..."Rock won't eliminate your problems, but it will sort of let you dance all over them"
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martedì 6 luglio 2010

QUELLI CHE... STRAPARLANO

In qualche circostanza, a seconda della tematica trattata, mi è capitato di scrivere, e di vedere pubblicato, qualche mio articolo su "Il Legno Storto", quotidiano di informazione web.
Adesso, però, rischia di chiudere, perché il magistrato Piercamillo Davigo vuole rivoltarlo come un calzino: l'ex pm di Mani Pulite, infatti, ha chiesto 100 mila euro di danni e i suoi colleghi si stanno dando da fare per procedere rapidamente. Anche il capo del sindacato dei magistrati, Luca Palamara, ha scatenato la Digos contro il blog.
Per l'esattezza la Procura di Roma ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che il quotidiano di informazione avrebbero formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara.
Giorni fa è giunta anche una citazione dal Dr. Davigo che chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo , pubblicato il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro, circa due mesi fa il blog collettivo di destra ha ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo pubblicato il 27 ottobre 2009.
Tutto questo da parte di quelli che straparlano di bavaglio alla libera informazione.

sabato 23 maggio 2009

UN GIORNO CHE NON SARA' MAI UN GIORNO QUALUNQUE

La melassa che si riversa sopra ogni anniversario di morte sà di retorica. A distanza di diciassette anni, poi, la sua solidificazione scolpisce feste e titoli alla memoria, quest'ultima necessaria certo, ma fatta da coloro che si scagliarono contro il commemorato sà di amaro.
Quando Giovanni Falcone accettò la direzione degli Affari Penali, proposta dall'allora vicepresidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia ad interim Claudio Martelli, un Paese intero venne messo al corrente che si era venduto al potere politico. La vicinanza con il Ministro Martelli portò ad una serie di attacchi da parte della sinistra, di Leoluca Orlando e di parte della stampa. Le allussioni non si fecero attendere. "Dovremo guardarci da due Cosa Nostra" titolava il Giornale di Napoli, "Falcone preferì insabbiare tutto" era la prima pagina dell'Unità, su "La Repubblica", in un articolo di Franco Coppola, si lesse: " Dal 1986 in avanti è calata la saracinesca sui rapporti tra politici e mafiosi e la responsabilità è da ricercare nell'accumularsi di un potere enorme in un ufficio giudiziario o in un singolo giudice; Falcone". Anche il democristiano Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, durante una puntata di "Samarcanda" (dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore) si scagliò contro Falcone. "Il giudice aveva dei documenti sui delitti eccellenti di mafia, ma li teneva chiusi nei cassetti della Procura di Palermo". Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone fu costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) dallo stesso Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole "eresie, insinuazioni" e "un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario". Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, affermò che "non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo".
Sostenuto da Martelli, Falcone rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo, presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli fu sempre più solo all'interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, Falcone ottenne la nomina a Superprocuratore il giorno prima della sua morte. In un'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attestò la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."
Oggi a Napoli, in ricordo di quel drammatico giorno, il PalaPartenope ospiterà "La lotta per i diritti", manifestazione dedicata ai diritti mancanti nel nostro Paese, che dovrebbero tutelare i cittadini e la democrazia. A condurre la giornata di discussione collettiva sarà Beppe Grillo, che avrà il compito di cucire gli interventi – dialettici e artistici – di personaggi delle istituzioni, della società civile e dello spettacolo. Tra gli altri, si legge nella scaletta di presentazione all'evento, presenzieranno, in una ricorrenza che viene imbracciata elettoralmente con la sigla "per un'Europa senza pregiudizi", l'ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, il giudice Clementina Forleo e il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Quell'Italia dei valori che da anni accoglie il maggior responsabile della campagna che contribuì all’isolamento di Falcone poco prima che morisse: Leoluca Orlando. Il portavoce dell'IDV, presente nella giornata di ieri a Ragusa per la campagna elettorale delle Europee del 6 e 7 giugno, non è stato inserito tra l’antipolitica ridens di Beppe Grillo e l’antimafia piagnens di Sonia Alfano, e chissà se mai interverrà.
La sensazione, a distanza di anni, e che Falcone e Borsellino, oltre ad essere morti per il tritolo, morirebbero una seconda volta per vergogna! Vergogna di essere sepolti in un paese, come l' Italia, in cui la diffamazione è ancora oggi pane quotidiano.
pubblicato su "il legno storto"

martedì 31 marzo 2009

GUARDARE AL FUTURO CON IL SOSTEGNO DEI GIOVANI

Sanremo come Amsterdam. La floricoltura ligure si modernizza e tenta il passaggio dalla vendita individuale a quella aggregata sul mercato, come avviene da tempo in Olanda, patria dei più temibili competitori del settore. Era il 24 novembre 2008, quando alla consueta contrattazione tradizionale all’araba si aggiunse il sistema di vendita dei fiori all’asta al mercato dei fiori di Sanremo.
Gestito dall'Ucflor, cooperativa di produttori, il mercato sanremese è il più grande dell'Europa meridionale e dell'area mediterranea. Situato nella valle Armea, tra Sanremo e Arma di Taggia, è una struttura dotata di tutti i servizi necessari alla commercializzazione: un'area totale di circa 120mila metri quadri, con 20mila metri quadri coperti da 62 magazzini e una sala contrattazioni, dove ogni giorno vengono eseguiti il controllo della qualità della merce e la rilevazione dei prezzi dei fiori e delle quantità affluite. Qui operano 450 aziende di commercio all'ingrosso e 150 di esportazione, che trovano una gamma completa di fiori recisi (circa 130 specie), fronde verdi, fiorite, con frutto e foglie tipiche dell'area mediterranea (circa 170 specie).

lunedì 16 febbraio 2009

L'INTELLIGENZA HA I SUOI LIMITI

"Il problema delle tecniche di intelligence - aveva osservato il tedesco Markus Wolf, East German spymaster - va ricercato tra l'informazione e la valutazione. Principalmente l'intelligence tratta l'informazione, senza valutazione. Le tecniche possono registrare solo ciò che è avvenuto finora, non quello che potrebbe accadere in futuro ".
Forse è per questo che il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha detto al Senato che "Iran is clearly developing all the components of a deliverable nuclear weapons program", ma "whether they take it all the way to nuclear weapons depends a great deal on their internal decisions".
Nella valutazione annuale, Blair ha dichiarato che la lotta contro il terrorismo islamista e le guerre in Iraq e in Afghanistan assorbono la maggior parte delle risorse di intelligence degli Stati Uniti.
La settimana scorsa, il presidente Barack Obama ha riconosciuto che l'Iran continua a perseguire il nucleare. Così ha fatto Leon Panetta direttore della CIA: "Non vi è dubbio che essi si prefiggono questo obbiettivo".
Il più grande pericolo per gli Stati Uniti, in base alla valutazione della scorsa settimana, non è l'Iran, o la Corea del Nord o il terrorismo islamico, ma la crisi economica mondiale.
La valutazione è inoltre concentrata sulla proliferazione del nucleare, il traffico di stupefacenti, il riscaldamento globale, la Corea del Nord (della quale si sta occupando Hillary Clinton), e anche il cyber-terrorismo.
L'intelligence degli Stati Uniti ritiene che Osama bin Laden, anche se ancora pericoloso, sta riscontrando grosse difficoltà nel comunicare con gli aderenti di Al-Qaida di tutto il mondo. "Abbiamo visto notevoli progressi da parte dei musulmani contro i gruppi terroristici come al-Qaida", ha detto Blair.
Allo stesso tempo, però, i gruppi nominalmente fedeli ad al-Qaida stanno guadagnando terreno in Oriente, in Africa e Yemen.
Blair ha riconosciuto che in Afghanistan, i talebani hanno ottenuto ottimi risultati in un clima di corruzione governativa, e del mancato sviluppo dello Stato nella ricostruzione dell'economia.
Barack Obama ha dichiarato più volte che all'Iran deve essere impedita l'acquisizione di armi nucleari.
Per ovviare a tale impegno, e in mancanza di certezza assoluta, Obama potrebbe dover effettuare alcune decisioni difficili.

domenica 8 febbraio 2009

"THIS WILL BE A LONG AND DIFFICULT FIGHT"

Portare la pace e la stabilità in Afghanistan sarà molto più difficile che in Iraq, è stata l'espressione usata da Richard Holbrooke, intervenuto alla conferenza sulla sicurezza svolta a Monaco di Baviera, dichiarando di non aver mai, nella sua carriera politica, visto qualsiasi situazione difficile come quella che coinvolge il Pakistan e l'Afghanistan.
"A mio parere, sarà molto più severa rispetto all'Iraq", ha detto Holbrooke, che si recherà nella regione questa settimana.
Holbrooke si è recato a Monaco di Baviera insieme ad una delegazione statunitense che comprendeva anche il Vice Presidente Joe Biden e il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, per discutere dei conflitti internazionali come l'Iraq, il Medio Oriente e l'Afghanistan.
Il Presidente afgano Hamid Karzai ha detto alla conferenza di Monaco che, in uno sforzo per stabilizzare il paese ed arrestare l'insurrezione, il suo governo vorrebbe attuare una riconciliazione con i talebani non legati ad al Qaeda.
"Le prossime elezioni in Afghanistan ... saranno preziose opportunità per dare un nuovo impulso alla riconciliazione", ha detto Karzai.
L'amministrazione di Obama ha chiarito a Monaco di Baviera che necessita di una strategia multilaterale per risolvere i conflitti come quello in Afghanistan, coinvolgendo il maggior numero di alleati. Joe Biden, presente alla conferenza nella giornata di sabato, ha detto che sia Washington che i suoi alleati hanno dovuto assumersi la responsabilità di una strategia con "obiettivi chiari e realizzabili" in Afghanistan. L'America farà di più, ma chiederà di più ai suoi alleati - ha proseguito Biden - In merito all'Iran, Washington è pronta a discutere e offrirà a Teheran una chiara scelta tra pressioni e isolamento o una contropartita significativa se rinuncia al programma nucleare illecito e al sostegno del terrorismo. Gli Stati Uniti continueranno poi a sviluppare lo scudo antimissilistico a condizione che sia efficace e sostenibile come costi e in concertazione con la Russia.
A tal proposito il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ricordato, ai margini della conferenza, che è stata la "prima uscita" del governo americano, "indicativa del nuovo modo di approcciare la politica internazionale". "L'intervento di Biden è stato in linea con l'impostazione che era stata data da Obama - ha proseguito il titolare di Palazzo Baracchini - vi è questa ventata di novità, per adesso enunciata ma non declinata nei comportamenti. Ma di solito questo produce un'accelerazione degli effetti positivi di una collaborazione che era e resterà ottima, quella dell'Italia con gli Stati Uniti e quella dell'Europa con Washington".
"Credo che la sicurezza europea esca rafforzata dalla riunione di oggi", ha spiegato ancora La Russa, commentando più in generale l'andamento della Conferenza di Monaco. "Non la enfatizzerei, ma neanche credo che ciò che è avvenuto oggi sia inutile", ha aggiunto. Ma ciò che soddisfa di più il ministro della Difesa è che "posizioni tradizionalmente italiane oggi abbiano una più vasta eco". "Anche l'atteggiamento che emerge da questa conferenza sulla necessità di dialogare con la Russia e ascoltare le ragioni di Mosca è una posizione che discende direttamente dallo spirito di Pratica di mare", ha precisato. "Io credo che su questo l'Italia e il presidente Berlusconi in prima persona debbano ritornare, perché sulla scia della posizione italiana oggi si è aperta un'autostrada. E' bene che l'Italia accompagni questo percorso. La strada è quella che ha tracciato Berlusconi. Se l'Italia vuole mantenere un ruolo da protagonista servono delle iniziative. Forse nel G8, ma anche in assoluto".
La delegazione americana ha concluso con gli interventi di Jones, un generale in pensione che gestisce il Consiglio: "Si tratta di un problema regionale. Siamo giunti alla realizzazione che deve essere considerata la regione nel suo insieme". "Non è semplicemente un problema americano. E' un problema internazionale - ha aggiunto - ecco perché l'amministrazione Obama lavorerà in stretta collaborazione con la NATO e con i governi afghani e pakistani per forgiare una nuova strategia globale per soddisfare gli obiettivi raggiungibili. Questo sarà uno sforzo condiviso con i nostri alleati".
Il Generale David Petraeus, Capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha detto che "questa sarà una lotta lunga e difficile".

venerdì 30 gennaio 2009

SHAMEFUL!

Barack Obama, con il termine "vergognoso", è partito ieri all'attacco di Wall Street criticando aspramente la decisione di molte banche di continuare ad erogare forti premi sullo stipendio del 2008, nello stesso momento in cui viene chiesto danaro pubblico per sopravvivere.
"Quando ho letto questa mattina che i banchieri a Wall Street avevano deciso di pagarsi premi sullo stipendio per 20 miliardi di dollari - ha proseguito Obama - nel momento in cui queste stesse istituzioni sono sull'orlo del collasso, non si può far altro che costatare che si continua a perseguire la strada dell'irresponsabilità".
Un Obama molto irritato ha aggiunto: "Ci sarà tempo per ottenere dei profitti, e ci sarà tempo per ottenere dei bonus. Ora non tempo per simili richieste. Questo è un messaggio che ho intenzione di inviare direttamente agli interessati".
La notizia è stata oggetto di dure prese di posizione su molti giornali americani; su tutti la "columnist" del New York Times, Maureen Dowd, non ha risparmiato nessuno, concludendo il suo editoriale con un esplicito: "Bring on the shackles. Let the show trials begin".
L'attacco di Obama a Wall Street era quasi inevitabile: negli stessi giorni in cui le banche hanno reso noti i loro "bonus", il Tesoro si accinge a comunicare il nuovo progetto di riscatto dei titoli tossici dalle istituzioni finanziarie americane. Il nuovo costo stimato, secondo indiscrezioni che circolavano ieri a Washington, si aggira fra i mille e i duemila miliardi di dollari. Più elevato del Tarp, il Troubled Assets Relieved Program, il pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari approvato lo scorso autunno dal Congresso. E persino più elevato del pacchetto di stimoli per l'economia in discussione in questi giorni al Congresso, il cui valore finale è stimato in circa 900 miliardi di dollari. Il nuovo pacchetto di aiuti, dopo gli interventi all'inizio dell'anno scorso e dopo la formulazione del piano di salvataggio autunnale, dovrebbe supplire a quel che il Tarp non ha poi fatto: riscattare titoli tossici dalle istituzioni in difficoltà per consentire loro di migliorare i bilanci, di avere maggiore liquidità disponibile e, soprattutto, di riprendere ad erogare del credito.
Il Washington Post scrive: "The American people understand that we've got a big hole that we've got to dig ourselves out of". Con queste parole Barack Obama ha proseguito la dura critica nei confronti di quella classe dirigente che usufruisce di premi e delle grandi imprese che continuano a fare grandi acquisti.
Dopo la riunione a porte chiuse Obama ha aggiunto: "Un pericoloso senso di irresponsabilità, che ha prevalso da Wall Street a Washington, ha portato la nostra economia a vivere questo difficile momento, ecco perché, nel mio discorso inaugurale della scorsa settimana, ho voluto battere sul tasto della responsabilità, una nuova era di responsabilità".
Obama, ha concluso chiedendo esplicitamente a tutti gli amministratori delegati in che modo useranno gli aiuti che riceveranno dal pacchetto di stimolo, spronandoli a descrivere quale sarà, da oggi in poi, il loro senso di responsabilità economica.
di Cirdan

mercoledì 28 gennaio 2009

MANI TESE E PUGNI CHIUSI

Ieri, durante la lunga intervista trasmessa dal canale satellitare al-Arabiya, il presidente Obama ha ribadito l’importanza di parlare con Teheran per stabilire con chiarezza dove siano le nostre differenze, ma anche dove esistano strade potenziali di progresso.
Una rievocazione di quanto detto durante il discorso dopo il giuramento a 44° presidente degli Stati Uniti " ...sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia, ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad abbassare il vostro pugno... ".
Obama ha riassunto le colpe del regime di Teheran: le minacce a Israele, il programma atomico per dotarsi dell’arma nucleare, l’appoggio alle organizzazioni terroristiche della regione.
Oggi arriva la risposta di Ahmadinejad, probabilmente ignaro di cosa sia una mano tesa, ma sempre più consapevole di come bisogna tenere i pugni chiusi: "Metta fine al sostegno dell'illegale e falso regime sionista - ovvero Israele - e chieda scusa e risarcisca l'Iran per le interferenze americane degli ultimi 60 anni".
Un sfida aperta, da parte del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, al nuovo presidente americano Barack Obama: "Quelli che parlano di cambiamento devono presentare le scuse al popolo iraniano e provare a rimediare agli atti malvagi e ai crimini compiuti in passato contro l'Iran", ha aggiunto in un discorso trasmesso in tv.
Elecando una serie di atti compiuti dagli Usa contro Teheran, a partire dal golpe del 1953 con cui fu rovesciato il premier di allora Mohammed Mossadegh, Ahmadinejad ha rincarato la dose: "Se parlate di cambiamento, bisogna mettere fine alla presenza militare americana nel mondo, dovete ritirare le truppe e restare all'interno delle vostre frontiere".
In conclusione il presidente iraniano ha chiesto a Obama di dire la verità sugli attentati dell'undici settembre.
"Così come sull’Olocausto – ha detto Ahmadinejad – anche sull'undici settembre non fu rivelata la verità, ma gli attentati furono un pretesto per attaccare l'Iraq e l'Afghanistan e uccidere milioni di persone".
Dialogare con i mullah è sempre un piacere, così ameno che tra mani tese e pugni chiusi a Barack Obama saranno cadute le braccia.
di Cirdan

mercoledì 14 gennaio 2009

HILLARY SEGUE OBAMA, TEHRAN LO BRUCIA

Su come si svilupperà la politica estera di Barack Obama è intervenuta, nella mattinata di ieri alla commissione Esteri del Senato, Hillary Clinton, spiegando agli ex colleghi di Washington che, una volta che la sua nomina a Segretario di Stato verrà confermata dalla Camera alta del Congresso, seguirà la linea dettata da Obama: simile a quella di Bill Clinton nella retorica e non diversa da quella di George W. Bush nei dettagli.
"L’America non può risolvere da sola i più importanti problemi del mondo e il mondo non li può risolvere senza l’America", una filosofia che porta con se la tutela e gli interessi degli Stati Uniti - ribadendo quello già espresso nel giorno delle nomine da parte di Obama - e confermando il pragmatismo proposto nell'ambito di una diplomazia forte: "dobbiamo dare l’esempio, non dettarlo".
Diplomazia e non ideologia, - secondo la Clinton - senza l'esclusione dell'uso della forza, assicurando al tempo stesso un apparato diplomatico che potrà riacquistare peso strategico, - " Credo che sia mancata la leadership americana ma credo anche che sia ancora richiesta" - un impegno garantito anche dalla collaborazione del segretario alla Difesa Bob Gates.
L'attuale assenza all'interno della sala ovale da parte di Obama è servita al futuro Segretario di Stato a non entrare nel merito delle questioni più importanti, salvo ribadire che ci sarà impegno nel cercare un accordo di pace in medioriente, relazionandosi con i paesi islamici amici e premendo sul tasto più importante: la rinuncia da parte di Siria e Iran al sostentamento del terrorismo.
Il Democratico e senatore del Massachusetts John Kerry - senatore che votò per la guerra in Iraq - ha chiesto alla Clinton di specificare la posizione della prossima Amministrazione sul nucleare iraniano, domandando: "Pensate che un Iran nucleare sia inaccettabile o soltanto non desiderabile?".
"E’ inaccettabile, useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per evitarlo, nessuna opzione è esclusa". E' stata la risposta di Hillary Clinton alla commissione Esteri del Senato, facendo eco alla dichiarazione di Obama, citata durante la prima conferenza stampa da eletto: "Inaccettabile il fatto che l’Iran si doti di un’arma nucleare".
A Tehran, durante una dimostrazione in appoggio delle persone di Gaza, non la pensano così.
di Cirdan

martedì 13 gennaio 2009

L'ULTIMA CONFERENZA

A pochi giorni dall'inaugurazione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, l'attuale "padrone" della Casa Bianca, George W. Bush, ha augurato a Barack Obama, nell'ultima conferenza stampa da presidente degli USA, tutto il meglio, sottolineando che la posta in gioco sarà alta.
George Bush ha colto l'occasione per fare un bilancio del suo doppio mandato, difendendo le azioni fatte e l'aver preso le decisioni che riteneva giuste: "Mi sento pronto - ha detto - a guardarmi nello specchio quando sarò in Texas senza nessuna vergogna"
La confessione che non avrebbe mai pensato di vedere un presidente di colore, si allinea con l'orgoglio di essere testimone di un momento storico per l'America nelle relazioni razziali, ma al tempo stesso, aggiunge, che "Obama scoprirà che i problemi a volte ti costringono a prendere decisioni che uno non pensava di prendere".
Entrando nello specifico, Bush parla delle difficoltà che Barack Obama troverà durante il suo mandato.
"La più grave minaccia che la presidenza di Barack Obama dovrà affrontare sarà il rischio sempre esistente di un attacco terrorista contro il territorio americano"; sul tema di politica estera, George Bush, evidenzia che sarà senza dubbio uno dei grattacapi maggiori per la nuova Amministrazione democratica, e i fatti di Mumbai e Gaza lo testimoniano ampiamente, tenendo ben presente che la Corea del Nord e l'Iran sono ancora paesi pericolosi "finché non rispetteranno gli impegni presi - ha aggiunto - per consentire verifiche allo smantellamento del programma nucleare".
Sull'attuale crisi nella striscia di Gaza, il presidente uscente sottolinea che "la necessità di un cessate il fuoco sostenibile in tutto il Medio Oriente non potrà esserci se Hamas non smetterà di sparare razzi contro il territorio israeliano - e ha aggiunto - riteniamo che il miglior modo di garantire che vi sia un cessate il fuoco sostenibile sia quello di lavorare con l'Egitto per fermare il contrabbando di armi verso Gaza che consente ad Hamas di continuare a lanciare razzi".
La soluzione perchè avvenga tutto questo, secondo Bush, è legata al blocco dei rifornimenti di armi a favore di Hamas, evidenziando come "la comunità internazionale deve continuare a premere su questi paesi perchè sospendano i rifornimenti".
Su Israele ha detto: "ha il diritto di difendersi", sottolineando che Hamas, così come al-Qaida e altri gruppi estremisti, usa la violenza per impedire la nascita di stati indipendenti e democratici.
Sulla crisi economica, George Bush, ha ricordato i momenti in cui gli fu spiegato che avrebbe potuto essere peggiore della Grande Depressione, dovendo decidere, come poi è stato fatto, in maniera aggressiva con l'obiettivo di evitare un crollo finanziario.
Secondo il presidente uscente, "le banche hanno appena iniziato di nuovo a prestare denaro, ed è il primo passo verso la ripresa", avvertendo comunque Obama che le difficoltà e le sfide da affrontare saranno molte e difficili.
di Cirdan

giovedì 8 gennaio 2009

PAROLE UNILATERALI

Per il momento Barack Obama continua a non parlare di Gaza, salvo ribadire, oltre al fatto che gli Stati Uniti hanno ancora un presidente, che dal 20 gennaio - giorno dell'inaugurazione - di cose da dire ne avrà molte.
Il mondo, in questi giorni, cerca di immaginare quali saranno le future parole dell'eletto sui temi riguardanti la guerra al terrorismo, oltre naturalmente a quello che sta ancora accadendo a Gaza.
Al momento attuale ci si può solo affidare a quelle che furono le parole dell'eletto durante la campagna elettorale - Israele deve avere il diritto alla propria difesa dagli attacchi missilistici di Hamas; inaccettabile il fatto che l’Iran si doti di un’arma nucleare, il sostegno di Teheran al terrorismo deve terminare (espressione, quest'ultima, ribadita durante la prima conferenza stampa da neo-presidente) - e, di riflesso, sulle successive scelte per la squadra di politica estera.
Le reazioni dei leader islamisti, oggi come ieri, sono state altrettanto chiare nell’esprimere la delusione per le prime scelte obamiane, confermando la tesi, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la vittoria del presidente nero non avrebbe miracolosamente ammorbidito il mondo arabo e islamico.
Nei giorni post-elezione di Obama, Abu Omar al Bagdad, emiro dello Stato Islamico in Iraq, ha esplicitamente invitato l'America a ritirare le truppe dai propri territori; il governo iraniano ha lanciato un nuovo avvertimento agli Usa, nel quale ribadisce che non verranno tollerate violazioni dello spazio aereo da parte delle forze armate americane; Hamas ha sollecitato il neo presidente a cambiare la politica estera portata avanti dal suo predecessore nei confronti della questione palestinese, mutando, di fatto, l’alleanza con Israele.
Oggi il numero due di al Qaida, Ayman al Zawahiri, ha accusato Obama di non fare niente per fermare Israele e ha definito le operazioni a Gaza “un regalo di Obama a Israele”. Secondo Zawahiri, “Obama è il prodotto della macchina di bugie americana che ha cercato di presentarlo come il salvatore che avrebbe cambiato le politiche dell’America”. Invece, Obama “uccide i nostri fratelli e sorelle a Gaza senza pietà e senza cuore”. Il leader di Hamas, Khalid Meshaal, ha scritto sul Guardian che “la partenza di Obama non è incoraggiante”.
Ora le domande da porci sono due: a. l'approccio di Obama sarà più conciliante con gli alleati e più aperto alla trattativa con gli avversari rispetto a quanto è successo nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre? b. che tipo di atteggiamento avrà nel caso le strade diplomatiche dovessero portare al nulla?
La possibilità che Obama possa entrare in trattative senza vincoli con Hamas - e successivamente con gli Hezbollah, la Siria e l'Iran - è seria. E potrebbero finire male, perché la divergenza con loro è strategica e difficilmente risanabile.
Il Partito democratico americano sta preparando una risoluzione di sostegno degli obiettivi israeliani a Gaza.
Il testo, ha detto il leader del Pd alla Camera Steny Hoyer, "certamente non chiederà un cessate il fuoco, semmai dirà quali sono le condizioni che giustificherebbero il cessate il fuoco. Un cessate il fuoco non è un cessate il fuoco soltanto quando è Israele a smettere di sparare"
Ma se non si sarà articolato un programma sul confronto ma solo del dialogo, Obama non potrà far altro che confermare quello che ha già espresso: essere pronto ad un’azione militare unilaterale.
E qui sorge l'ennesimo quesito: siamo sicuri che convenga a qualcuno l'ennesimo conflitto?
di Cirdan

domenica 4 gennaio 2009

UN SILENZIO CHE VALE PIU' DI MILLE PAROLE

Dopo otto giorni di operazioni, e il primo in cui le forze armate israeliane sono entrate con le truppe di terra nella Striscia di Gaza, il mondo si interroga del perchè Barack Obama, futuro presidente degli Stati Uniti, stia continuando a mantenere il silenzio di fronte agli episodi che, da otto giorni, stanno interessando Gaza.
C'è chi scrive di "silenzio imbarazzante", o chi, come Aaron Miller, dalle colonne del NYT, cita Hillary Clinton, futuro segretario di Stato, la quale dovrebbe dimostrare la sua indipendenza da Israele trovando la strada che molti prevedono, ovvero la ricostruzione di un forte rapporto e di un dialogo continuo con l'Egitto per poter indirettamente mediare con Hamas.
Ma per ora tutto tace.
Secondo il subcomandante Marcos, leader dell'Ezln, l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale che da anni si batte per i diritti degli indios nello Stato sud-orientale messicano del Chiapas, l'evitare di prendere apertamente posizione contro Israele per la sua offensiva in corso nella Striscia di Gaza, Obama sta dimostrando di appoggiare l'uso della forza contro il popolo palestinese.
Le uniche parole di Obama, e di concerto di Hillary Clinton, sono state "ci sono solo un segretario di Stato e un presidente alla volta", ribadendo che fin che non scadrà il mandato dell'amministrazione Bush non commenterà più la situazione mediorientale.
Qualcuno ha cominciato a storcere il naso paragonando la situazione di politica estera con quella di politica interna, dove l'eletto si sentirebbe più a suo agio a trattare la soluzione alla crisi economica e finanziaria degli Stati Uniti, ma non alla guerra di Gaza.
A livello teorico questo atteggiamento potrebbe essere controproducente; a. considerando che un Bush con ormai le valige chiuse non ha più molta credibilità, b. nei quattro anni successivi, Obama, avrà comunque a che fare con israeliani e palestinesi.
A livello pratico, e senza il senno di poi, appare evidente di come, nella politica estera di Washington in Medio Oriente, non ci sarà alcuna differenza tra Barack Obama e George Bush.
Attualmente negli Stati Uniti appare quasi normale il silenzio della prossima amministrazione democratica, e nonostante la grande stampa non escluda una correzione di rotta nei confronti di Israele, la realtà è molto chiara.
"...anche il nuovo presidente è favorevole a una soluzione che preveda due Stati, ma oggi è impossibile trattare con i palestinesi, che sono divisi e non sanno tenere sotto controllo gli estremisti. E allora in queste condizioni Israele ha diritto di difendersi. Lo pensa Obama o lo pensano coloro che guideranno la sua diplomazia: la Clinton, Gates, Jones. La continuità con Bush è evidente". Sono le parole di George Friedman, una voce che conta negli Stati Uniti, perché il centro studi Stratfor, di cui è direttore generale, è noto per la vicinanza alla Cia e l’accuratezza delle sue analisi. In un'intervista rilasciata a Marcello Foa sulle pagine de "il Giornale", Friedman conferma che la scelta degli Stati Uniti di non intervenire è dettata dal futuro che si aspettano i governi arabi: "Chi sta con Hamas? Solo l’Iran e gli Hezbollah; tutti gli altri Paesi temono la destabilizzazione fondamentalista, a cominciare da Egitto, Giordania, persino Siria, fino ai Paesi arabi del Golfo. Siamo sinceri: a parole sono da sempre tutti con i palestinesi, ma da tempo nessuno è disposto a correre rischi per loro. La protesta è retorica, per quanto rumorosa nella piazze, ma se l’America decidesse di fare concessioni ad Hamas, i primi a protestare e ad arrabbiarsi sarebbero proprio i governi arabi".
Secondo il direttore generale del centro studi Stratfor la situazione difficilmente subirà un cambiamento di programma.
Alla domanda: "Prevede altre delusioni per i fan europei di Barack?"; Friedman risponde: "Sì, Obama non è contro la guerra, non è un pacifista. E lo dimostrerà in Afghanistan. È favorevole alla concertazione con gli alleati, ma senza rinunciare ai propri obiettivi. Presto chiederà agli europei di inviare altre truppe a Kabul, ma che risposte otterrà? Cadrà un grosso equivoco: quello secondo cui tutta la colpa delle tensioni tra Usa e Ue fosse colpa di Bush. Si avvicina il momento di un chiarimento sostanziale tra le due sponde dell’Atlantico e non è un caso che in America c’è chi metta in dubbio l’utilità della Nato".
A conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che un silenzio vale più di mille parole.
di Cirdan

mercoledì 31 dicembre 2008

BERLUSCONI: "VI DICO COSA FARO' NEL 2009"

Dalle pagine de "Il Giornale", il direttore Mario Ferrara ha voluto chiudere l'anno con un'intervista, da Villa Certosa, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale, attraverso le tematiche inerenti l'economia, la politica e la giustizia, ha raccontato, in un'intervista fiume, cosa farà nell'anno che sta per accoglierci.
Andiamo dunque per gradi.
Sull'attuale crisi economica, il Premier ha espresso grande soddisfazione per le misure che hanno permesso di garantire, da parte del Governo, la liquidità necessaria affinché le banche continuassero a fare le banche, mantenendo i finanziamenti alle imprese e alle famiglie, e offrendo la propria garanzia perché nessun cittadino perdesse un solo euro dei suoi depositi in banca. Ha inoltre aggiunto: "È una linea che ho indicato per primo nel panorama internazionale il 10 ottobre, e che ho poi sostenuto nei vertici che si sono tenuti a Parigi, a Bruxelles e a Washington, convincendo tutti i capi di governo dei Paesi industriali a farla propria".
Compresi gli Stati Uniti, che secondo il Premier dopo l'aver consentito il fallimento della Lehman & Brothers e di altre due banche, si sono successivamente ispirati alla linea europea quando hanno cambiato strategia e varato il piano Paulson di 700 miliardi di dollari per evitare altri fallimenti bancari.
Berlusconi si è soffermato sul comportamento dei consumatori, valutando che la profondità e l’estensione della crisi sono nelle mani dei cittadini: "Se riducono gli acquisti, le imprese dovranno a loro volta diminuire la produzione e, in qualche caso, mettere in cassa d’integrazione i dipendenti, dando vita a un circolo vizioso che potrebbe risultare molto rischioso".
Per scongiurare questo scenario il leader del Pdl invita tutti, soprattutto il ceto medio e coloro che non rischiano il posto come ad esempio gli impiegati pubblici, a non modificare il proprio stile di vita, a non dare ascolto alla canzone del pessimismo e del catastrofismo che ogni giorno viene cantata dalla sinistra. Tanto più che nel 2009, quasi a compensare gli effetti della crisi, il calo delle materie prime e quello del costo del denaro consentiranno dei risparmi significativi alle famiglie.
Berlusconi si è anche addentrato nei calcoli che potrebbero, nel 2009, portare, oltre che oculatezza e parsimonia, evidenti risparmi per le famiglie italiane: "Il calo del greggio, che l’estate scorsa sfiorava i 150 dollari al barile mentre ora è di poco sopra i 33 dollari, significa che nel 2009 ci sarà un risparmio medio di oltre mille euro per ogni italiano, grazie al minore costo del pieno dell’auto e delle bollette della luce e del gas. Se poi consideriamo che l’euribor, che è il costo del denaro tra le banche su cui si calcolano le rate dei mutui variabili, è sceso dal 5,4 di settembre al 3,1 per cento, avremo anche un minore costo per chi deve pagare le rate di un mutuo. Anche l’indice degli alimentari di base, calcolato in dollari, scenderà da 170 a quota 90-100. In totale, sommando i vari risparmi possibili, ogni famiglia potrebbe trovarsi nel 2009 con un bonus di oltre mille euro per componente".
Il Premier, sulla sofferenza mostrata dal popolo della partita IVA, ha aggiunto che "Le piccole e le medie imprese erano molto preoccupate per il flusso del credito. Per questo siamo intervenuti per rafforzare i Confidi, più altre misure,comela riduzione dell’Irap, la sua detraibilità dall’Ires e la revisione degli studi di settore per aziende e professionisti".
Sulla questione dell’equiparazione dell’età pensionabile fra uomini e donne proposta dal ministro Brunetta, Berlusconi ha spiegato: "Non si tratta di una proposta del ministro Brunetta, bensì di una richiesta europea. Il 13 novembre 2008 la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia perché la norma oggi in vigore, ovvero l’anticipazione dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne (60 anni) rispetto a quella degli uomini (65), costituisce (a parere della Corte di Giustizia europea) una discriminazione a scapito delle donne. - aggiungendo - È tuttavia pacifico che, in caso di mancato adeguamento, la Commissione europea aprirà una procedura di infrazione contro l’Italia, con l’applicazione di sanzioni economiche piuttosto ingenti. Non è dunque praticabile l’ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza".
Inevitabile è arrivata la domanda sull'opportunità di intervenire con una riforma delle pensioni per liberare risorse da dedicare agli ammortizzatori sociali. "Già in campagna elettorale avevamo escluso di intervenire di nuovo sulle pensioni - ha risposto il Premier - anche se c’era un buon motivo per farlo. Il governo Prodi, per tenersi buoni i sindacati, aveva infatti manomesso la nostra riforma per eliminare il cosiddetto “scalone”, con un costo di 10 miliardi di euro per il bilancio pubblico. Si tratta di un onere ingente, del tutto ingiustificato se si pensa che serve per mandare in pensione chi ha appena 58 anni ed ha davanti a sé una aspettativa di vita di almeno altri 20 anni".
Giustizia, processi e intercettazioni sono stati gli argomenti toccati dal Premier all'esplicita domanda sulle eventuali altri riforme che questa crisi può offrire: "È il momento giusto per fare riforme che non incidono drammaticamente sui costi pubblici, come quella della giustizia, del processo civile e di quello penale, oltre che delle intercettazioni telefoniche. Grazie a queste riforme l’Italia potrà avere grandi benefici sul piano della modernità, ma anche sotto il profilo economico".
Entrando nello specifico, Berlusconi ha trattato soprattutto le tempistiche che la nostra Giustizia offre: "Oggi i tempi della giustizia civile sono incompatibili con qualsiasi attività economica. Cinque anni per ottenere un pagamento legittimamente dovuto, altrettanti per una causa di lavoro, otto anni per un fallimento: sono ostacoli che scoraggiano molte imprese straniere a investire in Italia. Per questo abbiamo subito messo mano alla riforma del processo civile, che è già stata approvata da un ramo del Parlamento".
Naturalmente le novità non si fermeranno al processo civile, e come evidenziato dal Premier, con l'inizio del nuovo anno, sarà priorità del Consiglio dei Ministri trattare la delicata riforma per separare gli ordini dei magistrati giudicanti da quelli dei pubblici accusatori: "Gli "avvocati dell’accusa" dovranno avere gli stessi doveri e gli stessi diritti degli avvocati della difesa - ha detto il Premier - solo così il giudice sarà veramente "terzo", con un concorso e una carriera diversa da quella dei pm, e potrà garantire ai cittadini un giusto processo".
Per quanto concerne le indagini, Berlusconi ha aggiunto: "...restituiremo alla polizia giudiziaria il ruolo che aveva sino al 1989 mentre ora l’iniziativa è interamente nelle mani dei pm, che sono di fatto sottratti a ogni controllo, con conseguenze devastanti. Come tutti hanno potuto constatare anche nella recente contesa tra le procure di Salerno e di Catanzaro".
Sul tema scottante delle intercettazioni il Premier ha usato parole ferme e dure, esprimendo, con la frase "teatrino mediatico-giudiziario", lo sdegno per la violazione di un diritto primario dei cittadini come la privacy. "Dovranno essere consentite solo per le indagini riguardanti i reati più gravi, per quelli con pene previste sopra i 15 anni, come il terrorismo internazionale e il crimine organizzato di stampo mafioso. L’abuso delle intercettazioni come reti a strascico per acquisire notizie di reato, mettendo in piazza tutto ciò che si dice al telefono, anche quando non ha alcuna rilevanza penale, dovrà cessare una volta per tutte. Non c’è vera democrazia in un Paese in cui i cittadini non possono esprimersi liberamente al telefono senza il timore di essere intercettati".
Sul tema sindacati, Berlusconi ha espresso parole di apertura, per un dialogo costruttivo con tutte le parti sociali, nessuno escluso, ribadendo altresì un concetto molto chiaro: "Noi andiamo avanti con una regola molto semplice: lo Stato deve fare lo Stato in ogni frangente, non solo sul fronte dei rifiuti comea Napoli e in Campania, ma anche in campo sindacale. Ciò significa che il governo prima illustra le sue proposte alle parti, poi ascolta le loro richieste e alla fine decide. Il ricatto permanente non deve più funzionare".
La tematica sull'evasione fiscale è uno dei problemi più seri che interessano il Premier: "Tutte le stime concordano nel valutare l’economia sommersa intorno al 20 per cento del Pil, cioè 300 miliardi di euro, con un’evasione fiscale annua di circa 100 miliardi. Il fenomeno è diffuso al di là di ogni immaginazione. Di recente mi è stata avanzata l’offerta di acquisto di una pianta rara per il mio parco botanico in Sardegna. Il prezzo era di 50mila euro senza fattura, e di 100mila euro con la fattura. Se si arriva a questo punto di sfrontatezza quando c’è di mezzo il Presidente del Consiglio, significa che questa prassi è ritenuta addirittura normale. Ebbene, penso che il federalismo fiscale ci darà un grande aiuto per sconfiggere questo malcostume, perché i Comuni saranno coinvolti nell’accertamento dei redditi dichiarati. E per molti contribuenti troppo furbi sarà più difficile dichiarare il falso nei confronti di chi conosce il loro stile di vita".
Per quel che riguarda i programmi futuri di politica economica il Premier ha stimato entro il 2012 l’abolizione totale della "carta" nella Pubblica amministrazione, che attualmente costa a ogni cittadino italiano 4.500 euro contro i 3mila e 300 che pagano in media gli altri cittadini europei, digitalizzando ogni pratica ed eliminando di fatto le code agli sportelli, offrendo la possibilità di operare per tutti dalla propria casa o dal proprio ufficio attraverso il computer e internet, dotando ogni cittadino di una casella di posta elettronica per i rapporti con la Pubblica amministrazione.
Berlusconi ha anche parlato del debito pubblico: "...siamo in presenza di un debito pubblico pari al 106 per cento del pil, è una brutta eredità ricevuta dai governi del passato che riuscirono nella straordinaria impresa di moltiplicare per otto volte il debito pubblico al fine di soddisfare le loro clientele".
Rimanendo in tema ha affrontato anche il punto sui parametri di Maastricht: "Stiamo seguendo una linea di politica economica che punta a risolvere i problemi senza creare nuovo debito. Sul piano teorico l’Unione europea si è dichiarata disposta a tollerare uno sconfinamento di un punto dei parametri di Maastricht. Ma questo non sarebbe tollerato per chi, come l’Italia, ha già un debito superiore al proprio Prodotto Interno. Un ulteriore appesantimento di questo debito sarebbe giudicato come un ostacolo per la stabilità dell’euro, che è una moneta comune".
Dopo le parole di stima nei confronti di Sarkozy e nei riguardi dei governi dei maggiori Paesi che, di fronte alla crisi, si sono mossi in modo coordinato, il Premier ha affrontato l'argomento Veltroni e opposizione: "Quando si vuole il dialogo, non si insulta l’interlocutore ogni giorno. Se mi sedessi a un tavolo con chi mi paragona ad Hitler o a Videla, con chi mi accusa di essere fautore di un regime, di non conoscere le regole della democrazia, sarebbe davvero un teatrino ipocrita, assolutamente inaccettabile. Il Veltroni del Lingotto che dichiarò la fine dell’antiberlusconismo, della politica come guerra a una sola persona, è un miraggio che non esiste più, e che forse non è mai esistito. Ora c’è solo un personaggio, sempre meno ascoltato dai suoi stessi compagni di partito, che si è consegnato a Di Pietro e ha fatto propria la sua mentalità giustizialista in un abbraccio che si sta rivelando mortale per il Partito Democratico. Come si è visto bene in Abruzzo, il Pd con la politica dipietrista dell’insulto ha perso molti consensi. Con gente simile, io non potrò mai sedermi ad alcun tavolo. Altra cosa sono i rapporti in Parlamento tra i gruppi. Se l’opposizione dovesse presentare suggerimenti di buon senso nell’interesse del Paese, sono sicuro che la nostra maggioranza non potrebbe che condividerli".
Una dichiarazione sicuramente dura ma realista, che è sfociata nel garantismo trattando il difficile momento del PD con la "tangentopoli rossa": "Ho espresso pubblicamente l’augurio che le accuse si potessero ridimensionare. Non entrerò mai nel merito di accuse che attendono ancora tre gradi di giudizio. So bene per esperienza diretta che certe accuse sollevano grandi polveroni mediatici, per poi finire in niente. Però è certo. La sinistra pensava di essere "diversa", di avere una sorta di monopolio dell’etica. Non è mai stato vero nel passato, non è vero oggi".
Che poi ci sia la possibile mano di Di Pietro dietro alla nuova tangentopoli, il Premier ha glissato così: "So che in Italia ci sono duemila pm fuori da ogni controllo. Affermare che ora sono pilotati da Di Pietro mi sembra una sciocchezza assoluta".
Rimanendo sui temi di politica interna il Premier ha parlato della Lega e sulle possibili divergenze con il leader del partito: "Confermo la mia solida amicizia con Bossi. I giornali, come spesso accade, si sono inventati una polemica che non esiste e hanno messo in contrapposizione una mia dichiarazione sul presidenzialismo con una di Bossi sul federalismo. Non c’è nessun contrasto tra me e Bossi, perché proprio il leader della Lega Nord è stato il primo nel 2002 a dichiarare che il presidenzialismo e il federalismo fiscale sono due facce della stessa medaglia".
Tornando sui temi di politica internazionale è stato inevitabile non citare Barack Obama, ormai prossimo a succedere a George W. Bush, e su quali saranno i rapporti con un uomo molto diverso dal suo predecessore: "La forte alleanza con gli Stati Uniti e la Nato, insieme al fatto che siamo un Paese fondatore dell’Europa unita, sono da sempre i capisaldi della nostra politica estera. Su queste basi penso che l’Italia avrà con la presidenza di Obama un rapporto di collaborazione e di amicizia altrettanto forte di quello avuto con i suoi predecessori Clinton e Bush, che ho conosciuto di persona e con i quali ho stabilito solidi rapporti di stima e di amicizia".
Berlusconi si è congedato con un finale carico di amor nazionale, ribadendo la sua intenzione nel far crescere il Paese al cospetto delle grandi potenze sia europee che mondiali, confidando in una politica democratica che faccia il bene dell'Italia: "La politica non mi affascina. Ma amo l’Italia, il Paese in cui sono nato e cresciuto, il Paese che non desidero sia governato da una sinistra illiberale e colpevole di avere causato gravi ritardi alla crescita della nazione. Per questo svolgo l’attuale ruolo politico e di governo per senso di responsabilità, poiché sono l’unico che può tenere insieme tutte le componenti che si riconoscono nel Popolo della Libertà. Mi auguro che fra quattro anni e mezzo dalle file del nostro partito esca un leader giovane e preparato, pronto a raccogliere un’eredità che sarò lieto e orgoglioso di affidargli, soprattutto se nel frattempo sarò riuscito nell’impresa di ammodernare l’Italia in tutti i comparti, dalla Pubblica amministrazione alla giustizia, dalla scuola alle infrastrutture, e di averne fatto una democrazia moderna e bipartitica, con due grandi partiti in gara per il bene dell’Italia, un presidente eletto dal popolo, una sola Camera legislativa con meno parlamentari e un premier con gli stessi poteri dei suoi colleghi europei".
di Cirdan

martedì 30 dicembre 2008

E ORA CHE FARA' HEZBOLLAH?

L'esercito libanese, nel giorno di Natale, ha rinvenuto nel sud del Libano, nell'area di operazioni del contingente italiano dell'Unifil (la missione Onu schierata a ridosso della Linea Blu di demarcazione con lo Stato ebraico), otto razzi, senza innesco, tra "Katiuscia" e "Grad", dalla gittata massima di 20 chilometri, puntati verso Israele assieme alle loro rampe di lancio e collegati ad un timer.
Il ritrovamento è avvenuto nella zona costiera di Naqura, in un campo coltivato a circa 5 chilometri dal confine con Israele. Una fonte militare libanese ha precisato, a condizione dell'anonimato, che "i razzi non erano pronti a esser lanciati, mancava l'innesco ed erano solo puntati per il lancio". Le fonti Unifil hanno preferito non trarre conclusioni, assicurando però una intensa azione di controllo in tutta l'area, nota per essere nelle mani dal movimento sciita libanese Hezbollah.
A fine novembre il quotidiano al Hayat ha pubblicato un rapporto dell’intelligence israeliana sulle reali forze militari di Hezbollah, le quali avrebbero svolto le prove generali di un futuro attacco allo Stato ebraico in una gigantesca esercitazione militare condotta giusto a Sud del fiume Litani. Nelle colonne del quotidiano si leggeva di missili a lungo raggio Zelzal calibro 600 millimetri, di fabbricazione iraniana e con una gittata di 250 chilometri, nascosti nella Valle della Beqaa e nelle regioni vicine al fiume Litani, nel Sud del Paese dei Cedri. Inoltre il movimento sciita avrebbe nel suo arsenale razzi anti-nave C-802, con una gittata di 120 chilometri, missili a medio raggio, Fajr-3 e Fajr-5, di fabbricazione siriana, con calibro di 220 e 302 millimetri.
Intanto ieri è stata un'altra giornata di mobilitazione in Libano organizzata da Hezbollah per sostenere Hamas a Gaza ed esprimere la rabbia contro Israele. Hassan Nasrallah, davanti all’enorme folla radunata in una delle piazze a sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, ha dichiarato "Siate pronti ad eseguire ogni ordine", aggiungendo "Se gli israeliani mettono in atto un’operazione terrestre contro Gaza, allora cominceranno a perdere".
Inutile nascondere la tensione che si sta respirando in Libano, soprattutto dopo le dichiarazioni rilasciate domenica sera dal capo di Hezbollah in un messaggio televisivo diffuso non solo da Al Manar, il canale dell’organizzazione, ma anche dalle altre reti libanesi.
La dura condanna per l’atteggiamento di alcuni paesi arabi che "dimostrano una vera e propria collaborazionismo con Israele", e la indicazione esplicita del Cairo, chiamando gli egiziani ad esercitare pressioni sul loro governo affinché "acqua, cibo, aiuti ma anche armi" possano arrivare a Gaza attraverso il confine dell’Egitto con il territorio palestinese, in mano ad Hamas dal 2006, hanno portato il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit, in visita in Turchia, a definire una "dichiarazione di guerra" le parole di Nasrallah.
Come giustamente sottolineato da Carlo Panella, Hamas, come Hezbollah, come l’Iran degli ayatollah (incluso il riformista Khatami, fervente sponsor di Hamas), come la Siria, rivendicano la "missione" di "eliminare Israele dalla faccia della terra", ma per farlo devono convincere la umma musulmana che le armi sono l’unico mezzo e che i governi arabi che propugnano i vari "piani Fahad" sono imbelli traditori.
La conferma arriva dalle proteste continue dalle piazze del mondo arabo, che si stanno svolgendo anche in questi giorni al Cairo, a Beirut, ad Amman, a Tripoli, dove il presidente egiziano, Hosni Mubarak, si sente dare del traditore.
Proprio il leader di Hezbollah, uno dei principali accusatori, sta invitando gli egiziani a ribellarsi contro Mubarak, con l'esplicita accusa di "secondino" di Israele, perché tiene chiuso il confine con Gaza - difeso da 10.000 guardie armate - contribuendo a schiacciare economicamente Hamas e ad affamare i palestinesi.
Mancano ancora 21 giorni all'insediamento di Barack Obama nella stanza ovale, e queste dichiarazioni ci devono far porre una domanda: ci sarà ora un'escalation militare contro Israele da parte di Hezbollah?
di Cirdan

lunedì 22 dicembre 2008

POLTRONE E TELEFONATE

La vicenda del governatore dell’Illinois, Rod R.Blagojevich, sta tenendo banco negli Stati Uniti dopo la versione esposta dal procuratore federale Fitzgerald, il quale sostiene che Blagojevich - accusato di vendere al miglior offerente il seggio di senatore lasciato libero dal presidente eletto Barack Obama - sia andato oltre la trattativa politica, oltrepassando quella linea di demarcazione che sfocerebbe inevitabilmente nell'azione criminale.
Attualmente non esistono prove che confermino inoppugnabilmente il fatto che il governatore abbia realmente ricevuto denaro: oltretutto l’assegnazione del seggio non è stata ancora decisa. Ma partiamo da un punto fondamentale della questione.
In America chi fa politica, sia nell'avanzare una nomina sia nel prendere una determinata posizione sulle leggi ha in cambio contributi economici. Nella "normalità" dei casi i legislatori votano a favore di stanziamenti suggeriti e sostenuti dai loro donatori.
Ora, se negli ultimi anni i procuratori hanno sollevato un numero elevato di casi di corruzione, lo hanno potuto fare utilizzando delle leggi che differenziano la trattativa politica dal reato di privare la società di un servizio. Il problema nasce nel momento in cui gli eventuali casi di reato si configurano secondo ordinamenti che definiscono criminale il solo aver tentato di ottenere qualcosa in cambio di un’azione ufficiale dovuta, ma non definiscono con esattezza quale condotta potrebbe essere stata illegale.
Nel caso sopraccitato, sarebbe legale per il governatore accettare un contributo alla campagna da parte di chi riceva la nomina al seggio in Senato, il Governo dal canto suo ha dichiarato che le intercettazioni mostrano che Blagojevich ha riferito ai propri assistenti di voler offrire il seggio in cambio di contributi e di favori personali.
E qui entriamo nello specifico. Nelle intercettazioni citate nel procedimento non è chiaro se Blagojevich abbia realmente concordato delle azioni per ottenere qualcosa in cambio del seggio, ma altresì si evince che abbia discusso per precisare la natura e i dettagli dello scambio fra i contributi ed i suoi comportamenti. Ma solo discusso.
Michael D. Monico, un ex procuratore federale, sostiene che "il caso è complicato per una serie di ragioni: non per ultima la natura troppo vaga delle accuse e le difficoltà che nascono chiaramente ogni volta che si parla di una persona che sta esercitando un suo diritto, tutelato dal Primo Emendamento, di promuovere un particolare politico".
Monico ha precisato: "Pensare semplicemente a qualcosa non costituisce reato".
Nel nostro Paese abbiamo avuto modo di assistere, negli ultimi anni, a casi simili. La millanteria dei personaggi che sono stati oggetto di intercettazioni ha creato nell'opinione pubblica durissimi giudizi preventivi. Ora bisognerebbe chiederci quanto sia da imputare un semplice modo di parlare, il più delle volte goliardico e pieno di discorsi grossolani, piuttosto che alle azioni che sono state realmente compiute.
Da garantisti quello che possiamo evincere e che il limitarsi a parlare di qualcosa non costituisce reato - fatto naturalmente salvo il caso di azioni terroristische e/o di stampo mafioso - ma è necessario, per giungere a compiere un crimine, che l'azione si compia.
Un noto slogan di una compagnia telefonica citava che una telefonata allungava la vita, ma la realtà di questi ultimi anni fa intendere che una telefonata, spesso, la vita l'ha resa impossibile e, in qualche caso, l'ha spezzata.
di Cirdan

sabato 20 dicembre 2008

LA CRISI ECONOMICA SI FRONTEGGIA ANCHE SOSTENENDO L'AGRICOLTURA


La Confagricoltura ha voluto chiudere l'anno con una conferanza stampa svolta a Roma nella giornata di venerdì 19 dicembre. Il Presidente Federico Vecchioni ha delineato lo scenario in cui versa il settore, stretto tra la diminuzione della produzione, la contrazione dei consumi e una prospettiva relativamente meno sostenuta dell'export.
"Non si supera la crisi economica senza il sostegno delle imprese agricole - ha ribadito il presidente di Confagricoltura, aggiungendo - Questa situazione necessità di vedere affiancate alle misure di politica sociale quelle per le imprese, tra cui la detassazione parziale dei redditi e la sospensione parziale degli oneri previdenziali per almeno sei mesi, che introdurrebbero quegli elementi di minor costo per gli operatori, necessari a ridare fiato alle economie aziendali ed ai cittadini".
Le proposte di Confagricoltura si sono basate su quattro punti fondamentali:
la stabilizzazione degli sgravi contributivi per le aree montane e svantaggiate al fine di sostenere il costo del lavoro nelle aree difficili;
la definitiva risoluzione della questione legata all'Ici sui fabbricati rurali;
una redifinizione del regime di credito d'imposta per favorire le attività di internazionalizzazione che sia di concreto interesse per le imprese;
il ripristino della dotazione finanziaria per il fondo di solidarietà nazionale.
Un quadro che andrebbe a completarsi con:
un abbattimento dei tassi di interesse per favorire le imprese e agevolare l'accesso al credito;
la definizione di una strategia per un migliore utilizzo dei terreni gestiti dagli enti pubblici anche indirizzati a produzioni innovative.

mercoledì 17 dicembre 2008

MERCATI DA FAR WEST


In questo periodo abbiamo avuto modo di trattare le sfumature, che poi tali non sono, del mondo economico-finanziario che hanno scosso l'intero pianeta.
Sono passati solo pochi mesi dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime e dal crollo delle Borse delle principali piazze mondiali, che i primi relitti tirati a riva dopo la tempesta sono la conseguenza diretta di quello che si poteva fare e di quello che non si è fatto.
L'ultima notizia, cronologicamente, è il default dell'hedge fund del Signor Madoff, che fa parte delle metastasi che hanno lasciato il tumore d'origine per colonizzarsi altrove e formare altri crack.
In quest'ultimo caso, una possibile frode che ha coinvolto nomi illustri, viene a galla la capacità della finanza creativa di colpire indistintamente dal piccolo risparmiatore ai professionisti del settore. La vicenda Fim Advisers di Carlo Grosso e Federico Ceretti - simile a migliaia di altre in giro per il mondo - diventa emblematica e testimonia come una truffa si sia propagata nel mondo attraverso la distribuzione di fondi che consentivano ottimi guadagni, salvo ritrovarsi con perdite ingenti. Ma quello che deve fare riflettere e che le vittime questa volta sono i professionisti della finanza, e questo costituisce probabilmente un esempio fra i molti pasticci venuti a galla di questi tempi, e che con altrettanta probabilità non sarà né il primo, né l'ultimo.
La crisi che ha colpito l'Occidente, e di conseguenza l'intero sistema economico mondiale, non è sicuramente il solo frutto del sistema finanziario che si è avvalso di regole poco rigide, ma dell'intera struttura che avrebbe dovuto regolamentare l'intero sistema. La mancanza di regole e soprattutto di controlli, volenti o nolenti, hanno permesso a speculatori, amministratori di grandissime società, e chi più ne ha più ne metta, di muoversi liberamente.
La finanza dovrebbe avere la possibilità di crescere, non di fermarsi, la finanza dovrebbe avere la possibilità di creare ricchezza, e non l'incomensurabile perdita economica che si è verificata e che si verificherà ancora, ma soprattutto la finanza deve avere una struttura solida che consenta, dal piccolo risparmiatore al professionista del settore, di potersi muovere attraverso regole sicure, garantite e gestite da chi, come successo ieri, non ha posto nessun limite a tutti coloro che hanno intossicato l'economia mondiale.
I Governi hanno oggi la possibilità di ridare slancio ad un'economia che ha vissuto per troppi anni in un mondo fatto di numeri fittizzi, offrendo agli organismi di controllo la possibilità di dimostrare e bloccare eventuali "distrazioni" e "disattenzioni", eliminando alla radice la possibile tossicità che intaccherebbe, come successo, interi settori.
L'evidenza di oggi ci racconta di come, chiunque, anche se non tutti, siano caduti in una metodologia di finanza senza regole: professionisti che hanno agito senza sapere a cosa sarebbero andati incontro; risparmiatori che hanno affidato agli istituti di credito i risparmi di una vita.
Questo mercato da Far West non ha guardato in faccia nessuno, è stato vigilato da sceriffi che, contro banditi pronti a tutto, non si sono preoccupati di controllare la regolarità del porto d'armi, la dimensione dei proiettili e soprattutto se questi ultimi hanno armato pistole con la sicura.


di Cirdan
da Il Legno Storto

SERVE SILENZIO E RISPETTO!


Dopo che la Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dalla procura di Milano contro la sentenza che permetteva di interrompere l'alimentazione e l'idratazione ad Eluana Englaro, voglio soffermarmi sull'atto di indirizzo che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha inviato alle regioni, stabilendo che interrompere la nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente sarebbe contro la legge.

"La nostra opinione è che - ha dichiarato il ministro - certi comportamenti difformi da quei principi determinerebbero inadempienza, con le conseguenze probabilmente immaginabili".

Se l'atto dovesse avere l'effetto di impedire il rispetto del diritto all'autodeterminazione per Eluana Englaro, e per qualsiasi altro cittadino italiano, si andrebbe incontro ad un precedente pericolosissimo: eversione della Costituzione italiana e violazione delle sentenze dei tribunali italiani.
La sospensione per via politica di una sentenza giudiziaria è di fatto anticostituzionale, e la lettera del ministro, la quale non è atto amministrativo vincolante nè ha contenuto prescrittivo, non è idonea a produrre alcun effetto giuridico sull'attuazione dei pronunciamenti della Corte di Cassazione e della Corte di Appello di Milano, concernenti l'interruzione dei trattamenti per Eluana Englaro.
La casa di cura "Città di Udine", che si era detta disponibile ad accogliere Eluana per l'attuazione del decreto della Corte d'appello di Milano, ha sospeso temporaneamente il trasferimento in via cautelativa, in attesa di indicazioni circa la validità dell'atto di indirizzo di Sacconi.
La risposta agli interrogativi di Ricobon è stata fornita dal giudice della prima sezione civile della corte d'appello di Milano, Filippo Lamanna, magistrato estensore del decreto che consente alla famiglia Englaro di interrompere l'alimentazione e l'idratazione artificiale per Eluana, lasciandola quindi morire dopo quasi 17 anni di coma: "Il decreto non ha bisogno di alcuna ulteriore certificazione di esecutività perché la legge dice che tutte le volte che un provvedimento giudiziario non è più soggetto a impugnazione diventa definitivamente esecutivo".

Chiedo scusa alla famiglia Englaro per aver nuovamente scritto. Ad Eluana e a papà Peppino che hanno chiesto "solamente" silenzio e rispetto, in uno Stato di diritto che troppo spesso ritorna ad essere etico, illegale e intimidatorio.

di Cirdan

domenica 14 dicembre 2008

"IL CAVALLO DI TROIA"


Partiamo dal finale. La Banca Popolare di Intra ha portato in Tribunale, facendo causa, il gigante Barclays, presso la High Court of Justice di Londra. Il motivo? Ancora loro, i CDO.
Facciamo un passo indietro per capire. La Banca piemontese acquistò presso il colosso britannico un CDO gestito, in pratica un prestito obbligazionario con cedole garantite da altre obbligazioni sottostanti, scoprendo successivamente che il gruppo inglese sostituì quasi tutti i bond messi in garanzia con titoli tossici. In pratica Barclays ha tolto dal Cdo una trentina di bond "normali" per metterci dentro complessi titoli strutturati anche legati ai mutui subprime, questi ultimi andati inevitabilmente in default.
La storia inizia nel 1999 quando il gruppo italiano acquista l'Iccri. A seguito dell'operazione i vertici si accorgono che i clienti dell'Iccri hanno i portafogli pieni di obbligazioni strutturate in forte perdita, a quel punto decisero di accollarsi le perdite riacquistando i titoli. Per recuperare il denaro investito, il gruppo piemontese decise di contattare Barclays acquistando altre obbligazioni strutturate ad alto rendimento: il collateralized debt obligation nacque così. Era il 2000.
Nella descrizione dell'atto - recuperata presso la cancelleria del Tribunale di Londra da "Il Sole 24 Ore" - si evince di come la struttura del titolo sia divisa in tre parti (solita composizione dei CDO), in pratica la classica obbligazione creata impacchettando tante altre obbligazioni.
Nella complessa operazione da 54,8 milioni di € la divisione dell'obbligazione è così composta: la prima - da 36 milioni - da un bond zero coupon emesso da Centrobanca, con la garanzia del capitale a scadenza; la seconda - 3,6 milioni - è rappresentata da un investimento nei fondi Putnam; mentre l'ultima - 15,2 milioni - è la fetta a più alto rischio, composta da un investimento in un Cdo "sintetico", garantito da un portafoglio di 37 obbligazioni: titoli emessi da Stati come Turchia, Venezuela e Colombia, e da aziende come gli hotel Hilton. In parole povere la cedola che avrebbe dovuto garantire l'intera struttura.
Nel contratto esiste anche una clausola: Barclays ha la facoltà di gestire il Cdo. In teoria una tutela per Intra, in quanto i titoli in crisi sarebbero stati infatti sostituiti da Barclays con titoli buoni.
Nella causa presentata presso la High Court of Justice di Londra si legge che in soli 10 mesi Barclays ha cambiato quasi tutto il portafoglio posto a garanzia del Cdo, sostituendo 32 dei 37 bond sottostanti, mettendo in cambio solo 11 titoli quasi tutti strutturati. L'emissione dei bond da parte di Turchia, Venezuela e Colombia sono stati sostituiti con obbligazioni complesse dai nomi esotici: "Savannah", "Corvus" e "Pegasus". Questi ultimi emessi e gestiti dalla stessa Barclays.
Cominciano le operazioni "pericolose". Nel luglio 2000 la banca inglese ha tolto in un colpo solo 18 obbligazioni statali e aziendali, per metterci dentro solo due titoli strutturati: 19 milioni di euro di "Savannah" e 5 milioni di bond "Rf Alts". Diciotto bond, con rischio diversificato, in cambio di due.
Sull'atto di citazione si legge che durante le festività natalizie dello stesso anno Barclays ha tolto un po' di titoli dal portafoglio del Cdo e ha messo dentro altri bond strutturati, compresi ben 15 milioni € di obbligazioni legate ai mutui Usa: i subprime. Inevitabilmente la tossicità di quei titoli contagiano anche la Popolare di Intra, con i default che sono caduti dal cielo come grandine.
Nell'atto, della causa intentata nei confronti del gigante britannico, si legge che "le insolvenze sul nuovo portafoglio sono state molto maggiori rispetto alle ragionevoli aspettative di mercato. Otto degli 11 bond inseriti da Barclays, che rappresentano circa l'80% dell'intero portafoglio, sono andati in default causando a Intra la perdita dell'intero investimento nel Cdo sintetico".
L'accusa a Barclays è quindi diretta sull'avere scaricato nel Cdo di Intra titoli ad elevato rischio, quando il loro default era già altamente probabile. Nella prima memoria difensiva, Barclays ha respinto ogni accusa: "Il Cdo è stato strutturato seguendo le richieste di Intra"; "Barclays non ha mai raccomandato il titolo"; "Il portafoglio iniziale aveva già un rating medio di BB, quindi ad alto rischio"; "Barclays aveva il mandato per gestire il portafoglio".
Per l'esito finale di questa causa si dovrà inevitabilmente aspettare le decisioni del giudice, su chi avrà ragione e soprattutto se Barclays avrà operato rispettando le regole contrattuali.
Quello che appare evidente è che - come già sottolineato ed evidenziato in questo spazio - tutte le operazioni effettuate in questi anni, attraverso obbligazioni composte da altre obbligazioni sottostanti, hanno creato perdite ingenti. I mutui subprime hanno contagiato, oltre gli Stati Uniti, anche paesi che sembravano ai margini del fenomeno, un'epidemia che ha contratto enti territoriali, banche, fondi pensione e assicurazioni.
I danni in Italia attualmente sembrano minimi, ma il timore, che ci siano in futuro perdite potenziali che potrebbero colpire enti previdenziali e istituti di credito, rimane alto.
Daltronde - come evidenzia l'articolo del "Sole" - la storia di Intra non è un caso isolato: Hsh Nordbank, un istituto di credito tedesco, ha fatto causa a Ubs per un motivo simile, comprando un Cdo su cui operava una "commissione" di gestione, quest'ultima fatta da un solo individuo che avrebbe operato in modo quantomeno discutibile. Infatti nella causa si legge che "nel febbraio del 2007 Ubs ha tolto dal portafoglio sottostante 555 milioni di dollari di crediti stabili e li ha sostituiti con due soli titoli legati all'indice dei mutui subprime Usa". Totale dell'operazione: perdite per 275 milioni.
E di questi esempi se ne potrebbe fare un numero indefinito, basti pensare alle stime dell'Ocse che, a metà 2007, valutava in 1.300 miliardi di dollari l'ammontare del mercato mondiale dei CDO.
Oggi le cause nei Tribunali sono tante, e solo questi ultimi diranno se si è trattato di sfortuna o di dolo, quello che è certo - e di questo ne siamo convinti - e che i Cdo sono stati in tanti casi il "cavallo di Troia" - come metaforicamente scrive Morya Longo - che ha portato i mutui subprime in giro per il mondo. Italia inclusa.
di Cirdan

venerdì 12 dicembre 2008

LA PRIMAVERA AFGHANA

E' notizia di ieri che Robert M. Gates, capo del Pentagono, ha preso la decisione di spedire 20.000 truppe supplementari in Afghanistan nella prossima primavera, un segnale evidente sulla minaccia dei Talebani.
I soldati furono richiesti dal Generale David D. McKiernan, comandante in capo in Afghanistan. Il primo contingente dovrebbe essere formato da 3.500 a 4.000 truppe della Third Brigade of the 10th Mountain Division from Fort Drum, N.Y., e potrebbe giungere in Afghanistan gia dal mese prossimo.
Il NYT riporta le speranze di Gates sulla possibilità di schierare due brigate di combattimento supplementari ad inizio primavera, per combattere la crescente violenza nel paese. Gli ufficiali del Pentagono, intanto, fanno sapere che ci vorrebbero dai dodici ai diciotto mesi per fare arrivare tutte le 20.000 truppe in Afghanistan, territorio sul quale sono già distribuite 34.000 unità.
Dopo gli attacchi di Mumbai è evidente che l'agenda di politica estera abbia avuto priorità assoluta, e di come le scelte che ha fatto Obama per la sua squadra si avvicinino sempre più ad una politica realista, simile a quella di Bush senior.
di Cirdan

giovedì 11 dicembre 2008

CONFLITTI PARADOSSALI

I danni delle manifestazioni violente di questi giorni in Grecia ammontano a un miliardo di euro, come comunicato nella giornata di ieri, dopo calcoli approssimativi, dall'Associazione dei Commercianti di Atene.
Ma partiamo dall'inizio. Gli scontri scoppiati, tra manifestanti e polizia, in seguito alla morte di Alexis Grigoropoulos, lo studente quindicenne ucciso da un poliziotto nel quartiere Exarchia di Atene lo scorso sabato, si sono legati allo sciopero generale indetto dai sindacati Gsee e Adedy.
Ora, da una parte i sindacati continuano a chiedere la calma, dall'altra i partiti della sinistra greca (dai socialisti del Pasok ai comunisti del Kke) continuano a cavalcare l’ondata di manifestazioni contro la destra al governo di Nea Democratia.
Puntualmente non si è verificata la tregua, anzi, ieri la protesta studentesca e anarchica ha proseguito contro la polizia e anche contro la magistratura.
Bombe molotov sono state lanciate di fronte alla sede del Parlamento e del tribunale in cui i due poliziotti, ritenuti responsabili per la morte di Alexis, erano sotto processo.
Parentesi del dramma: l'autopsia effettuata sul corpo del giovane rivela, secondo le dichiarazioni di un portavoce del ministero dell'Interno di Atene che ha sottolineato come non esista ancora nessun risultato ufficiale dell'autopsia e dell'esame balistico, che non si è trattato di un omicidio. Il portavoce del governo greco ha commentato così le informazioni secondo cui, in base ai primi risultati degli esami, il proiettile che ha ucciso Alexis Grigoriopoulos sarebbe stato di "rimbalzo", a conferma della versione dell'agente che ha sparato. Le informazioni ufficiose secondo cui il proiettile avrebbe colpito il giovane di rimbalzo, provengono secondo i media greci dall'avvocato dell'agente. L'agente ha sostenuto di aver esploso due colpi in aria e uno a terra, che avrebbe colpito di rimbalzo Alexis. Il procuratore aveva invece creduto alla versione dei testimoni, secondo cui lo sparo mortale sarebbe stato ad altezza d'uomo e senza provocazioni.
Intanto gli scontri nella capitale hanno fatto da cassa di risonanza anche a Salonicco e Patrasso, mentre a Torino studenti greci e italiani hanno organizzato un presidio di fronte al Consolato greco.
Il premier Costas Karamanlis, al quale erano stati richiesti dalla confederazioni dei lavoratori misure sociali più massicce per fronteggiare la crisi economica: dagli aiuti di Stato ai sussidi, dalle pensioni ai salari, si ritrova a fronteggiare, oltre alla già difficile situazione economica della nazione, l'ondata di protesta dei cittadini greci ai quali sono stati distrutti negozi, auto e case.
Una protesta nata per fronteggiare la crisi, da parte dei sindacati, e sfociata in perdite ingenti per tutta la nazione, da parte studentesca e anarchica.
Due proteste e un paradossale conflitto dell'una con l'altra, e se ieri in Grecia non si stava bene oggi si sta sicuramente peggio, viste le promesse di risarcimento, da parte del primo ministro, a tutti coloro che hanno subito danni.
di Cirdan