup ad aver galvanizzato Wall Street. Data per insolvente – “fallita di fatto” – fino a qualche settimana fa, Citigroup ha annunciato di aver registrato profitti nei primi due mesi dell’anno e di prevedere un attivo di 8 miliardi e 300 milioni di dollari nel primo trimestre ...continua